7: Il medium

7.1:

11 FEBBRAIO 2029

Durante il proseguire della notte, Simon sognò ancora.

Questa volta non aveva a che fare con la sua famiglia. Non c’era una Jeanette apprensiva che cercava di placare i poteri di suo figlio Viaggiatore dei Sogni.

No, in questo sogno Simon vide Eleanor.

Per la prima volta da sedici anni gli era apparsa in sogno.  Era difficile mettere a fuoco l’ambiente circostante che stava intorno o loro, solo la defunta Chipette gli appariva vivida e materiale, e avevo lo stesso aspetto che ebbe la vera Eleanor il giorno dell’incidente.

Ma poi cosa successe? Si parlarono? Si dissero qualcosa?

Quando la mattina, Simon si svegliò, non ricordava quasi nulla del sogno e dovette sforzarsi per preservare quel poco che ancora riusciva a ricordare.

Nella stanza entrò Jeanette, che saltò sul letto dove costatò che il marito era già sveglio.

Gli diede un bacio sulle labbra e gli disse «La colazione è pronta, tesoro.»

«Arrivo subito.»

Poi, mentre lei usciva dalla stanza, Simon si alzò e si mise a sedere sul bordo del letto.

Il sogno di Eleanor continuava insistentemente a martellargli nella testa, benché non ricordasse quasi nulla. Era convinto che a restargli impressa sarebbe stata l’esperienza avuta nel corso della notte con il sogno condiviso con la sua famiglia, di certo non questo.

C’era qualcosa di strano, si disse tra sé e sé, che però non riusciva a comprendere.

Andò nella cucina, dove c’era il tavolino taglia–Chipmunk dove erano soliti mangiare. Era stato apparecchiato con un bicchierino di plastica (dello stesso tipo usato da Jeanette la sera prima per dare l’acqua a Mark per la pastiglia) e riempito con del caffè fumante appena preparato, che Simon bevé amaro e tutto d’un fiato.

Jeanette era lì, e non poté non notare la stranezza di quel gesto.

«Da quand’è che bevi il caffè amaro?»

«Oh…sul serio? E’ vero… non… non me ne sono accorto… » Le rispose balbettando.

«C’è qualcosa che non va? E’ per quello che ho detto sta notte? Lo sai che non ti avrei mai mandato a dormire sul divano… »

«No, no, non è per questo… bhe, lascia stare… dov’è Mark?» Chiese tentando di sviare dal discorso.

«Sta ancora dormendo…»

Ma in quel momento il piccolo fece capolino nella stanza.

«Ciao Mamma, ciao Papà.»

I genitori ricambiarono il saluto.

«Come stai? Hai fatto altri sogni strani?»

«Non lo so, Mamma, ma credo di no.»

«E il mal di testa?» Aggiunse Simon.

«Mi è passato. Non mi fa più male.»

«Bene, allora vieni a fare colazione, il latte è pronto.» Concluse Jeanette.

Nel frattempo Simon si alzò dalla sedia.

«Io vado di là a telefonare ad Alvin, intanto.»

Uscì dalla stanza e si diresse sul comodino dove era riposto il loro telefono fisso (un apparecchio che nonostante il progresso, non era ancora stato rimpiazzato), compose il numero di casa di Dave e attese la risposta.

Fu una voce femminile, quella di Brittany, a pronunciare il “pronto” di risposta e dopo un breve saluto e un rapido scambio di parole, la linea fu passata ad Alvin.

Non persero tempo in convenevoli. Si dissero solo che si sarebbero incontrati ai cancelli dell’ L.A. National Cemetery per le 11.00 in punto, poi si salutarono con un “a dopo” reciproco.

Simon diede una rapida controllata al display elettronico dell’apparecchio telefonico, dove era indicato che in quel momento erano le 09.03.

Il loro incontro al cimitero era previsto tra due ore.

Costatato ciò. Tornò in cucina.

 

7.2

(L.A. National Cemetery)

La famiglia Seville al completo, eccetto il piccolo Mark, che era rimasto a casa, si era riuscita quella mattina per andare a far visita a Eleanor al National Cemetery di Los Angeles.

