9: Nostalgia

9.1:

14 FEBBRAIO 2029 (Casa di Dave)

Erano passati tre giorni dal viaggio intrapreso nel Limbo per incontrare Eleanor. Non solo. Era anche il sedicesimo anniversario dalla sua morte.

Benché sapesse che da un certo punto di vista Ellie in realtà era ancora viva e lo stava guardando, Theodore non era riuscito  a contenere la tristezza dell’averla perduta ancora una volta.

Prima di dirsi addio, gli aveva fatto promettere che non si sarebbe più tormentato per lei, e in effetti nei giorni seguenti aveva cercato di prestar fede alla sua parola.

Ora però, nel giorno di San Valentino 2029, il peso dei ricordi era tornato a farsi imperturbabile e a tormentarlo.

Era in camera sua, seduto sul bordo del suo letto e con in mano la scatoletta con l’anello “T&E”.

Quante volte si era trovato in una situazione simile, a osservare con tanta intensità quel piccolo oggettino seduto sul suo letto e in completa solitudine? Ma non era mai stato solo, finalmente lo capì. Eleanor era sempre lì con lui, anche se non poteva saperlo.

Cominciò a ridacchiare, immaginandosi la reazione che potrebbe aver avuto Ellie nel Limbo, vedendolo comportarsi così.

«E’ divertente, sai! Per dieci anni non ho trascorso un solo giorno senza rammaricarmi per non avertelo mai potuto dare, e ora scopro che tu l’hai sempre saputo! E così, vero?»

Tutto tacque.

«Sì, lo so. Non puoi rispondermi. Ma so che mi hai sentito. Io… spero solo che ti piaccia… tanti auguri Ellie, ti voglio bene.»

Nel Limbo, avvolta nell’oscurità di quel mondo vuoto, la Chipette ricambiò l’augurio di Theodore, e come lui, anche a lei si dispiacque che non potesse sentire la sua voce.

Baciò la superficie dell’anello, fedele al suo rituale. Questa volta, però, non lo ripose in un angolo nascosto di qualche cassetto o sotto il cuscino del suo letto.

Lo estrasse dalla piccola scatoletta che fungeva da custodia e dopo aver riflettuto per un momento su quanto stava per fare, se lo infilò sul polso destro a mo’ di braccialetto. Esattamente come lo aveva immaginato indossato da Eleanor il giorno dell’incidente.

Lo ammirò un po’ e lo girò sulla parte sulla quale erano incise le loro due iniziali in modo che fossero ben visibili.

«Che ne dici se lo porterò io per te?»

Non udì risposta, ma dal Limbo lei poté udire lui.

«Sì, Theo… è bellissimo. Non merita di essere chiuso in un cassetto.»

Theodore saltò giù dal letto e baciò l’aria, immaginandosi di averla di fronte a se. Poco dopo anche Eleanor lo fece.

Per quanto fosse un gesto curioso, di fronte a una distanza così sconfinata la forza dell’immaginazione era la loro l’unica via.

Theodore uscì dalla stanza e si avviò lungo il corridoio, diretto verso le scale per il piano terra, quando uno squillo di suoneria, seguito da alcuni gemiti provenienti dalla camera di Alvin e Brittany, attirarono la sua attenzione.

Normalmente l’avrebbe ignorato, ma sta volta sentiva di dover fare qualcosa per far sentire maggiormente la sua presenza in casa.

Nella stanza trovò Brittany, che tentava di salire sul comodino sopra il quale era riposto il suo cellulare. Un modello di Nokia relativamente piccolo, ma comunque ingombrante per la ridotta taglia della Chipette.

Mentre l’apparecchio squillava, lei cercava di aprire uno dei cassetti per saltarci sopra come se fosse un gradino, ma il pancione della sua gravidanza le rendeva molto gravosa l’operazione, oltre che rischiosissima nel caso avesse perso l’equilibrio e fosse caduta.

«Lascia, ci penso io.» Si offrì Theodore.

«Oh, ciao Theo… »

Theodore saltò sul letto.

«… stavo facendo un po’ di ordine nelle valige e si è messo a squillare.» Spiegò lei.

Theodore prese il cellulare dal comodino e glielo portò, ma poco prima che rispondesse, smise di squillare.

«Oh… pazienza. Grazie lo stesso. Sei stato gentilissimo, Theo.» Lo ringraziò sorridendo.

«Sì, bhe… ti avevo visto in difficoltà e ho pensato che avrei potuto essere utile.»

«E lo sei stato! Se era importante richiameranno.»

«Già. Ora ti lascio… alle vostre valige… ah, a proposito. Alvin dov’è?»

«Ha detto che andava con Dave a fare delle spese. Poi credo che andranno a prendere Mark a scuola. Oggi deve venire da noi.»

«Capisco. Bhe, ora vado… se dovessi avere bisogno di aiuto… non esitare a chiamarmi.»

«Certo, e grazie ancora.»

Theodore si girò e si avviò verso l’uscita della stanza.

«Theo, aspetta…» lo chiamò Brittany.

«Sì?»

