4: La famiglia

4.1:

8 FEBBRAIO 2029 (Casa Seville)

«Ehm… ciao Theo.» Farfugliò Alvin.

Quando Al era partito per New York, nonostante la lunga degenza in coma avesse fatto perdere a Theodore molta della sua massa corporea originale, restava tuttavia abbastanza in carne da non destare troppa preoccupazione nei confronti di chi lo guardava. Ora invece appariva estremamente emaciato, più di quanto Alvin avesse mai potuto credere. Indossava ancora la felpa verde che aveva fatto parte della sua infanzia, e nonostante fosse leggermente cresciuto di statura, gli stava persino larga ora che era così deperito. Come se c’ho non fosse già una visione turbante, quel Theo era anche estremamente pallido in volto, la pelliccia aveva perso molto del suo colore naturale e appariva arruffata o spelacchiata in diversi punti del corpo, lasciando intravvedere la pelle glabra.

Non era il Theodore a cui Alvin era abituato, e dovette ammettere con se stesso che purtroppo tutte le storie che Brittany gli aveva raccontato sul suo conto erano vere.

Theodore non rispose al saluto. Si limitò a fissarlo con gli occhi leggermente sgranati, quasi fosse incredulo di trovarsi veramente di fronte il fratello che non vedeva da così tanto tempo.

«Mi riconosci?» Gli chiese Alvin, poi saltò sul tavolo dove Theo stava seduto a contemplare il nulla e gli si avvicinò. «Sono io, Alvin.» Continuò indicando se stesso con entrambe le mani al petto.

Theodore lo guardò in volto. La sua espressione non comunicava alcuna emozione. L’unico indizio che indicasse il fatto che forse poteva essere sorpreso di quell’incontro era la bocca leggermente aperta che teneva spalancata da quando Alvin lo aveva salutato entrando nella stanza.

Alvin si inginocchiò a pochi centimetri da lui.

«Theo?». Insistette.

Le labbra di Theodore vibrarono leggermente.

«A-Alvin… ?» Farfugliò.

Alvin sorrise e dovette trattenersi dal non esplodere dalla gioia.

«Sì Theo, sono io! Sono Alvin!»

Lo abbracciò e si aspettò che da un momento all’altro anche lui facesse altrettanto, ma Theodore resto impassibile e silenzioso, senza emettere un solo gemito.

«Come stai, fratellino?» Gli chiese Alvin distaccandosi da lui di un paio di centimetri e fissandolo negli occhi.

Theo non gli rispose, e anzi, voltò la testa verso la finestra e ricominciò a fissare il vuoto.

«Ma… Theo?» Lo chiamò Alvin costernato.

Una voce femminile lo chiamò.

«Alvin… »

Era Brittany.

Si voltò in direzione della voce e lì vide la sua compagna vicino a Simon e all’anziano Dave che seguivano insieme il suo tentativo di dialogo con Theodore.

Alvin si voltò solo per un secondo verso Theodore, che continuava a far finta di nulla. Per un breve istante sembrava essersi ripreso, ma ora era tornato a dare l’impressione di non essere cosciente del mondo che gli stava intorno.

Ripensò alle parole “Senza anima” con le quali Theo era stato definito sia da Brittany, che da Dave e Simon, e ora finalmente aveva capiva cosa volessero dire.

 

4.2:

Alvin saltò giù dal tavolo e tornò dagli altri.

Ricordava il periodo in cui Theodore si convinse di essere in qualche modo il responsabile della morte di Eleanor. Dopo un breve periodo durante il quale sembrava stesse cominciando a riprendersi dal trauma, cadde nuovamente in una specie di profonda depressione che lo chiuse in se stesso, rendendolo associale e assente nei confronti di chiunque. Allora le sue condizioni erano già preoccupanti, ma quello che Alvin si era appena ritrovato di fronte agli occhi era molto peggio di quanto potesse mai immaginare! Theo era divenuto l’ombra di se stesso, un guscio di carne, ossa e pelo al cui interno non vi era più traccia di emozione, e anche quelle poche che ancora vi tentavano di accedere, probabilmente venivano scacciate da una mente che ormai si era perduta nella sua cieca disperazione.