Ognuno si era presentato con indosso dei completi eleganti e neri in segno di lutto.

Benché in altre occasioni le avevano fatto visita in abiti quotidiani, questa era, se così si poteva definire, una situazione “speciale”, dal momento che era  la prima volta che andavano da lei tutti insieme.

Durante quella mattina non ci furono molti scambi di dialoghi tra i vari Seville. Dopo un discreto saluto, una volta incontratisi alle 11.00 come d’accordo, varcarono subito la soglia del cimitero e iniziarono a percorrere il sentiero ghiaioso che li avrebbe condotti alla tomba della loro amica e sorella.

Non dovettero percorrere molto, poiché il lotto in cui riposava non era molto distante.

Theodore non era mai riuscito ad affrontare con serenità quelle visite, che anzi, lo spingevano a distaccarsi sempre di più dalla realtà nel quale si rifiutava di vivere, ma questa volta, forte dei cambiamenti avvenuti in seguito al ritorno di Alvin, trovò la forza di fare una cosa che si era sempre rimpianto di non essere riuscito a fare.

Mentre il resto della famiglia restava in silenzio a osservare le sue azioni, Theodore si avvicinò alla sua lapide e vi ripose alla base un piccolo mazzo di tulipani rossi, alcuni tra i fiori preferiti in assoluto di Eleanor, dopo di che, si inginocchio di fianco al mazzo e restò in silenzio.

Se stesse pregando, o solo parlando in silenzio con la sua amica, gli altri non lo capirono.

Dopo un po’, furono Brittany e Jeanette a fare la prossima mossa avvicinandosi alla lastra sepolcrale della loro sorella.

Dissero ad alta voce che Ellie mancava loro moltissimo, ma per il resto, come per Theodore, la maggior parte delle emozioni che provavano restarono confinate ai loro pensieri.

Le facevano visita frequentemente. Jeanette almeno una volta al mese e Brittany ogni volta che aveva la possibilità di tornare a Los Angeles, e per loro trovarsi in quel luogo, così come per Dave e Simon, non creava più quel disagio e quella sensazione di malessere che ci fu i primi tempi. Si poteva dire che ormai erano abituate all’idea che Eleanor non era più con loro.

Per Alvin invece le cose furono diverse. Come ormai è stato detto più e più volte, era stato lontano da Los Angeles per 10 anni, e la visita alla tomba della Chipette era un’altra di quelle cose che si potevano aggiungere all’elenco dei doveri dai quali era sempre fuggito.

Mentre si avvicinava al suo giaciglio eterno, prendendo il posto di Brittany e Jeanette, con Theodore che continuava a rimanere inginocchiato sulla metà di destra della lapide, cercò di prepararsi mentalmente un discorso da fare.

Si chinò su di essa e guardò per un attimo la sua foto incisa sopra, appoggiò una mano sulla pietra tombale e prese una lunga e profonda boccata d’aria per prepararsi al discorso. Quindi iniziò.

«Ciao Ellie. E’… è passato tanto tempo… lo so. Io volevo, sai… volevo solo chiederti scusa per tutto. Per il modo in cui mi sono comportato, per il fatto di non essere mai venuto a trovarti… »

Brittany, di fianco agli altri, ascoltava attentamente le parole del suo compagno, e commossa del suo discorso, cominciarono a scendere le lacrime sul viso, bagnandole la pelliccia sulle guancie e facendole provare un brivido di freddo.

«… Ero convinto di essere cresciuto… credevo che lasciandomi tutto alle spalle e dimenticandomi del passato sarei potuto essere felice. Ma mi sbagliavo. Usavo il mio lavoro come scusa per non tornare più qui a casa… per non dover più affrontare le conseguenze della tua morte… » Dovette fermarsi. Le parole gli uscivano a sbiascichi.

Si sforzò di contenere le lacrime che anche a lui stavano iniziando a colare. Prese un’altra profonda boccata d’aria e riprese.

«Però ora sono qui… e… e spero che tu, da lassù, mi voglia perdonare. Mi manchi, manchi a tutti noi… e ti prometto che non sbaglierò più. Sono tornato, e voglio recuperare tutto il tempo perduto con i miei fratelli, con Dave e con Jeanette…» si alzò.