«Ho visto che hai messo l’anello di Ellie al polso… »

Theodore guardò l’anello, focalizzando la sua attenzione sull’incisione T&E, prima di tornare a rivolgere la sua attenzione a Britt.

«Come fai a sapere che è suo?»

«Dave me ne aveva parlato, due anni fa. Lo aveva trovato sotto il cuscino del tuo letto. Credeva che l’avessi buttato via, ma quando poi lo ha visto, aveva immaginato che tu volessi tenerglielo nascosto, e così è stato zitto.»

Il chipmunk lo guardò ancora una volta. Non poteva credere a quanto aveva appena sentito. Per anni aveva cercato di tenerlo nascosto a tutti, farne un proprio personale e segretissimo feticcio, e proprio ora che si era deciso a rivelarlo al mondo, ecco scoprire che in realtà non era poi quel grande segreto.

«Certo sarebbe bello se fosse possibile rivederla ancora una volta… » aggiunse la Chipette.

«Cosa?»

«Voglio dire, tornare nel Limbo… in questi giorni mi sono chiesta se fosse possibile farlo… pensa, ho perfino sperato di sognarla, solo per riuscire a convincerla a riportarmi lì con lei… a te è successo?»

Theodore ci rifletté su. Era una conversazione strana quella in cui Brittany lo aveva appena introdotto.

«Sì, è vero. Ho desiderato tante volte di poterla rivedere, e vorrei farlo ancora una volta… ma non credo sia più possibile…»

Il volto di Brittany assunse un’espressione rammaricata.

«Già… anche se riuscissimo a entrare in un sogno condiviso con l’aiuto di Mark, non credo che lei ci permetterebbe più di raggiungerla…»

Theodore sussultò, ma senza che Brittany se ne accorgesse.

Al piano terra la porta d’entrata si spalancò, e la voce di Dave annunciò che erano tornati.

«Hanno fatto presto!» Commentò Britt, poi superò Theodore e si avviò verso l’uscita della stanza, con l’intenzione di scendere al piano terra per raggiungerli.

«Tu non vieni, Theo?» Chiese al chipmunk che era rimasto nella stanza.

«Uh, sì, sì, scusa… mi ero distratto un attimo… » le mentì. In realtà si era messo a riflettere su una frase detta dalla Chipette. Gli venne anche un’idea, e per poterla portare a termine avrebbe avuto bisogno dell’aiuto di Mark.

Si augurò solo che suo nipote sarebbe stato disposto a dargli retta.

 

9.2:

«Hey, siete già tornati?!» Disse ad alta voce Brittany dal piano superiore.

Da basso, Mark si affacciò ai piedi della scala.

«Ciao Zia Britt! Oggi a scuola c’era uno sciopero degli insegnanti, ci hanno fatto uscire prima!» Spiegò Mark con una vena di allegria nella sua voce.

Brittany ricambiò il saluto prima di vedere Dave farsi avanti per chiederle se aveva bisogno di aiuto per scendere.

«In effetti sì, per favore.»

L’uomo salì e la prese in mano. Theodore era lì nel corridoio, e quando Dave vide sul suo polso sinistro l’anello di Eleanor, i due si scambiarono in silenzio alcuni sguardi.

«Hey, Dave. Mi vieni a dare una mano? Non ce la faccio da solo!» chiese Alvin dal piano terra, alludendo alle borse della spesa che a fatica tentava di trascinare in casa.

«Sì, eccoci. Arrivo subito!»

Dave scese le scale con Brittany in mano e Theodore al seguito. Quando la appoggiò a terra, lei e il suo compagno si scambiarono un amorevole bacio per salutarsi, poi Alvin fu colto dal desiderio di parlare al suo pancione. Mentre lo faceva, appoggiando testa e orecchio sul ventre di Brittany, Dave uscì per prendere il resto della spesa dall’auto e recuperare quella che Alvin era riuscito a trascinare fino all’entrata della casa.

«Zio Theo, come ti senti?» Chiese Mark.

«Meglio del solito, a dire il vero… » lo afferrò e lo porto in disparte in un’altra stanza, guardando, nel frattempo, verso gli altri per assicurarsi che nessuno li vedesse allontanarsi «io e te dopo dobbiamo parlare. Devo chiederti un grosso favore.»

«Oh… di che si tratta?» Domandò Mark ad alta voce, ma Theodore gli fece cenno di abbassare il tono.

«Scusa.» Bisbigliò il piccolo chipmunk

«Non fa niente, comunque dopo pranzo ti spiego. Ma per favore, evita di farne parola con gli altri, ok?»

Mark era confuso, ma aveva preso in simpatia lo Zio da quella sera in cui gli aveva dato lezioni su come suonare l’armonica, perciò acconsentì.

«Ok!»

«Bene, ora torniamo dagli altri prima che si insospettiscano.»

«Sì»

Raggiunsero il corridoio dell’atrio, dove trovarono Alvin e Brittany che si stavano dirigendo alla sala da pranzo.

«Dov’eravate finiti?» Chiese Brittany.

