6: Sogni

6.1:

09 FEBBRAIO 2029 (Los Angeles)

Era venerdì, Alvin e Simon, approfittando della giornata libera di quest’ultimo, decisero di intraprendere insieme un giro turistico di Los Angeles, per rievocare i vecchi tempi e rivedere i luoghi che avevano fatto parte della loro infanzia.

Inizialmente anche Brittany avrebbe dovuto unirsi a loro, ma all’ultimo momento aveva scelto di restare a casa con Dave, lasciando i due fratelli liberi di girare per conto loro e tentare di riallacciare i rapporti. Mentre, per quanto riguardava Jeanette, lei era a lavoro, pertanto non aveva avuto la possibilità di partecipare.

Facendosi accompagnare in Taxi, si fecero lasciare nei pressi della sede della Jet Records, che nonostante si fosse rinnovata nell’aspetto, con un enorme schermo Ultrapiatto che ora proiettava sul display il suo nome, al posto del vecchio logo con la scritta, era rimasta tutt’ora quasi del tutto invariata. Con le sue fontane decorative e le aiuole variegate di fiori colorati e ben curati e con l’ampia vetrata dell’entrata principale, dalla quale entravano e uscivano in continuazione gente delle più disparate professioni e caste sociali.

Alvin si ricordò del breve periodo nel quale quell’enorme edificio era per lui sinonimo di “luogo di lavoro”, e dell’uomo che lo aveva aiutato a farsi assumere. Quell’Ian Hawke che da nemico giurato dei Chipmunks e delle Chipettes, era finito per diventare un caro amico della famiglia Seville, e di cui Alvin non aveva notizie da anni.

«Hai più saputo niente di Ian?» Domandò Alvin al fratello. Contando in una risposta che potesse placare la sua curiosità.

«Perché me lo chiedi?» Replicò Simon all’inaspettata domanda.

«Mah… niente. Sono solo curioso. Non lo sento più da quando mi aveva rimediato quel lavoro alla Jet. Mi chiedevo solo che fine avesse fatto.»

Simon ci pensò su un po’, cercando di delucidarsi la memoria.

«Non saprei… » sospirò «per quanto ne so, pare abbia chiesto il prepensionamento 3 o 4 anni fa e si sia trasferito da qualche parte nel Wisconsin.»

«Nel Wisconsin?! E che c’è andato a fare lì?» Chiese Alvin, stupito.

«Ehehe, non chiederlo a me. Non so altro.»

Dopo questo breve scambio di domande e risposte, i due fratelli ripresero la marcia, chiacchierando del più e del meno e raccontandosi aneddoti dei loro rispettivi trascorsi.

Tra le altre cose, non poterono fare a meno di accennare a Theodore e alla sua condizione. Alvin, in particolare, aveva riferito a Simon delle novità che gli erano state raccontate da Dave sulla conversazione che i due avevano avuto la sera precedente, e Simon ascoltò con interesse.

Quando finirono di parlarne, Simon si sentì quasi sollevato dalle novità. Dopo tanti anni di inutili tentativi, questo era il primo vero cenno di miglioramento accertato del loro fratello. Forse, in fondo, si poteva ancora sperare nel suo recupero.

La felicità che era improvvisamente montata in Simon andò bruscamente scemando insieme a quella di Alvin nel momento in cui, camminando, raggiunsero i pressi del L.A. National Cemetery, il cimitero nel quale riposava la loro povera amica Eleanor. Lì si arrestarono d’improvviso, come se di fronte a loro si fosse materializzato un muro invisibile che gli sbarrava la strada. Si guardarono negli occhi in silenzio, dicendosi con lo sguardo molto più di quanto le parole avessero mai potuto esprimere: il dispiacere per la perdita, i sensi di colpa per gli sbagli di entrambi, le scuse per le loro reazioni alle decisioni dell’altro e per i litigi che li portarono a restare separati per tanto tempo.

Non era stata una casualità essersi ritrovati nei pressi dello stesso cimitero nel quale avevano dato il loro ultimo addio alla loro amica: due giorni dopo avrebbero dovuto accompagnarci Theodore, e lì Alvin e Brittany avrebbero colto l’occasione per porgerle il loro triste saluto.

Non si soffermarono troppo sul posto. Alla fin fine decisero di riprendere a camminare, cercando di ritornare ai loro precedenti discorsi, ma già adesso le cose erano cambiate per entrambi. Quel breve momento in cui i due si arrestarono e si fissarono, era stato fondamentale per la loro rinascita interiore. Si perdonarono a vicenda, accettarono il passato e contemporaneamente decisero di lasciarselo alle spalle per lasciare spazio al futuro e ai suoi misteri.

 

6.2:

10 FEBBRAIO 2029 (Casa di Simon e Jeanette)

«Tanti auguri a teee! Tanti auguuuri a teee! Tanti auguri, caro Maark! Tanti auguuuriii a teee!!»

Tutta la famiglia Seville, finalmente riunita, stava cantando gli auguri per il piccolo Mark nella sala da pranzo per gli ospiti della casa di Simon e Jeanette.

Benché, come Brittany e Alvin, avessero un tavolo su misura per mangiare, una delle stanze della loro casa era stata anche arredata per poter ospitare esseri umani. Era lì che in quel momento si stava celebrando la festa per il decimo compleanno di Mark, e con loro c’erano anche Theodore e soprattutto Dave, che come ogni altro anno, non si era fatto sfuggire l’occasione di partecipare ai festeggiamenti di suo “nipote”.