Poggiò le labbra sulla foto di Eleanor, più precisamente sulla guancia sinistra, e la baciò. Era un’azione insolita per lui, che però gli venne spontanea.

«Grazie, Alvin.»

Era Theodore, ancora inginocchiato e ancora a occhi chiusi, ma era lui ad averlo ringraziato. Alvin capì il perché. Lo stava ringraziando per le parole dette a Eleanor.

Mentre quella scena continuava a seguire il suo corso, Simon invece non riusciva a fare a meno di pensare al suo sogno. E il fatto di trovarsi proprio lì, di fronte alla tomba di Ellie non faceva che alimentare questa sua ossessione.

Doveva pur significare qualcosa.

«Non riesco ancora a credere che siano parole sue, quelle che ho appena sentito!» Intervenne Dave, rivolgendosi a Simon.

«Uh?» Emise lui.

«Parlo di Alvin, sai, ti ho visto pensieroso. Immagino sia per quello che ha appena detto nel suo discorso.»

«Oh, no… non è per quello, è… bhe, non ha importanza.»

«Che succede, Simon?»

«E’ solo che continuo a pensare a una cosa che mi sta ossessionando, ma non è niente, dico davvero.»

Potevano essere solo delle coincidenze?

Ieri era stato il compleanno di suo figlio, e poche ore dopo, ecco giungere la scoperta che anch’egli, come la sua versione adulta conosciuta molti anni prima, era divenuto un Viaggiatore dei sogni.

Anime destinate a non venir mai al mondo, confinate in una dimensione onirica dove l’unico scopo a cui possono adempiere è di introdursi nei sogni dei “Vivi” per alimentare le loro esistenze eterne. Ma un giorno una di esse decise di ribellarsi al destino, e di modificare gli eventi a suo favore per far sì che potesse nascere e condurre una vita normale tra i viventi. Una vita che però ora non poteva più essere definita tale, dato che quei poteri di cui godeva nella sua precedente esistenza lo hanno seguito anche in questa, rendendolo di fatto un essere unico  nel suo genere. Un essere che era anche suo figlio. Il figlio di Simon e Jeanette. Un piccolo chipmunk di appena dieci anni, divenuto improvvisamente possessore di un potere immenso.

Il sogno di Eleanor era un indizio per qualcosa di importante. La sua ipotesi Simon ce l’aveva, ma gli sembrava allo stesso tempo impossibile e fantastica. Troppo per poter essere vera.

Se un sogno condiviso la sera precedente bastava per confermare che Mark fosse divenuto davvero un Viaggiatore dei Sogni, questo significava che forse era anche in grado di collegarsi con il mondo dei Viaggiatori, e se poteva davvero collegarsi a un mondo di anime mai nate, era possibile che fosse in grado di contattare anche i defunti?

Impossibile da una parte, verosimile dall’altra.

Suo figlio potrebbe essere divenuto il primo autentico medium di tutti i tempi! L’idea entusiasmò Simon, ma poi il suo lato razionale da professore d’Università prese il sopravvento. Non hai alcuna prova per dimostrarlo. Sono solo farneticazioni fantasiose. I vivi sono i vivi, mentre i morti devono essere lasciati al loro riposo eterno, si disse tra sé e sé.

Mentre tornarono a casa con l’auto di Dave, Simon non emise una sola parola per tutto il viaggio, e dato il contesto, nessuno aveva fatto molto caso al suo silenzio. Quando, però, decise di tornare a parlare e di spiegare a tutti la sua idea, non solo ottenne finalmente l’attenzione di tutti, ma ricevette anche un inaspettato e violento schiaffo da sua moglie Jeanette, che ora lo guardava con un espressione furibonda e di sgomento.

 

7.3:

«Scordatelo!!» Urlò lei.

«Ma… Jean…»

«No! Mai e poi mai! Ti rendi conto di quello che stai dicendo?! Ti sei dimenticato che è di tuo figlio che stai parlando?!»

«Bhe, non credi che forse sarebbe meglio parlarne con lui prima di prendere decisioni affrettate!»