Simon sperava che il ritorno di Alvin potesse finalmente sbloccarlo, del resto era proprio dal giorno della sua partenza che le cose iniziarono a peggiorare col loro fratello, e quando Theodore, guardando negli occhi Alvin, aveva tentato con fatica di pronunciare il suo nome, una piccola speranza cominciò ad albergare per breve tempo nel cuore di Simon. Dovette però ricredersi. Theodore era tornato subito a essere il fragile e vuoto guscio che era stato per tutti quegli anni.

«Almeno c’ho provato.» Ammise Alvin scambiando una serie di sguardi imbarazzati con Dave e il resto del gruppo.

«Non fa niente Al… ora, se volete andare un po’ a riposarvi per il viaggio, ho già portato in camera vostra i bagagli.» Gli spiegò Dave, senza sforzarsi di contenere la tristezza che anche lui, come gli altri, provava per tutta la faccenda.

Alvin annuì.

Simon guardò il display dell’orologio digitale appeso sopra la parete di fianco al tavolo della sala da pranzo.

«Ragazzi, io devo tornare a casa. Tra non molto Mark tornerà da scuola e lui non sa che sono qui, non vorrei che si preoccupasse non trovandomi.»

«Vuoi che ti ci porti io? Devo fare un salto alla banca, quindi se vuoi approfittarne… » Gli propose Dave.

«Per me va bene… » rispose, poi si rivolse ad Alvin e Brittany «ah, Jeanette mi ha detto di dirvi che sta sera siete invitati da noi, sempre se non avete altri programmi.»

«Sì, sì, lo so. Ci ho parlato al telefono poco fa, mi ha chiamato da lavoro perché voleva sapere se eravamo arrivati, e ha approfittato per chiedermelo! Se Alvin è d’accordo verremo senz’altro… Alvin?» Britt si rivolse al suo compagno.

«Hmm… bhe, è anche vero che siamo appena arrivati…» gli altri lo guardarono con un espressione sbigottita, come se volessero chiedergli “E quindi?”.

«Quindi di impegni non ne abbiamo! Come dice Brittany, ci verremo senz’altro, Simon!» Concluse facendo l’occhiolino al fratello.

Cercava di alleviare un po’ la tensione del gruppo, ma la cosa non parve funzionare, e anzi, portò un’ulteriore ondata di tristezza tra tutti i presenti. Primo fra tutti, lo stesso Alvin, che in quel momento si rese conto che forse con quell’atteggiamento era stato un po’ inopportuno.

«Molto bene, allora… ehm, Dave, noi andiamo?» Gli chiese Simon, il quale aveva un tono di voce malinconico e sembrava non vedesse l’ora di congedarsi dagli altri due chipmunk.

«Sì, fammi mettere le scarpe, prendere le chiavi e andiamo.» Gli rispose uscendo dalla stanza.

«Ok, ehm… Alvin, Britt, ci vediamo sta sera allora. Ciao.» Li salutò, sempre con voce malinconica.

«Contateci!» Risposero in coro mentre Simon usciva anch’egli dalla stanza.

Poco dopo Dave si affacciò di fretta all’entrata della sala da pranzo.

«Ragazzi, noi andiamo. Tornerò tra meno di un’ora, a dopo!».

«A dopo, Dave!»

«Ciao!»

Sia Alvin che Brittany lo salutarono, solo Theodore era rimasto in silenzio nel suo angolino del tavolo.

L’uomo uscì rapidamente di casa, preceduto da Simon.