L’uomo entrò portando con se la torta che aveva ordinato con l’aiuto di Jeanette, e mentre gli altri iniziavano a cantare la canzoncina degli auguri, lui la poggiò sul tavolo per poi unirsi con loro nel canto.

«Auguri, ragazzo mio!» Gli augurò quando tutti ebbero finito di cantare.

«Grazie, nonno!» Fu la risposta del piccolo chipmunk.

«Ora esprimi un desiderio e soffia sulle candeline!» Disse Brittany.

«Sì!» Rispose alla zia.

Mark guardò per alcuni brevi istanti le fiammelle delle candele che bruciavano di fronte a lui, riflettendo su quale desiderio chiedere ad esse, dopo di ché, chiuse gli occhi.

“Voglio che la nostra famiglia finalmente si riunisca, e voglio anche che lo zio Theodore torni finalmente a essere felice”.

Fu questo il suo desiderio. Quindi soffiò con foga e per spegnere le dieci candeline. Faticò un po’ per spegnerle tutte, ma quando finì, i suoi sforzi furono ripagati da un forte applauso da parte degli altri membri della sua famiglia.

Alvin si fece avanti e gli diede una amichevole gomitata sulla spalla.

«Allora? Cos’hai desiderato?»

«Non posso dirlo, altrimenti porta sfortuna!» Rispose riluttante Mark.

Brittany squadrò Alvin con uno sguardo di disapprovazione. Lui si passò la mano sinistra tra i capelli.

«Eheheh, si lo so. Stavo scherzando!»

Ci fu un breve istante di silenzio imbarazzante che fu interrotto da Dave.

«Allora, che ne dite. Passiamo all’apertura dei regali?» Propose.

«Sì. Certo!» Esultò Mark.

Sul tavolo dove la famiglia stava festeggiando, Dave appoggiò i tre regali che il piccolo chipmunk aveva ricevuto dal nonno, dagli zii Alvin e Brittany e dai suoi genitori.

«Da quale vuoi partire?» Gli chiese Jeanette.

Mark guardò i tre pacchi davanti a lui, tutti e tre di forma e dimensioni diverse le une dalle altre.

«Non lo so… sono così indeciso!»

Simon si alzò in piedi.

«Bhe, in questo caso, se posso intervenire. Suggerisco di partire da quello mio e della Mamma. Che ne dici, Mark?» Propose mentre camminava verso pacchi riposti sul tavolo e indicandone uno in particolare, che a prima vista appariva come un oggetto rettangolare e solido, forse una scatola.

«Ok!» Accettò il festeggiato.

Dave gli avvicinò il pacco e lui saltò sulla sua superficie, cominciando a strappare con foga la carta regalo con la quale era imballato. Simon arrivò in sua aiuto per assisterlo.

Quando Mark finì, si trovò subito di fronte al possibile candidato come “regalo preferito”. Quello che gli era stato regalato era, infatti, un libro. Ma non un libro qualsiasi, bensì il terzo capitolo di “Cronache dei giorni di quarzo”, una saga letteraria di fantascienza di cui Mark andava letteralmente pazzo.

Il piccolo chipmunk non credé ai suoi occhi quando lo vide. Il libro era infatti destinato ad uscire nelle librerie, virtuali e cartacee, due mesi dopo! E ciò significava che probabilmente Mark era uno dei pochissimi fortunati a poterlo leggere in anteprima, se non l’unico!

Simon era riuscito a farselo procurare da un suo conoscente della casa editrice che si occupava della distribuzione del libro.

In passato il chipmunk aveva collaborato con loro nella scrittura di una biografia dedicata all’ex-gruppo musicale dei Chipmunks e delle Chipettes. Biografia che era diventata subito un best seller e che aveva permesso al chipmunk di instaurare ottimi rapporti con gli editori. Tanto da farsi consegnare in anticipo la suddetta copia del libro preferito di suo figlio.

Mark saltò in braccio a suo padre dalla gioia e poco dopo, passato l’attimo di euforia, proseguì con l’apertura dei restanti regali.

Questa volta fu il turno del regalo degli zii Alvin e Brittany.

Il pacco era più piccolo rispetto a quello di Simon e Jeanette, ma il suo contenuto era di altrettanto gradimento.

Una volta scartato, si rivelò essere un piccolo contenitore di latta dentro il quale era riposta una piccola armonica placcata d’oro.

L’idea per il regalo era venuta due giorni prima ad Alvin, che l’aveva vista di sfuggita dalla vetrina di un negozio d’antiquariato. Non era sicuro che potesse essere un buon regalo, ma dopo aver visto con quanto entusiasmo Mark aveva seguito le loro esibizioni canore e dopo averne discusso attentamente con Brittany, alla fine decise che sarebbe stato il dono perfetto.

Zia Brittany gli spiegò che da giovane anche Alvin ne aveva avuto una, con la quale avevano anche registrato una delle loro canzoni di maggior successo di sempre, quell’ “Alvin’s Harmonica” che ultimamente si ripresentava nelle nuove edizioni delle Greatest Hits del gruppo.

Mark aveva accolto con grande entusiasmo anche questo dono, e quando Alvin si fece avanti per insegnargli come fare per suonarla, il piccolo chipmunk perse almeno dieci minuti nel tentativo di padroneggiare la tecnica al meglio. Aveva ancora delle difficoltà, ma Alvin era convinto che presto sarebbe stato in grado di suonarla come un piccolo maestro.