«Potrei dirti la stessa cosa!!»

«Io non ho deciso niente! La mia era solo un’idea! Credevo che vi avrebbe fatto piacere sapere che forse c’era una possibilità per…»

«Per cosa?! Fare una seduta spiritica!?! Vuoi metterti intorno a un tavolo e farci tenere tutti per mano a occhi chiusi recitando formule magiche e riti voodoo?»

«Adesso basta, fatela finita tutti e due!!» Intervenne Dave, nel tentativo di placare la discussione tra Simon e Jeanette. «Prima di tutto, cos’è questa storia? Perché dici che Mark sarebbe in grado di entrare in contatto con lo spirito di Eleanor? Insomma, fatemi capire!»

Simon restò sgomento. Guardò verso Jeanette.

«Credevo che gliel’avessi raccontato!»

«E perché avrei dovuto?»

Simon quasi si strozzò.

«Perché avresti dovuto? Ma…» si fermò, trasse un profondo respiro per calmarsi e decise di raccontare tutta la storia a Dave e agli altri, che a quanto pare erano tutti allo scuro dei fatti di quella notte, anche se non comprendeva il motivo del silenzio di Jeanette.

Si stava comportando in maniera ridicola, pensò tra sé e sé Simon, da perfetta madre iperprotettiva.

Raccontò quindi del sogno condiviso e di come era quasi collassato mentre loro erano al suo interno, aggiungendo che secondo lui era questo il motivo dell’emicrania fulminante che era venuta a Mark la sera prima, i suoi nuovi poteri. E man mano che approfondiva nei dettagli il racconto, i suoi ascoltatori sembravano cominciare a comprendere via via sempre di più la logica dietro alla proposta di Simon.

«E funzionerà secondo te?» Chiese con un entusiasmo rinato, Theodore.

«No! Non funzionerà, Theodore, e non ve lo permetterò mai!» Insistette Jeanette.

Simon non era d’accordo con lei, ma poteva capire le sue ansie. Si parlava pur sempre di loro figlio, e quello che era successo nel loro sogno tutto sommato era un motivo più che valido per essere in ansia.

«E poi comunque, lei ha ragione. Come pensi che ci riuscirà? Può entrare nei sogni della gente, ma non vi è alcuna certezza che sia in grado di contattare le anime dei morti!» Disse Brittany, prendendo le difese della sorella.

«E se invece ci riuscisse?» Domandò Alvin, ricevendo subito obbiezione dalla sua compagna.

Anche tra i due partì un dibattito, al quale però Simon non prese parte.

Si alzò dal sedile e camminò verso sua moglie, che si era chiusa in un angolo con le braccia conserte e un’espressione di collera in volto.

Lui cercò di voltarle delicatamente la testa per incontrare il suo sguardo, ma lei scostò via la mano.

Simon sbuffò.

«Ascolta, amore… so che Mark è nostro figlio, e so che correrà dei rischi enormi finché non imparerà a gestire questa cosa. Ma fino ad allora ci sarai tu pronta ad aiutarlo. Conosci quel mondo, sai come funzionano le sue regole e sei già riuscita una volta a salvarlo. Un giorno vedrai che sarà in grado di controllare i suoi poteri da solo. E non credo che tarpargli le ali sia la soluzione migliore.»

Un rapido movimento degli occhi di lei fece incrociare il loro sguardo, poi in qualche modo le sue parole riuscirono a fare breccia in Jeanette. Che sembrò farsi più disponibile al dialogo. Nonostante fosse sempre irritata.

«Simon, qui non stiamo parlando di tarpargli le ali. Tu vuoi che usi i poteri del Viaggiatore dei Sogni per contattare l’anima di sua zia defunta. E’ qualcosa di completamente diverso, che non ha nulla a che vedere con la Materia dei Sogni! E tu vuoi sottoporlo a uno stress simile senza neanche sapergli dire se può farcela! Insomma, io non ti capisco!»

«Sono sicuro che può farcela.» Le confermò lui, sicuro di se e della sua idea.

«Come? »

«Diciamo solo che è una mia intuizione. Fidati di me.»