Alvin restò piacevolmente sorpreso nel notare che nonostante l’età, Dave conserva ancora la vitalità dei tempi che furono. Pure lui, come tutti gli altri, aveva subito le conseguenze della tragedia dell’incidente, del coma di Theodore e della scomparsa di Eleanor, ma tra tutti era stato quello che aveva saputo affrontare meglio il dolore. Non era il tipo di uomo che si lasciava sopraffare facilmente. Quando erano finiti nell’isola, sia la prima volta, tutti insieme, che la seconda solo Alvin e Brittany, aveva affrontato l’oceano e le intemperie del vulcano per riportarli a casa sani e salvi, ed era stato con loro vicino anche dopo i due incidenti di Simon e Jeanette e di Theo e Ellie.

Dovevano tutto a lui, e Alvin non faceva che rimpiangere ogni minuto di ogni giorno la sua decisione di partire per New York. La sua carriera gli aveva garantito il continuum della fama e del successo, ma gli aveva anche fatto sprecare molti, troppi anni di rapporti con la famiglia con cui è cresciuto e che ora desiderava solo recuperare.

Forse il merito di questa consapevolezza era dovuto ai suoi trentacinque anni di età che finalmente lo stavano facendo maturare, oppure era dovuto fatto che presto sarebbe diventato lui stesso un padre. Si chiedeva quale di queste due eventualità fosse quella corretta. La prima? La seconda? Oppure entrambe? Un giorno l’avrebbe capito.

 

4.3:

Alvin e Brittany erano rimasti solo in casa insieme a Theodore.

Alvin lanciò un altro sguardo malinconico al fratello. Stava valutando se fare un altro tentativo provando a parlarci o se invece fosse meglio lasciarlo perdere per ora.

Brittany gli appoggiò una mano sulla spalla.

«Andiamo, Alvin.» Gli disse.

«Uh…sì.»

Uscirono dalla stanza e andarono verso le scale che li avrebbero condotti al piano superiore della casa. Non si accorsero che nel frattempo Theodore si era leggermente voltato per guardarli.

Per salire le scale, a causa del suo pancione Brittany doveva aiutarsi afferrando la base del corrimano e aiutarsi con le braccia a compiere i gradini, ma dopo averne completati solo un paio fu afferrata d’improvviso da Alvin che se la caricò in braccio.

«Uh, Alvin? Ma… che stai facendo?»

«Non crederai mica che ti lascerò salire le scale da sola? Ricordi cosa ti ha detto il medico? Niente sforzi inutili.»

Brittany ridacchiò imbarazzata.

«Ma… peso troppo per te, come farai a fare tutti i gradini con me in… » fu azzittita da un piccolo e delicato bacio sulle labbra dal suo compagno.

«Stai tranquilla e goditi il viaggio.» La rassicurò sorridendole.

Alvin salì i gradini a lunghi passi con in braccio Brittany senza mostrare quasi segno di stanchezza, fino a che non si trovarono finalmente al piano superiore della casa.

«L’ “Alvin’s transport” le comunica che siamo giunti a destinazione, Mylady.» Annunciò Alvin, facendo ridere Brittany per la battuta.

«Eheh, quanto le devo?»

«Per lei, Mylady, oggi: “sconto fedeltà”, un bacio sulla guancia e siamo a posto.»

Brittany rise ancora, e invece del bacio sulla guancia, gli diede un lungo e profondo bacio sulle labbra.

«Il resto è la mancia.» Concluse Britt.

Si avviarono subito per il corridoio e Alvin parti in quarta diretto verso quella che una volta era la loro camera da letto.

«No, non lì, Alvin.» Lo avvertì Brittany. Ma Alvin ormai aveva già raggiunto la stanza, e quando varcò la soglia provò una sensazione di smarrimento nel notare che molte delle loro cose erano state tolte. I poster, le locandine, i loro giocattoli, tutto era stato rimosso. Persino i letti a castello nei quali un tempo i Chipmunks e le Chipettes dormivano insieme.

Restava solo un letto a una piazza simile a quello che avevano Alvin e Brittany nel loro attico a New York, con un copriletto monocromatico di colore verde. A guardarla ora, la stanza sembrava incredibilmente spoglia. Dei tempi passati restavano solo un piccolo armadio a due ante e un comodino vicino a quell’unico letto sopra il quale vi erano diverse foto, alcune dei Chipmunks e delle Chipettes in gruppo, e molte altre solo di Eleanor da sola o con Theodore.