Restava un ultimo regalo, quello di Dave, che si presentava come il pacco più piccolo di tutti.

Mark lo scartò con la stessa energia con la quale aveva aperto gli altri e quello che ci trovò dentro lo lasciò senza fiato ancor più del libro che aveva avuto in regalo dai suoi genitori.

Dall’imballaggio, Jeanette lo aiutò a tirar fuori una piccola felpa della taglia da chipmunk, e quando la videro, tutti si girarono verso Simon. Quella felpa era, infatti, la Sua felpa. Quella che aveva indossato per tanti anni durante la giovinezza, e che dopo essere stata amorevolmente conservata da Dave per tutti quegli anni, adesso era finita, come un’eredità, nelle mani di Mark.

Il piccolo chipmunk la tenne stretta tra le sue mani e la fissò incredulo.

Aveva visto un sacco di volte i suoi genitori nelle varie copertine dei vecchi cd dei Chipmunks e delle Chipettes conservati nelle mensole di casa, e non poteva credere che ora stava tenendo tra le mani proprio quella felpa che, ai tempi, aveva contribuito a fare di suo padre una vera e propria icona della musica.

Tra tutti i regali che avrebbe mai potuto desiderare, quella felpa rappresentava una specie di obbiettivo irraggiungibile che ormai sembrava dato per disperso da anni. Se avesse saputo che era custodita in casa di suo nonno Dave, probabilmente non si sarebbe dato pace finché non sarebbe riuscito a trovarla.

Restò imbambolato a fissarla per alcuni secondi, dopo di che, corse subito ad abbracciare anche il nonno umano per il sorprendente regalo ricevuto. In seguito, dopo aver riposto da parte i tre regali di compleanno, si passò al taglio delle torta e alla sua consumazione.

Theodore era sempre lì con loro, ma per tutto il tempo non aveva dato alcun segno di reazione. Si limitava solo a fissarli in silenzio mentre gli altri continuavano a festeggiare indifferenti.

Dal loro punto di vista, sembrava che stesse mantenendo ancora una volta il suo tipico atteggiamento distaccato e apatico, ma in verità, quello che Theodore stava provando questa volta era un profondo senso di colpa nei confronti di suo nipote.

Durante quei due giorni, mentre gli altri organizzavano la festa di compleanno, lui aveva avuto molto tempo per riflettere sugli ultimi avvenimenti e sul discorso tenuto con Dave alcune sere prima.

Per troppo tempo aveva lasciato che le sue ossessioni prendessero il sopravvento sulla sua persona, e stava cominciando a rendersi finalmente conto che forse era il momento di cambiare. Pertanto, quando Dave gli porse un piatto con una piccola porzione della torta di compleanno, si disse che se avesse dovuto fare qualcosa, avrebbe dovuto cominciare da adesso.

 

6.3:

La festa proseguì regolarmente come previsto e ormai si stava avviando al termine.

La famiglia era ancora seduta a tavola a chiacchierare del più e del meno, mentre Mark, da almeno mezz’ora, aveva deciso di recarsi in salotto per guardare un po’ di Tv.

Con se teneva l’armonica regalatagli dagli zii Alvin e Brittany e tentava di esercitarsi a suonarla mentre in Tv scorreva un film action.

Nessuno badò molto a Theodore quando questi saltò giù dal tavolo e usci dalla sala da pranzo.

Si diresse verso il salotto e si fermò all’entrata, appoggiandosi allo stipite della porta e osservando di nascosto il nipote che con impegno e pazienza cercava di mettere in pratica i consigli di Alvin.

Mark cercava di far uscire qualche suono dallo strumento provando ad alternare il soffio dell’aria tra un foro e l’altro. Se fatto nel modo giusto questo gli avrebbe permesso di far risuonare tutta la scala delle note musicali, invece quelli che uscivano erano solo suoni appena percettibili o comunque non corretti.

Theodore era convinto di saperne il motivo.

«Rilassa la lingua e tirala il più in dentro che puoi.» Si fece avanti.

Mark sobbalzò nell’udire la sua voce.

«Zio T-Theodore?!» Balbettò.

«Sì.» Saltò sul divano. «Posso farti vedere come si fa?»

Mark, dopo un breve momento di confusione, si riprese.

«Oh? Sì, certo!»

Consegnò l’armonica d’oro a Theodore, il quale, subito dopo averla impugnata con entrambe le mani e aver soffiato un paio di volte per provarla, cominciò a intonare un motivetto musicale improvvisato molto gradevole. Alternando ritmicamente il soffio tra un foro e l’altro e tappando e aprendo quelli nella parte posteriore dello strumento a seconda delle note che doveva fare.

Era la prima volta che Mark vedeva suo zio fare una cosa del genere, e vederlo suonare con tanta concentrazione e abilità dopo averlo sempre visto immerso nel suo silenzio impenetrabile per tanti anni, era una vera gioia. Si disse tra sé e sé che forse il suo desiderio per il compleanno si stava già realizzando.

Mentre Theodore intonava il suo motivo musicale con l’armonica, tornò con la mente ai fasti della loro carriera musicale.

D’improvviso, il volto di Eleanor ricominciò a tormentarlo ancora una volta, e di conseguenza, le ultime note risuonarono rovinate e rumorose, facendolo arrestare immediatamente. Ma non aveva importanza, perché il nipote, nonostante questo, continuava ad osservarlo con ammirazione e felicità.