Troppo tardi, possiamo dire addio alla segretezza, si disse tra sé e sé Theodore.

Aprì la bocca cercando le parole per improvvisare una risposta, ma fu anticipato da Mark.

«Gliel’ho detto io di venire di là con me, volevo sapere delle cose sulla Zia Ellie.»

Theodore si stupì della rapidità e della naturalezza con la quale il piccolo chipmunk aveva inventato quella menzogna. Gli tornò in mente la volta in cui Alvin disse a qualcuno di loro, anni prima, che le migliori bugie sono quelle che hanno un piccolo fondo di verità nel loro contenuto. In questo caso, Eleanor era più che pertinente. Ma non capì come faceva a conoscerla anche Mark questa regola. Che gli si sia stata insegnata dallo stesso Alvin? Ad ogni modo, ora doveva aggiungere qualcosa anche lui per dare credibilità alla bugia.

«Già, è vero… » cominciò «ma come ti dicevo, non c’è bisogno di parlarne di nascosto, puoi chiedermi quello che vuoi anche di fronte agli altri.»

«Sì, sì. Ho capito!» Resse il gioco Mark.

«Oh, ok. Comunque noi andiamo di là in sala da pranzo. Dave sta già preparando da mangiare.» Lì avvertì Brittany.

«Va bene, arriviamo subito.» Concluse Theodore.

Mentre Alvin e Brittany si allontanavano, Theo guardò Mark con espressione sgomenta per la bugia appena raccontata, e di tutta risposta il piccolo chipmunk gli fece l’occhiolino per poi dirigersi dagli altri nell’altra stanza con un ghigno soddisfatto stampato in volto.

«Questo piccoletto è pieno di sorprese» bisbigliò Theodore, parlando da solo.

 

9.3:

Il pranzo era stato particolarmente anonimo.

Niente conversazioni interessanti o riguardanti Eleanor e il viaggio nel Limbo (si erano esaurite già dal giorno prima).

L’unica cosa che spezzò la routine fu una domanda azzardata da Theodore su quando sarebbero ripartiti Alvin e Britt per New York e come risposta gli fu detto che sarebbero rimasti un’altra settimana.

Al termine del pranzo, dopo aver atteso un po’ seduto al suo posto sopra il tavolo, il chipmunk si rivolse a Dave «Dave, per caso ce l’hai ancora la vecchia armonica di Alvin? O l’hai buttata via?»

L’uomo, che stava lavando i piatti nella parte della stanza adibita alla cucina, si fermò e d’istinto ripeté il suo gesto di passarsi la mano tra la barba, riflettendo alla domanda del chipmunk.

«No. Credo che sia ancora qui, da qualche parte. Hai provato a guardare nei cassetti vicino alla tv?»

«No, ma mi dovrai dare una mano ad aprirli… » lo avvertì Theodore.

«Non c’è problema. Vieni con me.»

Dave e Theodore si diressero in salotto, seguiti da Mark, che pensava che anche questo facesse parte del “discorso” nel quale lo Zio voleva coinvolgerlo.

L’uomo raggiunse il mobile con i cassetti in questione e lì aprì uno ad uno alla ricerca dell’armonica, dopo un paio di minuti di esplorazione, la trovò.

«Trovata!» Esultò. Poi la consegnò in mano a Theodore.

«Ecco, tieni.»

«Grazie.»

«A che ti serve, se posso sapere?»

«No, niente. Volevo solo far sentire dei motivi a Mark. Sai, visto che Alvin gliene ha regalata una per il suo compleanno…»

«Ah, capisco… bhe, Ok allora. Fate pure!» Concluse Dave senza, però, riuscire a trattenersi dal fare un ampio sorriso che non passò inosservato.

«Che c’è?» Gli domandò allora Theodore.

«E’ incredibile quanto tu sia cambiato in questi giorni… sono contento che anche tu sia finalmente tornato con noi.»

Già, il nonno ha ragione. E’ cambiato tantissimo! Si disse tra sé e sé Mark.

«Già… anch’io, credo… » sussurrò Theodore «dai, vieni con me, Mark.» Lo chiamò poi.

«Hey, aspetta! Dove andate? Non vi mettete qua in salotto?»

«No, Dave. Andiamo di sopra nella mia stanza.» Obbiettò Theodore.

«Ah… d’accordo.»

I due chipmunk, Zio e nipote, si avviarono sulle scale per il piano superiore.

«Vuoi farmi delle ripetizioni di armonica, Zio Theodore?» Domandò poco dopo Mark.

Theodore non rispose subito, ma aspettò di percorrere altri quattro gradini prima di cominciare a parlargli bisbigliando.

«No.» Gli rispose con una risposta secca, e per la seconda volta lo invitò a gesti di parlare a bassa voce.

«Ok… ma quindi? Perché hai chiesto al nonno Dave l’armonica?»

«Perché non volevo che si insospettissero.»

«Non capisco… insospettirsi per cosa?»

«Aspetta che arriviamo nella mia stanza e te lo dico.»

Percorsero quindi anche il corridoio del piano superiore, fino a giungere alla stanza di Theodore. Il chipmunk chiuse la porta e iniziò a parlare.