Sembrò averla convinta, almeno a giudicare dall’espressione che la Chipette montò dopo averci riflettuto per alcuni secondi, ma non le spiegò i dettagli della sua intuizione. A conti fatti, lui era il primo ad ammettere che basare la sua teoria su un sogno all’apparenza casuale e su una debole sensazione non erano sufficienti per giustificarlo. Eppure, in un modo o nell’altro, l’istinto gli diceva che questa cosa poteva essere fatta. Ora restava soltanto di proporla anche a Mark, e sperare che fosse in grado di portarla a termine.

Simon e Jeanette avevano raggiunto l’accordo di cui avevano bisogno, e Alvin, Brittany e Dave dovettero solo adattarsi alla loro decisione. Brittany, così come Jeanette e Dave, continuavano ad avere dei dubbi sulla riuscita del piano, mentre Alvin era dalla parte del fratello.

Simon era sempre stato il più intelligente del gruppo, mai una volta si era sbagliato in qualcosa, e questo per lui gli era più che sufficiente per convincerlo a dargli ragione.

Per quanto riguarda Theodore, lui non aveva preso alcuna posizione. A dire il vero non era nemmeno sicuro di aver afferrato in pieno le intenzioni di Simon. Aveva solo capito che forse c’era un modo per poter rivedere ancora una volta Eleanor, e se ciò fosse stato possibile, qualunque fosse il mezzo per riuscirci, anche per lui questo era più che sufficiente per credere al fratello.

 

7.4:

(Casa di Simon e Jeanette)

Mark era pensieroso. Lo era da tutta la mattina.

Non poteva credere alle cose che gli erano state raccontate la notte prima dai suoi genitori. Non riusciva nemmeno a comprendere appieno cosa fosse un Viaggiatore dei Sogni.

Nella sua testa si era figurato l’immagine di una specie di fantasma che entrava nei sogni delle persone per parlare con loro e ordinargli di far delle cose, i fantasmi però sono morti, come la Zia Eleanor, lui invece era vivo e vegeto! Quindi, com’era possibile che lo fosse diventato anche lui? E perché proprio ora?

Aveva cercato di distrarsi ripassando alcune materie scolastiche e continuando a esercitarsi con l’armonica regalatagli dallo Zio Alvin.

In seguito, per ammazzare il tempo si era a messo a guardare uno dei suoi film action in Tv e a mezzogiorno aveva pranzato con alcuni degli avanzi della cena precedente.

Alle due di pomeriggio, i suoi genitori, accompagnati dal resto della famiglia Seville, tornarono a casa e lui fu subito chiamato da suo padre.

Simon era ansioso di scoprire se la sua idea avrebbe potuto funzionare e se Mark avrebbe mai tentato l’esperimento.

Non volle perdere molto tempo nelle spiegazioni. Evitò di riassumergli tutto il processo mentale che l’aveva condotto a quell’ipotesi. Si limitò solo a chiedergli se potesse essere in grado di farlo.

«Credi di poterlo fare, figliolo?»

Mark era allibito dall’insolita richiesta del padre. Guardo verso sua madre Jeanette, sulla sua destra, sperando di poter avere una risposta sul da farsi dal suo sguardo.

La mamma non sembrava d’accordo, costatò.

«Io… non lo so. Non so nemmeno come si fa a entrare nei sogni delle persone,  come faccio a fare questo?»

Già, come poteva farlo?

Simon si rese conto che stava correndo troppo, spinto da un entusiasmo inopportuno. Non poteva pretendere tanto da suo figlio, del resto era appena agli inizi.

Anche Simon guardò verso Jeanette, incrociando ancora una volta il suo sguardo di disappunto.

«Hai ragione… avete ragione. Ok, non fa niente… scusami Mark.»

Simon, deluso e amareggiato, si rassegnò.

«Mi stai prendendo in giro?! Getti la spugna così, su due piedi?»

«Come?»

Jeanette si avvicinò al marito. Negli occhi uno sguardo serio come non gliene aveva mai visti in tutta la sua vita.

La vide passarsi le mani tra la sua lunga e folta chioma di capelli.