«Le armoniche sono fatte per gli esseri umani. Noi dobbiamo soffiare con molto più forza per poterle suonare, quindi devi cercare di tenere la lingua il più in dentro possibile, per permettere al tuo fiato di far passare più aria.» Gli spiegò Theodore nel tentativo di distrarsi dai ricordi su Ellie.

«Posso provare?» Chiese Mark, e Theodore gli passò lo strumento in silenzio.

Il piccolo Chipmunk ci soffiò dentro cercando di seguire i consigli dello zio. Questa volta il suono che ne uscì era molto più melodioso e gradevole.

«Hey! Ci sono riuscito!» Esultò.

«Già, e impara a usare anche le mani per alternare le note. Sono fondamentali tanto quanto il fiato» Aggiunse Theodore.

«Sì!» Rispose Mark, sorridendogli.

I due guardarono insieme qualche scena del film in Tv, ma mentre Mark sembrava trovarlo interessante, Theodore non riusciva ancora a trovare l’entusiasmo necessario per goderselo a pieno. Gli sembrava quasi strano trovarsi lì con suo nipote, si poteva quasi dire che era la prima volta in assoluto in cui i due si parlavano.

«Mark… » cominciò d’improvviso.

«Sì?» il piccolo chipmunk distolse l’attenzione dalla Tv e guardò suo zio.

«Scusami se non ti ho mai fatto un regalo…e che non ho mai voluto parlare con te… » Borbottò Theo.

Mark gli sorrise.

«Non fa niente. E poi… ora sei qui, no? E’ questo l’importante!»

«Sì, è vero… »

Theodore stava cominciando a rendersi conto solo ora di quanto fosse intelligente e maturo suo nipote, nonostante avesse appena compiuto solo dieci anni. Finalmente riuscì un po’ a rilassarsi. Cosa che non gli accadeva da troppo tempo, e tentò di seguire il resto del film insieme a lui.

 

6.4:

Passarono cinque minuti, o forse dieci. Theodore non aveva aperto bocca, solo Mark ogni tanto si era lasciato sfuggire qualche commento sul film o aveva tentato di spiegare allo zio qualche scena. D’improvviso però, accadde qualcosa di strano.

Mark si portò le mani alla testa e poco dopo iniziò a lamentarsi. Un lamento che divenne in brevi secondi un grido di dolore.

Theodore saltò in piedi sul divano.

«Mark? Mark! Che succede?»

«La… mia testa… mi fa male! Aiutami Zio Theodore. Aiutami!!»

Questa risposta colse Theodore completamente alla sprovvista. Doveva andare a chiedere aiuto agli altri.

«Oh… aspetta! Non ti muovere! Vado a chiamare tua madre e tuo padre!»

«Sbrigati per piacere!»

«Sì, sto andando. Resisti!»

Theodore saltò giù dal divano e cominciò a correre verso la porta, ma non fu necessario, perché anche il resto della famiglia aveva udito le grida di Mark e si erano precipitati subito in salotto.

«Theo? Che succede?!» Fu interpellato da Simon.

«Non… non lo so… è Mark! Non sta bene!» balbettò Theodore.

«Cooosa?!» Gridò Jeanette, e facendosi strada tra Simon e gli altri, passò oltre a tutti e si diresse di corsa verso il divano.

«Sì! Dice che gli fa male la testa… tanto male!» Continuò a spiegare agli altri Theodore.

Subito dopo anche Simon raggiunse il figlio.

Jeanette gli si era inginocchiata vicino e tentava di parlarci, mentre Mark continuava a premersi la fronte con le mani.

«Tesoro, tesoro?! Come stai? Che ti succede?» Domandò Jeanette in ansia.

Poco dopo, Mark smise di dimenarsi e tolse una delle mani dalla testa.

«Ho avuto un fortissimo mal di testa, ma non so… adesso non mi fa più tanto male…»

«Che è successo? Ti è passato così d’improvviso o e stato graduale?» Lo interrogò Simon.

Mark stette momentaneamente zitto, riflettendo sulla domanda.

«Non lo so… stavo guardando la Tv con lo zio e ha iniziato a farmi malissimo. E adesso non la sento più. Mi è passata… »

Jeanette e Simon si guardarono l’uno con l’altra, poi scambiarono un’occhiata anche con Theodore, che era lì di fianco a loro, e ad Alvin, Brittany e Dave, che invece si tenevano a un metro di distanza dal divano.

«Vuoi una pastiglia per il mal di testa? Nel caso dovesse ricominciare?» Chiese Jeanette a suo figlio.

«Sì, mamma..» Accettò lui dopo averci riflettuto.

Jeanette saltò quindi giù e si diresse in cucina, dove tenevano la cassetta dei medicinali.

In salotto, intanto, Alvin e Brittany si fecero avanti per parlare con Simon.

«Simon, forse è meglio che noi andiamo.» Suggerì Alvin.

«Non è necessario, Al. Adesso diamo la pastiglia a Mark e dopo se volete possiamo riprendere… »

«No, no. Va bene così. Ormai si è fatto tardi, e Brittany deve riposare… sai… » cercò di indicare con un cenno della testa il pancione di Brittany. Simon, che aveva vissuto un’esperienza simile, capì.

Guardò per un istante Dave, come a cercare una qualche approvazione da lui. L’uomo fece spallucce e disse «Io faccio quello che mi dicono loro. Ma per quel che mi riguarda, penso che abbiano ragione. Si è fatto un po’ tardi. Forse Mark è solo un po’ stanco per la serata. Lasciamolo riposare.»