«Mark, dimmi una cosa… »

«Sì, Zio Theo?»

«Ecco, questa cosa del Viaggiatore dei Sogni, come funziona?»

Dalla sua espressione, Theodore si rese conto che Mark non aveva capito la domanda.

«Voglio dire, com’è controllare i sogni e poterli modificare a piacimento?» Aggiunse.

«Ah… bhe, è strano… delle volte è come con il… pongo… sì, come il pongo! Posso fare quello che voglio semplicemente pensandolo! Altre volte però… per esempio con la Zia Eleanor e la Mamma… non lo so… loro sanno fare delle cose che io proprio non capisco… la Zia per esempio, con quella cosa del Limbo. E’ strano. Devo ancora allenarmi molto.»

Theodore rimuginò sulle parole del nipote. Cominciò a chiedersi se Mark sarebbe riuscito a fare quello che lui avrebbe voluto, o per lo meno, se ci avrebbe mai provato.

«Perché me lo hai chiesto?» Lo anticipò il piccolo chipmunk.

Theodore cercò di eludere la domanda.

«Dimmi una cosa, se adesso mi mettessi a dormire, credi che potresti rifare la cosa che hai fatto l’altra volta?»

Mark era confuso.

«In che senso?»

«Voglio dire, entrare nel mio sogno, fare le cose che i tuoi poteri da Viaggiatore dei Sogni ti permettono?»

Il piccolo rimuginò sulle parole dello Zio per una manciata di secondi.

«Hmm, credo di sì, ma dovrei dormire anch’io, e la mamma non vuole che faccia sogni condivisi senza la sua presenza… »

«Ah sì? Eppure la Zia Eleanor aveva detto che non era stata colpa tua se i tuoi precedenti sogni si erano distrutti. Era lei che cercava di portarvi nel Limbo.»

«Sì, però la mamma vuole comunque che mi eserciti insieme a lei… sai, nel caso dovessi perdere il controllo del sogno e… ma, Zio… » Mark spalancò gli occhi dalla sorpresa, forse aveva capito a cosa Theodore puntasse «vuoi… vuoi chiedermi di riportarti nel Limbo?!»

Anche Theodore si stupì. Suo nipote era riuscito a coglierlo alla sprovvista ancora una volta. Era sicuro di non aver fatto parola sul fatto di voler tornare lì. Gli aveva solo chiesto se fosse stato possibile portarlo con se in un sogno condiviso, ma nonostante ciò, Mark era riuscito ad arrivare al punto prima ancora che Theodore trovasse le parole per chiederglielo. Forse era per effetto degli anni trascorsi in quasi totale silenzio e solitudine, che lo hanno fatto diventare meno furbo di quanto credeva di essere, oppure era solo suo nipote a essere più sveglio di quanto non avrebbe dovuto esserlo alla sua età.

«No Mark. So che non puoi farlo… » iniziò a spiegare.

«E allora perché?» Lo interruppe precipitosamente il ragazzino.

«Bhe… » rifletté sulle parole da usare per la risposta, consapevole che da qualche altra parte, in un altro mondo, Eleanor probabilmente lo stava già ascoltando «vorrei che tu mi portassi con te in un sogno condiviso… e io poi… » si fermò ancora una volta e prese una lunga boccata d’aria, strinse i pugni e si preparò a concludere la frase «chiederò alla Zia Ellie di riportarci lei nel Limbo… »

 

9.4:

Le carte erano al banco. La richiesta a suo nipote Theodore gliel’aveva fatta, e ora attendeva la sua reazione, sperando di non dover insistere troppo per doverlo convincere.

«Io… io non so… » farfugliò Mark.

Theodore sospirò.

«Mark, quello che ti sto chiedendo è difficile, è vero. Ma vorrei solo parlarle ancora una volta. L’altro giorno non ho avuto il tempo per farlo. Vorrei solo un’altra occasione… » mentre spiegava, oltre che a convincerlo, si augurava anche che dal Limbo Eleanor lo stesse ascoltando, e fosse disposta ad assecondare la sua volontà benché gli avesse espressamente detto di andare avanti e non cercare più di raggiungerla «una sola volta. Dopo non te lo chiederò più!»

«Zio Theodore, io… vorrei aiutarti, ma ho paura. E se poi ci dovessero essere problemi nel sogno? La mamma sa sempre cosa devo fare per uscire, ma non ho mai controllato un sogno condiviso senza di lei… e se qualcosa dovesse andare storto io non riuscirò a riportarci fuori?»

«E’ davvero così pericoloso?» Chiese Theodore, perplesso.

«Sì! La mamma me l’ha spiegato. Secondo lei, se un sogno dovesse collassare mentre noi stiamo ancora dormendo, potremo non riuscire più a svegliarci!»

Come in un coma, pensò Theodore. Improvvisamente gli tornarono a mente le sensazioni provate durante quei tre anni seguenti all’incidente, quando lui stesso era ridotto allo stato vegetativo. Allora era riuscito a uscirne, ma sta volta? E se fosse successo anche a Mark?