«Questa ora è la camera di Theo.» Spiegò Brittany dopo averlo raggiunto.

«A quanto pare…» le rispose mentre la sua attenzione era tutta focalizzata sulle foto del comodino. «Quindi… dove si va?» Domandò poi.

«Dave ci ha preparato la stanza per gli ospiti, dormiremo lì.»

L’espressione di Alvin cambiò in una smorfia di sorpresa.

«Da quando Dave ha una stanza per gli ospiti?»

«Sono passati 10 anni, le cose cambiano!»

«Sì, bhe, è vero. E’ solo che non mi aspettavo di vedere questa stanza così spoglia.»

Brittany sospirò.

«Lo so, non sembra neanche più la stessa. Dave dice che è stato costretto a farlo perché ogni cosa che c’era qui dentro ricordava a Theo mia sorella… gli causavano angoscia… quindi ha dato via tutto eccetto le foto, che non se la sentiva di portargli via. Theodore ha diritto ad avere un ricordo di Ellie e… »

«Andiamo nella nostra stanza, ok?» Le frasi di Brittany stavano diventando sempre più confuse e disordinate, e ad ogni parola pronunciata la sua voce si tramutava sempre di più in un pianto. Alvin decise quindi di stopparla.

«Sì, va bene… seguimi.» Brittany si asciugò una lacrima con il palmo della mano e lo accompagnò alla stanza degli ospiti.

«Un momento… ma questo è lo studio di Dave!» Commentò Alvin stupefatto.

La stanza degli ospiti era arredata svuotando dal suo contenuto tutto quello che fino a qualche anno prima era lo studio nel quale Dave lavorava ai testi delle sue canzoni.

Quando dovettero sciogliere la band dei Chipmunks e delle Chipettes, da quel momento in poi tutti i guadagni che Dave percepiva provenivano principalmente dai diritti d’autore e dalla vendita degli ultimi cd del gruppo. Per un po’ aveva tentato di comporre e registrare nuove canzoni per conto proprio, le quali però non ottennero lo stesso successo come ai tempi d’oro dei sei chipmunk, perciò decise di rinunciarvi. Questa parte della storia Alvin la conosceva, quello che però ignorava era che alcuni anni prima , sotto suggerimento di Simon, Dave aveva deciso di mettere in vendita all’asta tutta la sua attrezzatura da compositore, che ormai risiedeva abbandonata in uno studio che non aveva più motivo di esistere, ed era riuscito a piazzarla ad un ottimo prezzo a diversi collezionisti bramosi di avere per sé un pezzo della storia di una delle più grandi band musicali di tutti i tempi.

Le due valige che Alvin e Brittany si erano portanti dietro erano state già svuotate del loro contenuto e riposte con l’aiuto di Dave in uno degli scaffali della stanza.

«Io mi metto un po’ a dormire Alvin, sono stanca morta.» Disse Brittany.

«Oh, sì. Aspetta. Ti aiuto a salire.»

Dave aveva già preparato una piccola scaletta sul bordo destro del letto per consentire alla Chipette di salire, e così lei e compagno ripeterono lo stesso rituale a cui già erano abituati nel loro attico a New York.

Brittany si accoccolò sul letto e aspettò che anche Alvin si sdraiasse insieme a lei, ma il chipmunk saltò subito giù per dirigersi all’uscita.

«Non vuoi dormire un po’?» Gli chiese Britt.

Alvin si voltò verso di lei e scosse la testa.

«No, voglio andare giù e provare a parlare ancora con Theo.»

Lei gemette.

«Credi che sta volta funzionerà?»

Alvin sospirò.

«Non lo so… lo spero. Ma non mi va di dormire sapendo che mio fratello che non vedo da dieci anni è al piano di sotto tutto solo e abbandonato a se stesso. Riposati, Britt. Io ti raggiungerò tra poco.»