Per quanto riguardava Theodore, lui era venuto con loro. Quindi, nonostante ora stesse diventando finalmente più loquace e socievole, non poteva far altro che assecondarli. Perciò tacque.

Mentre si preparavano a partire, con Dave che portava in mano Brittany per non costringerla a camminare troppo, Jeanette accompagnava in camera sua Mark, gli consegnava un minuscolo pezzo frammentato di pastiglia per l’emicrania e gliela fece ingerire con dell’acqua che gli aveva portato in un piccolo bicchierino da caffè in plastica.

Si scambiarono la buonanotte e lei gli diede un amorevole bacio materno sulla guancia, ripetendogli ancora una volta gli auguri di compleanno. Poi uscì dalla stanza e andò in fretta verso Simon, per salutare insieme a lui Dave, Brittany, Alvin e Theodore.

Simon avvertì Alvin che gli avrebbe telefonato la mattina seguente per decidere l’orario in cui avrebbero fatto visita a Eleanor, dopo di che si augurarono anche tra di loro la buona notte, prima di salutarsi definitivamente.

Restati soli, Simon e Jeanette si aiutarono a vicenda per mettere a posto le ultime cose in sala da pranzo. Dave li aveva aiutati a riporre posate e piatti sul lavandino, ma restavano ancora da ripulire le briciole della cena dal tavolo. Jeanette si destreggiava abilmente con una piccola scopetta, mentre Simon la aiutava avvicinandole e tenendo ben salda la paletta per la raccolta delle briciole.

A lavoro finito, saltò giù dal tavolo tenendo abilmente tra le mani la paletta e corse al piccolo bidone della spazzatura vicino al loro frigorifero per rovesciarci dentro la sporcizia raccolta.

Era un lavoro di collaborazione tra i due che a prima vista appariva terribilmente complicato, e in effetti lo era stato i primi giorni. Ma dopo oltre dieci anni di pratica, ormai faceva parte della loro routine quotidiana, proprio  come accadeva ad Alvin e Brittany nel loro attico a New York (sebbene questi ultimi erano comunque aiutati dalle loro personali assistenti umane).

Finite le pulizie, andarono a lavarsi e a dormire. Ma prima, Simon diede una rapida sbirciatina nella stanza di Mark, giusto per assicurarsi che stesse bene, e quando lo video dormire tranquillo e sereno, tirò un sospiro di sollievo e raggiunse sua moglie in camera da letto.

 

6.5:

DATA IMPRECISA (Luogo Sconosciuto)

Era un limpido pomeriggio d’estate. Il cielo era sereno e il sole splendeva luminoso, illuminando con i suoi raggi di luce una simpatica collinetta.

Sulla sua cima una grande quercia regnava sovrana, come l’imperatore di una foresta seduto sul suo trono.

Jeanette si trovava ai suoi piedi. Era dentro un sogno, e ne era pienamente consapevole.

Da quando il Viaggiatore dei Sogni dalle fattezze di suo figlio Mark aveva cominciato ad apparirle in sogno, lei aveva imparato a superare quella sottile linea che permetteva di distinguere il sogno dalla realtà. Dove per tutti gli altri sognare rappresentava uno stato di caos di cui spesso era difficile ricordarsi al risveglio, per lei era un’esperienza straordinaria e incredibilmente nitida, proprio grazie a questa maturata consapevolezza della distinzione tra realtà e sogno. Quando sognava, sapeva che in realtà niente di tutto quello che viveva era reale, che in realtà si trovava sotto le coperte del suo letto. Quindi lasciava sempre che ogni cosa seguisse il suo corso, permettendo ai suoi sogni di pilotarla automaticamente nei binari prestabiliti dal suo inconscio.

Per metterla in altri termini, lasciava se stessa libera di immergersi in pieno nel sogno.

La quercia sotto la quale si trovava in questo specifico sogno era la Loro quercia, quella sotto la quale, secondo la volontà del destino sarebbe  dovuta giungere la sua ora e quella di suo marito Simon, se il Viaggiatore dei Sogni non li avesse salvati.

Inginocchiandosi sull’erba, appoggiò per terra un piccolo cestino da pic-nic dal quale iniziò a tirare fuori una tovaglia da stendere, e in seguito cominciò ad allestire il tutto tirando fuori anche il resto del materiale contenuto al suo interno.

D’improvviso, la luce del sole che fino ad allora aveva illuminato il paesaggio, sparì, lasciando posto alle tenebre. Si era fatto tutto buio e Jeanette dovette arrestare la sua attività per guardarsi intorno.

Benché sapesse che era un sogno, il fatto che tutto fosse così nitido e realistico le incuteva comunque un certo timore.

Alcune saette cominciarono ad abbattersi nella foresta, distruggendo gli alberi che colpivano. Una di esse centrò in pieno anche la quercia di Jeanette, che fu troncata di netto come un foglio di carta e che precipitò proprio su di lei.

La Chipette non poteva fare altro che osservare inorridita l’enorme albero caderle addosso, ma poi, qualcuno comparso dal nulla urlò il suo nome e la spinse via.

L’albero cadde violentemente a terra e iniziò o rotolare giù dalla collina facendo tremare il mondo. Nel frattempo, Jeanette e la persona che l’aveva spinta via erano distesi a terra. Finalmente lo guardò, e vide che ad averla tratta in salvo era stato Simon. Ancora una volta.