Dopo aver trascorso un terzo abbondante della sua vita con la convinzione di essere in qualche modo responsabile della scomparsa di Eleanor, non poteva permettere che un’altra tragedia colpisse la loro famiglia finalmente riunita, tanto meno se questa volta oltre a lui sarebbe stato coinvolto anche il piccolo Mark.

«Zio Theo… ?»

«Uh? Oh scusa, ero sovrappensiero… senti, hai ragione… è rischioso. Lasciamo perdere.» Decise.

«Sei sicuro?» Gli chiese il nipote.

Rifletté per alcuni secondi.

«Sì… torniamo dagli altri. E scusami, non avrei mai dovuto chiederti una cosa del genere.»

Si avviò per uscire dalla stanza, ma Mark lo fermò.

«Aspetta!»

Theodore si voltò.

«Sì?»

«Io vorrei… vorrei provare!» Annunciò.

Non c’è due senza tre. Ancora una volta, il piccolo chipmunk era riuscito a cogliere di sorpresa suo Zio.

«Mark, ora te lo chiedo io: sei sicuro?»

«S-sì!» Qualcosa nella sua voce fece capire che non ne era del tutto certo. Per un istante stava per fare marcia indietro, ma poi decise che avrebbero dovuto almeno tentare.

«Ok, quindi, se ne sei convinto… che dobbiamo fare? Ci mettiamo a dormire?» Domandò cercando di mantenere un atteggiamento calmo e controllato. Almeno esteriormente, perché dentro di se scoppiava di gioia come quando rivide Ellie per la prima volta nel Limbo.

«Sì, basta solo questo. Almeno per iniziare.»

«E per raggiungere il Limbo? Come abbiamo fatto l’altra volta?»

«Non lo so… forse dovremo provare a chiamare la Zia Eleanor e sperare che ci porti da lei… »

Il chipmunk adulto rimuginò sulle parole del giovane. Provò anche a pensare a un piano B, qualcosa che potessero fare in caso Eleanor non fosse riuscita a condurli nel suo mondo o avesse deciso di ignorarli, ma non gli venne in mente niente.

«Bhe, se vogliamo arrivare da lei non c’è molto altro che possiamo fare, giusto, Mark?»

«Già…»

«Ok… allora saltiamo sul mio letto e dormiamo. E buona fortuna, ragazzo.»

«Grazie, Zio. E buona anche a te, spero che riusciremo a raggiungere la Zia.»

«Lo spero anch’io… dai, su. Andiamo a dormire.»

 

9.5:

Theodore si addormentò subito, e in men che non si dica, era già in un sogno.

Era strano. Normalmente, sognando, c’era sempre una strana sensazione di realismo in quello che si viveva. Non ci si rendeva conto di essere dentro a un sogno fintanto che un qualche elemento insolito o ricorrente non facesse capire che in realtà si stava, appunto, sognando. Questa volta, però, Theodore era pienamente conscio della cosa.

Da quello che aveva capito dai discorsi di Jeanette e degli altri, questo era un effetto collaterale del vivere un sogno condiviso con un Viaggiatore dei Sogni. Era una sensazione simile al ricercare il volto di una persona in particolare in una foto di gruppo. Nel momento in cui si identifica la faccia cercata, ritrovarla tutte le successive volte non richiede alcuno sforzo. Allo stesso modo. Dopo la prima esperienza di condivisione del sogno, si imparava e distinguere chiaramente la realtà dal mondo immaginato nella propria fase rem.

Il Mondo del Sogno dentro il quale si trovò Theodore era ambientato all’interno di un luogo che lui identificava come la casa della famiglia di Simon, si chiese quindi se Mark non lo avesse già condotto da lui.

Lo chiamò ad alta voce un paio di volte, e non ricevendo risposta, cominciò ad esplorare le stanze. Entrò prima nella cucina, che però era più simile a quella di Dave che non a quella di suo fratello, poi andò nel salotto, e ricordandosi della porta che conduceva alla terrazza con vista sulla città, si diresse verso quella direzione.

Uscì fuori, e improvvisamente non era più nell’appartamento di Simon e Jeanette. Era sul tetto di un enorme grattacelo. Il pavimento di cemento bianco rifletteva i raggi di un sole intenso che allungava i suoi raggi di luce sulla città.

Camminò fino al margine del palazzo e guardò verso i grattaceli in lontananza.

Si sentì come se fosse sul tetto del mondo e l’abisso davanti a se gli infondeva una strana sensazione di sollievo.

Provò il desiderio irrefrenabile di fare un passo in avanti e di lasciarsi precipitare nel vuoto. Sì, lo voleva fare, lo doveva fare. Alzò la gamba destra e molto lentamente, la allungò in avanti.

«Zio Theo?»

Era Mark.

Sentire la sua voce lo fece tornare in se.

«Mark? Bene, ce l’hai fatta! Siamo nel tuo sogno.»

Il piccolo chipmunk si guardò intorno disorientato.

«Veramente… questo è il tuo, Zio.» Obbiettò.