Alvin si congedò da Brittany, che rimasta sola nella stanza, non poté fare altro che ascoltare le parole del suo compagno e dormire, lui invece percorse il corridoio fino alle scale e scese al piano inferiore.

Si diresse verso la sala da pranzo, dove prima avevano lasciato Theodore, ma prima di raggiungerla, alcuni rumori attirarono la sua attenzione nel soggiorno. Sembravano provenire da una tv, e in effetti fu così. Theo stava seduto sul divano, con il telecomando di fianco a se e con lo sguardo fisso sul monitor ultrapiatto del televisore di fronte.

«Hey, Theo!» Si annunciò Alvin saltando sul divano insieme al fratello e sedendosi vicino a lui. Theodore non gli rivolse nemmeno uno sguardo.

Ci furono alcuni secondi d’imbarazzante silenzio, durante i quali Alvin cercò di pensare a un modo per spezzare la tensione. Tra tutte quelle che avrebbe potuto dire, gli venne in mente solo la domanda più stupida e inutile in assoluto.

«Che stai guardando?» Gli domandò cercando di attirare l’attenzione. Lo sapeva che non avrebbe dovuto aspettarsi una risposta, ma non sapeva davvero come approcciarsi.

Faresti meglio a stare zitto, Alvin! Si disse tra se e se.

Alla fine si limitò a seguire la Tv insieme a Theodore senza aprir bocca. Sul monitor scorrevano le pubblicità dei prodotti più disparati, dagli snack agli spot delle compagnie aeree, dai prodotti per la casa agli ultimi ritrovati hi-tech della robotica domestica. Niente che potesse stuzzicare in alcun modo l’interesse di Alvin, che infatti si stava annoiando sempre di più man mano che il tempo trascorreva.

«Non trattarmi come un bambino.»

La frase penetrò in Alvin come una scossa elettrica e lo fece sobbalzare dal suo posto. A parlare era stato Theodore, il quale lo disse con una voce calma e apparentemente apatica, Alvin però aveva capito a cosa si riferisse il fratello.

«Lo so… scusami.» Sospirò «Sento di dover dire qualcosa, ma non so… »

«Rispondi a questo, Alvin.» Theodore voltò il capo verso di lui «Perché solo ora?»

Alvin non capì.

«Che vuoi dire?»

«Perché ci hai messo così tanto a tornare?»

Alvin rimase allibito dalla domanda di Theodore. Già non si sarebbe aspettato di sentirlo veramente parlare, nonostante fosse tornato da lui proprio per questo, e ora si era ritrovato d’improvviso dall’altra parte della palizzata. Ora era lui a restare in silenzio mentre Theo attendeva la sua risposta.

Alvin inspirò una lunga boccata d’aria.

«Era per il mio lavoro Theo, come talent scout sono sempre in giro per il Paese… California, Florida, Texas, New York, Ohio, Missouri… insomma, non ho mai un attimo di tregua. Quest’anno, visto che Brittany aspetta un bambino, ho deciso di prendermi un anno sabatico, e così eccomi qui… »

Theodore non credeva a una sola parola di quanto gli diceva Alvin.

«Non mi risulta che i Talent Scout siano così pieni di impegni.» Commentò con fare sarcastico e cinico. «Quello che mi hai appena detto è la verità, oppure un’altra delle tue scuse?».

Alvin era rimasto basito. Le accuse di Theodore gli penetravano nella pelle e lo ferivano da dentro.

«Sei arrivato qui come se niente fosse, mi hai abbracciato come se tutto quello che è successo non fosse mai avvenuto, hai insistito per parlare con me dopo essere sparito per dieci anni. Eppure nonostante tutto questo, ancora non riesci a essere sincero.» Continuò.

Alvin strinse i pugni. La rabbia stava montando in lui. Cercò di trattenersi, di mordersi la lingua e ingoiare il rospo, ma proprio non se lo aspettava che dal silenzio, Theodore sarebbe passato ad accuse tanto pesanti in così poco tempo. Alla fine, nonostante gli sforzi per impedirlo, scoppiò.