I due si alzarono in pieni, aiutandosi a vicenda, poi, dopo un breve momento in cui si fissarono negli occhi, si scambiarono un profondo bacio da innamorati, che aprì letteralmente il cielo e fece tornare la luce sulla collina.

«Mamma? Papà?» La voce di Mark che li chiamava interruppe il loro bacio.

Jeanette guardò verso di lui, che era spuntato improvvisamente vicino a loro.

«Che ci fai qui Mark? Non dovresti essere a casa a studiare?» Gli chiese sua madre.

Era una domanda che non aveva alcun senso, ma era questo che il suo sogno voleva che dicesse.

«No,io… stavo cantando in un concerto. C’eravate anche voi e gli zii… anche lo Zio Theodore e la Zia Eleanor… poi mi sono ritrovato qua.»

Che strana risposta. Troppo strana anche per un sogno.

«Cosa?» Non poté fare a meno di chiedere stupita Jeanette.

«E’ successo anche a me…» cominciò Simon «ero tornato ragazzo… stavo giocando ai videogames con Alvin e Theodore. Poi, non so perché, sono corso fuori, ho aperto la porta e mi sono ritrovato su questa collina…»

Se prima era solo un vago sospetto, adesso ne era sempre più sicura. C’era qualcosa di strano nella piega che stava prendendo il sogno. Com’era possibile che Jeanette stesse sognando dei dettagli così precisi della personalità di suo marito e di suo figlio?

Mark e Simon stavano parlando tra di loro.

Probabilmente la Chipette non era la sola ad aver percepito la stranezza della situazione. Era come se una  qualche specie di sesto senso avesse voluto avvertirli che chi avevano di fronte non fosse solo una proiezione della loro mente, ma la persona in carne e ossa che faceva parte della loro vita nella realtà.

Il tronco della quercia che era stato abbattuto dalla saetta ed era rotolato giù dalla collina  era ancora lì, nel punto in cui si era fermato poco prima. Jeanette si allontanò di qualche passo dagli altri due chipmunk e provò a immaginare di sollevarlo in aria e di ricollocarlo al suo posto. In men che non si dica, accadde, mentre Mark e Simon non potevano fare altro che guardare la scena a bocca aperta.

Jeanette pensò poi di distruggerlo, e subito l’albero si dissolse in una nuvola di polvere luminosa che si propagò nell’aria.

«O mio dio! Ma quella è… »

«Sì, Simon. Materia dei sogni.»

Ormai Jeanette non ne avevano più dubbi: poteva rendersi conto dei suoi sogni e agire fino a un certo limite per modificarli, ma alterare in quel modo la materia stessa di cui erano fatti era una capacità possibile solo in presenza di un Viaggiatore dei Sogni, e forse Jeanette aveva capito chi poteva essere.

«Sei… sei davvero tu, Jean?» Balbettò Simon.

Lei tornò da loro.

«Sì, sono io.»

«Ma com’è possibile? Come ci sei riuscita?»

Jeanette guardò verso suo figlio Mark, l’unico che sembrava non capire nulla di quello che stava succedendo. Almeno, a giudicare dalla smorfia di confusione e disagio che aveva stampata in volto.

«Stiamo condividendo un sogno… e credo che sia Mark a consentirlo. E’ diventato un Viaggiatore dei Sogni!» Spiegò.

Anche Simon guardò verso il loro figlio, prima di tornare a rivolgere la sua attenzione a lei.

«Ne sei sicura? Credevo che ormai non ne fosse più in grado…»

«Papà… non capisco? Di cosa state parlando?» Li interruppe Mark chiedendogli spiegazioni in tono supplichevole e inquieto.

Suo padre non ebbe tempo di rispondergli, che una specie di scossa di terremoto fece sobbalzare tutti e tre.

«Cos’è stato?» Domandò Simon.

Subito dopo altre scosse sismiche cominciarono a percuotere la collina del loro sogno.

La paura cominciò a insinuarsi nella mente di tutti e tre.

Jeanette guardò Mark, che sembrava stesse per avere un attacco di panico. Camminava di qua è di la in maniera confusionaria e provocando ad ogni suo piccolo passo un’ulteriore scossa sismica che si sommava a quelle che già stavano sconvolgendo il mondo del loro sogno, come se non fosse un piccolo chipmunk di dieci anni, bensì un enorme titano che percuoteva la terra ad ogni passo.

Un’enorme voragine si aprì tra Simon e Jeanette, separandoli. Dentro l’enorme canyon non si vedeva nient’altro che il Vuoto più totale.

I sismi non si arrestavano e man mano che la voragine si allargava, grosse porzioni della collina si staccavano di netto precipitando nell’abisso, dove ad un certo punto si polverizzavano in Materia dei Sogni.

«E’ Mark!» Urlò Jeanette. «Sta facendo collassare il sogno!»

«Che cosa facciamo?!» Urlò di risposta Simon, dall’altra parte della voragine che diveniva via via sempre più larga.

Jeanette si voltò in direzione di suo figlio, che era rimasto con lei e che ora era paralizzato dalla paura.

«Devo riuscire a calmarlo… » Bisbigliò e si inginocchio di fronte a lui.

«Mark, piccolo… stammi a sentire… » cominciò a parlargli, ma lui aveva uno sguardo perso nel vuoto. Vederlo così le fece tornare in mente gli sguardi persi di Theodore.