Theodore spalancò gli occhi.

«Sei sicuro?»

«Sì. Al cento per cento. Non sono ancora bravo a portare gli altri nei miei. E’ molto più facile quando devo raggiungervi.»

Theo si voltò verso il baratro che si estendeva al bordo del grattacelo su cui si trovavano. Aveva davvero sognato lui quel luogo? Perché?

«Credi che riusciremo a contattare Eleanor da qui?» Domandò al nipote con voce malinconica.

«Non saprei… credo che non importi molto in che sogno ci troviamo.»

In questo caso, dovevano solo chiamarla. Chi sa se li avrebbe ascoltati? Si chiese Theodore.

«Ellie… » la chiamò ad alta voce «se veramente puoi vederci e sentirci… allora probabilmente sai perché siamo qui. Per favore, se puoi portarci ancora una volta da te, io… ti supplico… voglio poterti parlare solo un’altra volta… »

Dopo di ciò, entrambi restarono in silenzio, aspettando un’eventuale risposta, che non ci fu.

«Ellie, lo so che mi hai detto di andare avanti, ma… »

«Forse non può sentirti da qui…» si intromise Mark.

«… non chiedo altro che di rivederti per una sola volta. Una sola, poi te lo prometto, andrò avanti come tu vuoi!» Continuò Theodore, ignorando le parole del nipote.

Ancora una volta, nessuna risposta.

«Ellie… »

Era tutto inutile. Se Eleanor poteva sentirlo, Aveva deciso di non ascoltarlo.

Theodore abbassò lo sguardo, sconfitto. Tutte le sue speranze di rivederla morirono in quel preciso momento.

Mark se ne stette in disparte. Avrebbe voluto fare qualcosa per aiutare lo Zio, per condurlo nel Limbo da Eleanor, senza dover aspettare che fosse lei a farlo.

Quel giorno aveva chiesto a mamma e papà di poter andare dal nonno Dave e dagli Zii solo per poter passare un po’ di tempo con loro, in particolare, con lo Zio Theodore.

In effetti ora stavano passando del tempo insieme, ma trovarsi in un sogno condiviso, in cima al tetto di un colossale grattacelo partorito dalla mente di suo Zio, mentre questi cercava invano di contattare la Zia defunta, non era esattamente ciò che avrebbe voluto per la giornata.

Si diresse verso di lui e gli appoggiò una mano sul braccio sinistro, sfiorando con le dita il metallo di quello che aveva l’aspetto di un anello. Per un attimo, si lasciò distrarre dall’ornamento e si chiese se lo avesse avuto da sempre o se era una cosa recente, dato che era la prima volta che Mark lo vedeva.

«Zio Theo… ?» Lo chiamò.

La voce del nipotino, così innocente e premurosa, gli fece tornare in mente se stesso da giovane. Prima dell’inizio di tutta quell’assurda storia.

«Cosa c’è, Mark?»

«Va… va tutto bene?»

Una domanda che fece rivivere nella mente di Theodore tanti ricordi. Diavolo, quanto voleva che tutto finisse. Che si svegliasse e scoprisse che quei sedici anni erano tutti frutto di un orribile sogno.

«Non lo so, piccolo… non lo so.» Rispose con rammarico.

«Cosa facciamo ora?»

Già, cos’altro potevano fare? Il piano B non era riuscito a trovarlo.

Sospirò.

«Rinunciamo… facci risvegliare, è stato un bel tentativo…»

«Ok…»

Mark stava per cominciare a concentrarsi per farli uscire dal sogno, quando un’improvvisa scossa sismica a lui molto famigliare, fece tremare il pavimento sotto i loro piedi.

 

9.6:

Dopo quella primissima scossa. Talmente breve e fulminea che Theodore cominciò a pensare di essersela immaginata, ne seguì poco dopo un’altra serie.

«Zio, ci siamo! E’ lei!» Esultò Mark, mentre sotto di loro il tetto del grattacielo su cui si trovavano cominciò a disgregarsi rapidamente.

«Ne sei certo?» Chiese Theodore, cercando nel frattempo di mantenere l’equilibrio.

«Sì sì! Le riconosco queste scosse! La Zia Eleanor ci ha sentito, evvai!!»

Grazie, Ellie. Sussurrò Theodore. Con una voce talmente flebile da essere quasi un pensiero.

Alcune crepe cominciarono ad aprirsi circondandolo a 360°, formando tutto intorno a lui una ragnatela di fenditure, mentre frammenti sempre più grossi del pavimento cominciarono a staccarsi e cadere nel vuoto.

Lo stato d’animo di Mark passo tutto d’un tratto dall’entusiasmo alla confusione. Osservò le crepe che circondavano Theodore e le confrontò con l’ambiente circostante. Normalmente, quando le scosse iniziavano, tutto il mondo del sogno crollava in modo progressivo e uniforme, ma sta volta era diverso. I palazzi sullo sfondo erano perfettamente intatti, così come il grattacelo nel quale si trovavano. Solo il tetto sembrava accusare delle scosse sismiche, e solo nel punto in cui era fermo Theodore.