«Mi avevi chiesto di fidarmi di te? Che eri certo che potesse funzionare! Che fine ha fatto tutta la tua sicurezza? E’ volata via d’improvviso?»

Come poteva rispondere a quelle accuse? La Jeanette che aveva di fronte era completamente diversa da quella che era un stata un tempo. Questa, quando doveva dire qualcosa, non si faceva scrupoli a parlare, anche a costo di ferire chi aveva di fronte.

«Credevo che Mark sapesse cosa fare. Pensavo…sì, insomma… hai capito.»

Abbassò lo sguardo, imbarazzato.

«Pensavi che ti sarebbe bastato chiederglielo e aspettare che lui ci mettesse in contatto con mia sorella, non è vero?»

Simon annuì.

«Bhe, ora sai uno dei motivi del perché non ero d’accordo.»

«Jeanette…» la chiamò Dave «Forse è meglio che leviamo il disturbo?»

«No. Restate.» Rispose, poi voltò lo sguardo verso suo figlio «Mark. Se ci mettessimo a dormire, pensi di riuscire a unirci in un unico sogno?»

Il piccolo chipmunk ci rifletté un po’.

«Penso di sì»

«Bene!» Esclamò lei.

«Aspetta, che intendi fare?» Le chiese Simon.

«Se vogliamo che Mark usi i suoi poteri, prima di tutto dobbiamo entrare in un sogno condiviso. Non ti pare?»

«Già, immagino di sì»

«E oltre a Theodore, vorrei che veniste anche voi.» Disse rivolgendosi a Alvin, Brittany e Dave «Così potrete vedere Eleanor anche voi. Certo, sempre se questa cosa funzionerà»

«Mi sembra giusto.» Commentò Alvin. Anche Brittany e Dave, seppur ancora scettici, avevano deciso di collaborare.

«Mamma… io però continuo a dirti che non so come fare…»

«Non ti preoccupare di questo. Qualcosa ci inventeremo.»

«Quindi, che facciamo?» Domandò Theodore.

«Bhe, credo che potrei sottoporre tutti a una seduta d’ipnosi. Farò in modo che ci addormenteremo tutti insieme. Dopo di che ci penserà Mark a collegarci al sogno.» Suggerì Simon.

«Sì. Può andare. Cerca di collegarci al mio sogno, Mark. Se potrò controllarlo direttamente sarà più facile evitare che collassi in caso di problemi. Ma l’importante è che resti calmo. Sii sicuro di te così come quando vieni interrogato a scuola in un argomento che conosci bene, vedrai che non sarà difficile!»

«D’accordo mamma!»

I due si scambiarono un occhiolino d’intesa.

«Ok Simon, tocca a te.»

 

7.5:

Facendosi aiutare da Dave, chiusero tutte le tende presenti nel salotto. Allestirono poi alcune candele sul tavolino di fronte alla poltrona e le accesero.

Secondo Simon, avrebbero creato l’atmosfera rilassante di cui avevano bisogno per la seduta d’ipnosi.

«Bene, signore e signori. Ora fate quello che vi dico. Chiudete gli occhi, rilassatevi e cercate di svuotare la mente… » cominciò a parlare Simon, con un timbro di voce basso e lento. Quasi sussurrando.

Gli altri, obbedendo ai suoi comandi, restarono seduti a occhi chiusi sulla poltrona, ascoltando soltanto il suono della sua voce.

«Non ce nulla che vi possa distrarre, siete soltanto Voi e nessun altro… le vostre mani e i vostri piedi non hanno peso… i vostri corpi sono leggeri. Vi sentite come se steste volando… »

Mentre recitava la formula dell’ipnosi collettiva a cui stava sottoponendo gli altri, sentì che stava facendo effetto anche su se stesso. Più il tempo passava e più le sue parole divenivano sempre più flebili.

«Ora le vostre membra si fanno stanche… sentite la vostra mente annebbiarsi… vorreste dormire… e quando io ve lo dirò, voi…dormirete… »

 

7.6:

(Località sconosciuta)

Qualsiasi cosa fosse successa. Mark ora stava sognando. Ne era certo.