«Mark? Mark!!» Lo chiamò più e più volte. Alla fine lui si riprese, sbatté un paio di volte le palpebre e si guardò intorno. Nel frattempo i sismi si fermarono.

«Mamma, che sta succedendo?»

«Non lo sai, vero?»

«No. Cosa?»

Jeanette sospirò.

«Ci troviamo dentro un sogno, tu, io e papà. Stiamo facendo tutti insieme un sogno condiviso. Ci sei fin qua?»

Mark guardò oltre la voragine dove suo padre stava in piedi sul bordo a osservarli.

«Credo di sì.» Annuì poi.

«Bene, bravo. Ora non agitarti, ok? Ti spiegheremo tutto quando ci risveglieremo, ma per ora devi sapere che è merito tuo se ci troviamo qui!»

«Mio? Ma… come… »

«Ti racconterò tutto dopo, ora l’importante è non agitarsi e restare calmo. Va bene?»

Mark attese un paio di secondi prima di rispondere.

«Sì mamma…ok.» Concluse poi.

«Bravo. Ora fai quello che ti dico, stammi dietro…» gli ordinò Jeanette, poi si rivolse verso Simon «Simon, allontanati dal bordo, e sta attento!»

«Oh… sì, ok!» Rispose lui dall’altra parte dell’enorme canyon.

Si allontanò di qualche passo, fino a che Jeanette non gli disse che poteva fermarsi. In seguito, la Chipette cercò di immaginare che d’improvviso dal canyon spuntasse un ponte che collegasse le due estremità della voragine, e immediatamente, comparse dal nulla della Materia dei Sogni che iniziò a compattarsi per formare ciò che lei aveva immaginato. Simon a quel punto capì le sue intenzioni e quando il ponte si era ormai completamente materializzato, lo attraversò con cautela, raggiungendo finalmente la sua famiglia.

«Ora che facciamo? Come usciamo da qui?» Chiese in seguito Simon.

«Non credo che Mark possa risvegliarci… non ricorda niente dei viaggi nei sogni.» Gli spiegò Jeanette, mentre loro figlio, preso in causa, non poteva far altro che ascoltare confuso.

«E allora? Aspettiamo che il sogno finisca da solo?»

Non appena Simon finì di porre la domanda, un’altra serie di scosse sismiche tornò a demolire il mondo del sogno.

«Non credo… il sogno sta continuando a collassare. Mark?!»

«Io sto facendo quello che mi hai detto te! Non mi sto agitando!» Obbiettò Mark.

«Forse il sogno sta semplicemente collassando da solo… e possibile?» Ipotizzò Simon.

«Non lo so, forse hai ragione tu.»

Jeanette doveva pensare in fretta, doveva trovare una soluzione prima che fosse troppo tardi.

«Ma che succede se il sogno collassa?»

«Non lo so, Mark… ma devi tirarci fuori in qualche modo!» Gli disse sua madre.

«Io? Ma… ma io non so come si fa!»

L’ambiente intorno a loro cominciò a disgregarsi nuovamente, e sta volta ad un ritmo molto più rapido di prima. Dopo appena un minuto da quando l’ondata sismica iniziò, solo una piccola porzione di collina restava ancora in piedi, quella dove si trovava la famiglia di Simon. Tutto il resto del sogno si era già quasi del tutto sgretolato. La domanda di Mark era più che lecita. Cosa sarebbe successo se il sogno fosse collassato? Una volta il Mark adulto che Jeanette aveva incontrato nei suoi sogni glielo aveva spiegato, ma ora, a distanza di così tanti anni, lei non lo ricordava più. Qualsiasi cosa fosse, non era nulla di buono. Come non era nulla di buono l’idea di restarsene lì con le mani in mano ad aspettare di scoprirlo. Doveva risvegliare la sua famiglia, in un modo o nell’altro.

Pensò intensamente all’idea di fermare il sisma che stava devastando la terra sotto i loro piedi, senza successo. Provò a insistere chiedendo a Mark di immaginare intensamente di svegliargli, ma per quanto il piccolo si sforzasse, nemmeno questo era possibile.

Non si sa cosa successe, ma d’improvviso lei e solo lei si svegliò.

Era distesa sul suo letto, di fianco a lei Simon che dormiva profondamente, emettendo di tanto in tanto qualche mugolio.

«Simon, Simon! Svegliati!!» Gli gridò scuotendolo, e lui aprì gli occhi.

Farfugliò qualcosa, ma lei non stette ferma ad ascoltarlo. Corse giù dal letto e in seguito fuori dalla stanza, diretta in camera da letto di Mark. Lo raggiunse e svegliò anche lui.

Il piccolo Mark aprì gli occhi urlando.

«Calma, calma. E’ tutto finito.» Lo rincuorò Jeanette abbracciandolo.

Mark iniziò a piangere.

«Mamma, è stato… è stato terribile… la terra mi era crollata sotto i piedi… io… io stavo cadendo…»

«Lo so, lo so. Ora calmati. E’ passato.»

Lo coccolò e lo tenne abbracciato a se. Nel frattempo, Simon fece la sua comparsa in camera raggiungendo moglie e figlio sul letto, e lì restò con i due, attendendo che Mark si tranquillizzasse.

 

6.6:

Aspettarono pazientemente che Mark smettesse di piangere, dopo di che, all’ennesima richiesta di spiegazioni gli raccontarono tutto partendo dal principio. Gli riassunsero la storia di come Jeanette aveva iniziato a sognarlo tanti anni prima, dei modi spesso assurdi che aveva adottato per cercare di impedire ai suoi genitori di organizzare il pic-nic che secondo il destino avrebbe segnato le loro vite e di tutti i poteri che lei aveva imparato a padroneggiare proprio grazie al Viaggiatore dei Sogni.