«C’è qualcosa che non va… » Costatò il piccolo Viaggiatore.

Suo Zio guardò d’improvviso verso di lui.

«Che vuoi dire?»

Non fece in tempo a sentire la risposta. Una voragine dal diametro leggermente più ampio del corpo di Theodore si aprì sotto i suoi piedi facendocelo precipitare dentro, come in un pozzo senza fondo. Mentre cadeva verso l’oscurità, guardando verso l’alto, riuscì a vedere solo il nipote sporgersi dal bordo e sentirsi chiamare da lui urlando, dopo di che la sua voce fu coperta dallo stridio di vetro su lavagna, seguito dal tipico lampo di luce bianca che preavvisava il passaggio dalla realtà del sogno al Limbo di Eleanor.

 

9.7:

Era sospeso nel vuoto, ma sta volta gli ci vollero pochi istanti per capire come tornare con i piedi per terra.

La prima cosa che fece in seguito era di cercare il nipote, senza però riuscire a trovarlo.

Dov’era finito? E cosa voleva dire con quella frase?

Alle sue spalle gli sembrò di vedere una piccola luce, e voltandosi si trovò di fronte Eleanor.

«Ciao, Theo.»

«Ellie… do-dov’è Mark?»

«Lui? E’ rimasto di sopra.» Gli indicò con l’indice un punto impreciso sopra le loro teste.

«Di sopra? Vuoi dire… nel Mondo del Sogno?»

«Sì. Era troppo pericoloso portarlo quaggiù con noi. Ho preferito lasciarlo nel sogno, da dove sarebbe potuto uscire con maggior facilità» Spiegò lei.

«E’ vero… anche lui lo diceva che sarebbe stato un viaggio pericoloso… però io… credevo che avessi bisogno della presenza di un Viaggiatore dei Sogni per farmi uscire dal Limbo?»

«Bhe, in effetti è così. Ma sai… » si allontanò da lui dandogli le spalle, e mentre parlava, osservava un punto vuoto nell’orizzonte di fronte a se «visto che sta volta sei da solo, forse non sarà necessario… »

Theodore si passò la mano tra i capelli e la pelliccia, e benché da alcuni giorni (da quando aveva rivisto Eleanor la prima volta) il pelo era ricominciato a crescergli nelle zone dove gli era caduto, solo ora si rese conto di quanto fosse glabro in certi punti.

«Mah… io continuo a non capire. Insomma, che centrano i sogni con l’aldilà?» La sua era una domanda retorica, e Eleanor l’aveva capito, tuttavia aveva deciso di rispondergli comunque.

«La morte e il sonno non sono poi così diverse, Theo. Alla fine ci sono sempre un risveglio e la consapevolezza di dover intraprendere un cammino. Sono due realtà molto simili, la sola differenza è quello che voi percepite come “Vita”.»

Stette in silenzio, aspettandosi una risposta che non ci fu. Si voltò in direzione di Theodore e vide che la stava guardando con un’espressione strana in volto.

«Cosa c’è?» Gli chiese.

«Sei così diversa… » camminò verso di lei «quasi non ci credo che sei la Eleanor che avevo conosciuto da giovane.»

Le afferrò delicatamente le braccia e, accarezzandola, face scendere lentamente le mani fino alle sue, per poi afferrargliele.

Era questo quello che avrebbe voluto l’altra volta. Un momento romantico insieme, solo loro due e nessun altro.

«Anche tu, Theo… » si abbracciarono e cominciarono a dondolare lentamente, seguendo il ritmo di una canzone immaginaria che solo i loro cuori sentivano «non sai quante volte ho pianto vedendo come ti eri ridotto. Quante volte ho desiderato di poterti parlare solo per supplicarti di tornare in te.»

«Non sapevo che i fantasmi potessero piangere.» Scherzò Theo.

«Eheh. Nemmeno io, finché non mi era successo la prima volta.»

Ne seguì un piccolo momento di silenzio, durante il quale i due continuarono la loro dolce danza.

«Scusami Ellie… scusami per tutto. Sono stato uno stupido.»

«Non fa niente, Theo. Ormai è passato. Pensa solo ad andare avanti quando uscirai da qui. E questa volta, promettimi che non mi cercherai più.»

Avrebbe voluto obbiettare, ma lei gli aveva dato una seconda occasione, accettando di riportarlo nel Limbo un’altra volta. Ora doveva darle retta.

«Sì. Te lo prometto.»

Eleanor sorrise. Era felice. Durante il loro primo incontro anche lei avrebbe voluto un momento come quello da trascorrere con Theodore.

Fisicamente, i loro corpi erano diversi. Lei era rimasta giovane, mentre lui era invecchiato nel corso di quei sedici anni. Ma le loro menti erano maturate insieme, e insieme avevano sofferto la distanza che li divideva.

Theodore si scostò un istante da lei e scoprì la manica sinistra della felpa, rivelando l’anello, che lo aveva seguito nel sogno e poi nel Limbo.