Forse era per merito dei suoi poteri da Viaggiatore dei Sogni, ma sta di fatto che poteva chiaramente percepire La differenza tra entrambi i mondi, quello reale, dove si erano addormentati, e quello del sogno, dove ora lui si trovava.

La realtà era solida fatta di superfici inalterabili, il Mondo dei Sogni era come una gelatina. Avrebbe potuto alterarlo a suo piacimento in qualunque modo e in qualunque momento desiderasse.

Sua madre gli disse che una volta entrato, avrebbe dovuto allacciare se stesso e tutti gli altri al suo sogno. Perciò, per prima cosa, doveva trovare il modo di raggiungere il suo “spirito”.

Il mondo che aveva creato nel suo sogno gli ricordava in modo incredibile una pizzeria nella quale avevano cenato un mese prima, ma nel suo sogno le persone presenti avevano volti che lui non aveva mai visto. Ad ogni modo, non c’era tempo da perdere, doveva trovare i sogni dei suoi genitori e degli altri.

La notte prima era avvenuto tutto in modo assolutamente casuale, si era collegato ai loro sogni semplicemente per istinto, ma ora, dovendo compierlo volontariamente, non aveva idea di come fare.

Ci rifletté su un po’, e gli venne un’idea. Forse era come cercare di ascoltare la voce di qualcuno in una stanza affollata! Si disse fra se e se. E’ sufficiente cercare di concentrarsi e provare a captare il “segnale”.

Quindi ci provò, e con sua immensa sorpresa si rese conto che era davvero facile! Eccoli lì! Poteva chiaramente percepire sei differenti presenze muoversi nei propri Mondi dei Sogni!

Chi di loro era sua madre? Come avrebbe fatto a trovarla? Ma soprattutto, come fare per raggiungerli, ora che li poteva chiaramente sentire nella sua testa?

Decise di fare un fuori programma, e visto che credeva di sapere come fare, fece in modo di unire tutti a un unico sogno. Gli era stato sufficiente focalizzarsi su una in particolare delle sei presenze e immaginarsi che fossero tutte raggruppate lì con lei, e funzionò!

Ora doveva raggiungerli, e ciò significava aprire un portale tra il suo Mondo dei Sogni e il loro. Tentò di nuovo di immaginarsi di raggiungerli, e subito dopo si aprì un portale proprio di fronte a lui, nel bel mezzo della stanza del suo sogno.

Non vedeva cosa ci fosse dall’altra parte del portale, ma non poteva tirarsi indietro, doveva attraversarlo.

Lo attraversò, e subito dopo, d’improvviso si era ritrovato sott’acqua.

Come ci era finito lì dentro?

Non sapeva nuotare, e quindi si limitò a dibattersi nervosamente nel tentativo di non affogare, ma d’un tratto qualcosa di freddo e metallico, come dei tentacoli di un mostro marino, o forse delle catene, gli si avvinghiarono intorno al corpo e lo trascinarono giù, nell’abisso.

Era impossibile che stesse veramente succedendo. Aveva appena imparato a padroneggiare parte dei suoi poteri e stava già per morire annegato senza nemmeno sapere il perché.

Allungò il braccio, come se si aspettasse che dall’alto una mano venisse ad afferrarlo per tirarlo fuori e portarlo in salvo. Pensava a sua madre e sperava che venisse a portarlo via da quell’incubo.

Sarà forse stata una semplice coincidenza, ma alla fin fine una mano che lo afferrò ci fu sul serio. Era forte, possente, ma era la mano di un chipmunk. Lo prese e lo tirò su con decisione, e le catene che lo stavano facendo affondare non potevano nulla contro la forza di quella mano.

Quando riemerse vide che era lo Zio Alvin, insieme a suo padre, e notò anche che non erano più in mare, bensì su una spiaggia.

Mark tossì due volte e si guardò intorno, tutti gli altri erano lì con lui.

«Mark, piccolo! Stai bene? Oddio, ti prego, scusami… è colpa mia!» Gli disse la Zia Brittany.

«Ma… che è successo? Stiamo ancora sognando?» Domandò il piccolo chipmunk.