Il piccolo Mark, che era sempre stato curioso di natura, non poteva fare a meno di porre domande su domande inerenti all’argomento. Domande a cui Jeanette e talvolta anche Simon, quando ne era in grado, rispondevano pazientemente. Tutto pur di fargli comprendere e accettare una realtà che da quel giorno, probabilmente, avrebbe fatto parte della loro vita, se quel caso non fosse stato solo un evento occasionale e se Mark fosse veramente divenuto un piccolo Viaggiatore dei Sogni in carne e ossa.

Come se gli leggessero una fiaba, gli parlarono di tutte le cose che conoscevano, fino a che non si addormentò, e a quel punto tornarono in camera loro e si rimisero sotto le coperte.

«L’avresti mai detto? Il nostro Mark è un Viaggiatore dei Sogni!» Esclamò Simon.

«Già… » Rispose Jeanette con tono di voce turbato.

«Chi sa…forse quel suo mal di testa improvviso era dovuto a questo. Deve essergli successo qualcosa… ha appena compiuto il suo decimo anno di età e tutto d’un tratto… questo! Non la trovi una cosa straordinaria?»

Jeanette lo squadrò con un’occhiataccia che non prometteva niente di buono.

«Straordinario? Cosa ci trovi di così STRAORDINARIO?!?»

Simon non se la sarebbe aspettata una reazione del genere, così d’improvviso, e a sentirsi urlare contro da sua moglie, gli montò una strana inquietudine.

«C’è qualcosa che non va?»

Jeanette distolse lo sguardo da Simon e chinò la testa in basso.

«No… è solo che… niente.»

«Lo conosco quel tono di voce. Non è vero che non c’è niente.»

Lei sospirò.

«E’ solo che non doveva succedere!»

«Cosa? Che Mark diventasse un Viaggiatore dei Sogni? E che c’è di male, non ti fa piacere sapere che nostro figlio è speciale?»

Jeanette rispose alla domanda con un’altra occhiataccia.

«Quello non è “speciale”, è “pericoloso”! Cosa succederebbe se d’improvviso il sogno dovesse collassare di nuovo mentre noi non siamo lì con lui?!»

«Ma perché dovrebbe succedere?! Questa volta è andata così perché non ne sapeva nulla, non significa che dalla prossima andrà ancora male! E poi non è nemmeno detto che sia un fatto così grave, il sogno potrebbe collassare e lui potrebbe semplicemente risvegliarsi! Non possiamo saperlo!»

«Ti sbagli! Invece è proprio quello che succederebbe! E’ stato lui stesso a dirmelo, anni fa!»

«Bhe, forse non vale per i Viaggiatori dei Sogni… forse per lui… »

«Ma lui non è un Viaggiatore, è solo un bambino!!» Urlò Jeanette.

«E tu sei troppo iperprotettiva! Cosa pensi di fare? Tornare di la e tenerlo sveglio per sempre per impedire che sogni?!»

Jeanette non seppe come rispondere. Si sentì offesa dal marito.

«Se tu pensi questo di me, allora puoi dormire sul divano sta sera!»

«Cooosa? Stai scherzando spero!»

«Non sono mai stata così seria in tutta la mia vita!»

Ora era Simon a farfugliare alla ricerca di una risposta.

«Senti. Non voglio litigare. E’ solo che non capisco cosa ti è preso d’improvviso! A parte che è tutta la sera che hai un muso lungo come non so cosa, ma ora!»

Jeanette ci rifletté. Simon aveva ragione. Forse non su tutto, ma non poteva negare che durante tutta la sera era turbata da qualcosa.

«E’ solo che non sono più abituata a queste cose… voglio dire… Alvin  che d’improvviso ricompare dal nulla… Theodore che torna a parlare con la gente… e ora nostro figlio, che ha appena compiuto dieci anni ed ora salta fuori che è diventato un Viaggiatore dei Sogni… »

Dunque era questo. Non solo un problema isolato, ma tante piccole cose che, insieme, avevano turbato la quiete che Jeanette si era costruita nel suo animo. Simon si spostò sul materasso e le si avvicinò. La consolò con un delicato bacio sulla guancia, che poco dopo lei ricambiò con uno sulle labbra.

Si sdraiarono l’uno accanto all’altra e si abbracciarono.

Era come tornare ai vecchi tempi, quando il loro amore era appena sbocciato e non c’erano ancora brutti ricordi d’incidenti a tormentare i loro animi.

Jeanette dimenticò le sue ansie e, prima di addormentarsi tra le braccia del marito, pensò intensamente alle frasi che le disse pochi minuti prima:

«Lo so che stanno succedendo d’improvviso tante cose, ma io credo che sia il segnale che finalmente gli eventi stanno per prendere una nuova piega. Alvin è stato l’inizio, e ora tocca a Theodore e Mark. Prima, nel sogno gli avevi detto di non aver paura. Ricordi? Ebbene. Non avere paura, Jean.»

«Sei sicuro che si risolveranno le cose anche con Theodore?» Gli aveva chiesto poi lei.

«Sì.» si era limitato a rispondere lui, e a quel punto le augurò solo dolcemente la buona notte, chiudendo gli occhi e addormentandosi subito con lei.

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