«Vorrei… vorrei farti vedere questo. Anche se forse sai già di che si tratta… »

Eleanor prese la mano di Theodore tra le sue e guardò con grande attenzione l’anello, Accarezzando anche la scritta T&E incisa sopra prima di lasciarlo andare.

«Sì. Lo avevo visto già dal primo giorno. Da quando lo avevi trovato dentro quel cassetto della scrivania. Anche oggi, quando avevi deciso di indossarlo per me. E’ bellissimo, Theo.»

Il chipmunk lo guardò ancora una volta. Lo portava con se da un solo giorno, e già gli sembrava di portarlo da tutta una vita.

Se lo sfilò dal polso e continuò a fissarlo ancora per un po’, tenendolo tra le mani.

«Theo?» Lo chiamò Eleanor.

Il chipmunk fissò negli occhi la sua amica e nel frattempo afferrò il suo braccio.

Mentre la Chipette lo lasciava fare in silenzio, lui faceva scorrere dentro l’anello, la sua mano fino all’avambraccio.

«Oggi è il giorno di San Valentino, Ellie… oggi come sedici anni fa. Tanti auguri… ti voglio bene.»

Gli occhi della Chipettes si inarcarono in uno sguardo gioioso e la sua bocca si allargò in un grande sorriso.

«Grazie, Theo… grazie.»

Si allungò verso di lui e lo baciò sulle labbra. Il loro primo bacio.

«Che strano dartelo proprio adesso.» Commentò Theodore poco dopo.

«Già.»

Il chipmunk sospirò.

«Quando vorrei poter tornare indietro nel tempo fino a quel giorno, e fare qualcosa per impedire l’incidente.»

«Sì, è vero. Anch’io ho pensato un sacco di volte di doverlo fare… »

Eleanor guardò l’anello per un’altra volta e poi allungò le braccia verso Theodore per abbracciarlo ancora, lui però la allontanò.

«Aspetta!»

Lei si arrestò.

«Che c’è?»

«Cosa volevi dire con “ho pensato un sacco di volte di doverlo fare” ?!»

Eleanor ebbe un tremito che si sforzò di rendere il più impercettibile possibile, ma non fu certa di esserci riuscita.

«N-nulla… solo che… anch’io vorrei poter fare qualcosa per tornare indietro nel tempo, tutto qui!» Cercò di essere il più convincente possibile.

Sul volto di Theodore si formò un ghigno.

«No. Tu non hai detto “ho pensato un sacco di volte di volerlo fare”! Hai detto “di DOVERLO fare”! Che intendi? E’ possibile tornare indietro nel tempo?»

«No, non ho mai detto questo!» Ma la voce di Eleanor era sempre più incerta e preoccupata, e Theodore se ne stava rendendo conto.

«Non mentirmi! Il tuo linguaggio del corpo dice già tutto!» Avanzava sicuro di se verso Eleanor, che al contrario di lui, indietreggiava spaventata.

«Theo… per favore, fermati! Ti… ti sto dicendo la verità, credimi!»

«E’ uno dei vostri poteri, confessa!»

«No! Non è così! Non c’è modo di tornare indietro nel tempo!!» Urlò la Chipette.

Theodore continuò ad avanzare verso di lei, voleva sapere la verità, che era certo, Eleanor gli stava nascondendo.

Era a pochi centimetri da lei quando la vide guardare improvvisamente verso l’alto, in un punto imprecisato dell’oscurità. Fu un’azione talmente strana che anche Theodore si fermò e guardò verso la stessa direzione.

In seguito entrambi tornarono a guardarsi negli occhi, e mentre Theodore continuava a chiedersi il perché di quello che avevano appena fatto, l’espressione di Eleanor era invece di rammaricata rassegnazione.

«Addio, Theodore.» Gli disse. E subito dopo ci furono lo stridio e il lampo bianco.

 

9.8:

Si risvegliò nella sua camera da letto, intorno a lui, le Chipettes e suo fratello Alvin, oltre a Mark e Dave.

Ebbe la vista annebbiata per alcuni secondi, come la precedente volta che era uscito dal Limbo, e gli altri aspettarono che si riprendesse.

«Ma… che sta succedendo?!» Domandò poi.

«Mark ci ha detto cosa gli hai fatto fare! Non riuscivamo più a svegliarti! Abbiamo dovuto far chiamare Jeanette a lavoro per venire a tirarti fuori dal sogno!» Gli spiegò Dave.

Quindi era questo. Eleanor aveva percepito la presenza di Jeanette in un sogno che tentava di risvegliarlo, e servendosi di lei per il potere dei Viaggiatori di Sogni, lo aveva fatto uscire dal Limbo prima che lui la costringesse a dirgli la verità sul ritorno nel passato.

«Eleanor… io… devo tornare subito da lei! Possiamo correggere tutto, possiamo cancellare ogni cosa… » tentò di spiegare.

«No, adesso basta con i viaggi nei sogni! Da questo momento, MAI PIU’!» Urlò Jeanette, furibonda.

I suoi occhi sembravano iniettati di sangue. Niente avrebbe potuto farle cambiare idea.

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