«Sì… » intervenne Jeanette «ma siamo nel sogno sbagliato. Questo è quello di Brittany. Ti avevo detto di unirci al mio.»

«Lo so Mamma, scusami… è che non sapevo come fare. Ho… ho provato a collegarci al tuo, ma non riuscivo a capire quale era, così ho improvvisato.» Si scusò mortificato.

Jeanette gli passò delicatamente una mano sulla guancia, accarezzandolo.

«Non fa niente. Sei stato bravo comunque.»

«Ok, e adesso che si fa?» Chiese Dave.

«Non lo so, Dave. Dovremo cercare di capire come fare a trovare Eleanor.»

«Quella di prima… non era lei? Intendo, quella che stava affogando in mare?»

«No, Theo. Quella era solo parte del mio sogno. Credimi, non è la prima volta che ho questo incubo, e tutte le volte, dopo che Alvin riesce a tirarmi fuori dall’acqua, vedo Eleanor affogare in lontananza.» Gli spiegò Brittany.

«Oh… sì, capisco… ma allora? Come facciamo?»

«Mark?» Simon si fece avanti.

«Sì Papà?»

«Come hai fatto a trovarci prima? Ti è venuto in automatico?»

«No, ho provato a concentrarmi e a cercarvi, e ha funzionato. Sono riuscito a sentire le vostre presenze…»

«E per collegarci?»

«Mi è bastato immaginarlo… e ho fatto così anche per arrivare da voi.»

Simon rifletté su qualcosa. Poi si rivolse a Jeanette.

«Credi che possa funzionare anche per questo?»

Lei sbuffò.

«Non lo so… insomma, come ti dicevo, entrare nei sogni è un conto. Ma qui si parla di qualcosa che probabilmente nessuno ha mai tentato prima, e che forse non è nemmeno possibile fare… »

«Sto pensando intensamente alla Zia Eleanor, ma non riesco a percepire niente oltre a noi.»

«Non fa niente Mark, lascia stare, non affaticarti.»

Questa volta fu Alvin a farsi avanti.

«Ma tu dicevi di essere certo che ci saremo riusciti! Che dobbiamo fare allora?»

Simon fu restio a rispondergli, ma data la situazione, che altro poteva fare. Ormai erano dentro un sogno condiviso. La sua parte del piano l’aveva portata a termine.

«L’ho sognata questa notte… »

«Cooosa?!? Chi?» Chiese sgomento, Alvin.

«Eleanor… »

Jeanette quasi si strozzò.

«Che?? Ma stai scherzando? Tutto questo solo perché hai visto mia sorella in sogno?!»

«Sì lo so, Jean! E’ stato stupido! Ma ero convinto che avrebbe funzionato. Insomma… dopo la storia del sogno condiviso che abbiamo avuto ho pensato che significasse qualcosa… che fosse, che no so… una specie di segno!»

«Un segno di cosa?! Tutti noi abbiamo avuto incubi su di lei! Non puoi averlo pensato sul serio! Hai una laurea in psicologia e sei un professore dell’U.C.L.A.!! Come ti è venuto in mente una cosa del genere!»

«Adesso basta, Jeanette.»

La Chipette smise subito di gridare contro il marito e la sua espressione si paralizzò in una smorfia di shock. Così come quella di tutti gli altri, Mark compreso, anche se, al contrario del resto del gruppo, non aveva riconosciuto la voce che aveva appena intimato a sua madre di calmarsi.

«Non… ci posso credere… l-l’avete sentita anche voi?» Balbettò Dave, con la testa rivolta al cielo, come se cercasse qualcosa proveniente dall’alto.

«Sì, Dave… io sì…» Commentò Alvin.

«Ma… chi è?» Chiese Mark.

«Jean… io… dimmi che abbiamo davvero sentito la sua voce… »

«Sì Simon… credo sia lei.»

«Britt… anche questo fa parte del tuo sogno?» Le domandò alvin.

«No… questo no… »

«MA CHI E ??» Insistette Mark.

Qualcuno gli appoggiò una mano sulla spalla. Era Theodore.

«E’ lei, Mark… è tua Zia!»

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