«Io non sono sparito! E’ vero, forse ho avuto paura di tornare a casa, ma con gli altri ho riallacciato i contatti da anni! Sai quante volte avrei voluto parlarti, chiederti come stavi, ma ogni volta mi è sempre stato detto che non volevi parlare con nessuno, che te ne stavi sempre chiuso in te stesso! Come potevo parlare con te se tu per primo me l’hai sempre impedito?»

Theodore esitò prima di parlare.

«Sì, hai ragione… io l’ho uccisa… ma quando te ne sei andato, ogni cosa è andata in frantumi… » Farfugliò abbassando lo sguardo.

Theodore ora aveva improvvisamente cambiato atteggiamento. Dall’ostentata sicurezza che mostrava fino a un attimo prima, era passato all’imbarazzo. Sbalzi di umore come questi non erano proprio da Theodore, non il Theodore che conosceva Alvin.

«Si, ok è vero, ho sbagliato e sono tornato con l’intenzione di rifarmi con tutti, ma per quanto riguarda te, sbagli a darti delle colpe, non hai ucciso nessuno, è stato solo un incidente! Te lo abbiamo sempre detto…»

Theodore lo interruppe.

«Io l’ho distratta… avrebbe potuto scansarsi… »

«Oh, no! Senti, torna ad accusare me! Io me ne sono andato e non mi sono più sforzato di farmi vivo, punto! Tu in quell’incidente sei stato solo una vittima, proprio come lei!»

«Lei è morta per causa mia… » Insistette Theodore.

Alvin si dannava nel tentativo di farlo ragionare, fargli capire chi dei due meritasse di essere accusato e chi no, ma Theo non gli dava ascolto. Avevano avuto una conversazione quasi razionale fino a qualche secondo prima. Una conversazione dove un lucido Theodore accusava Alvin della sua lunga assenza. Ma ora era tutto tornato alla triste realtà, e mentre il fratello ripeteva ciclicamente le stesse frasi come un disco di vinile rovinato, Alvin saltò giù dal divano investito da un vortice di emozioni contrastanti. Senza aggiunger altro raggiunse le scale e salì tornando nella stanza degli ospiti, ora divenuta la loro, e dove Brittany stava già dormendo sotto le coperte.

Alvin chiuse la porta dietro di se in preda alla rabbia e alla frustrazione e senza badare a lei, si rintanò in un angolo della stanza e cominciò a piangere.

Brittany si era svegliata. Non fu molto sorpresa da quella reazione. Immaginò che qualcosa tra i due fratelli non fosse andato per il verso sperato.

Scese con estrema lentezza dal letto, appesantita dal suo pancione, e goffamente, andò a sedersi vicino a lui.

Nessuno dei due disse nulla. Lei gli offri una spalla su cui piangere e gli restò vicino aspettando che si calmasse.

Alvin non soffriva per i suoi sbagli, li aveva compresi nel momento in cui aveva rivisto suo fratello Simon dentro la locanda durante le ore del primo pomeriggio, e si era detto che avrebbe cercato di porre rimedio a tutto. A fargli quasi mancare il fiato dalla frustrazione era il fatto di non saper come aiutare Theodore.

Ora capiva il perché tutti si fossero rassegnati con lui a parte Simon, e finalmente giustificava anche la malinconia del suo fratello più dotto.

Si disse che doveva farsi forza. Era solo il primo giorno del suo ritorno, tanti altri ce ne sarebbero stati da lì in poi, e non poteva permettere che l’instabilità di Theodore prendesse il sopravvento anche su di lui, non così presto almeno.

Quel viaggio doveva portargli anche delle esperienze positive. Ad esempio, non vedeva l’ora di fare finalmente la conoscenza di suo nipote Mark.

 

4.4:

LO STESSO GIORNO-SERA (Los Angeles, un’altra località)

Il piccolo pomello della porta, posto a venti centimetri da terra per consentire agli occupanti di quella casa di impugnarlo e aprire la porta, girò su se stesso facendo scattare un piccolo click. La porta poi si spalancò e la persona che la aprì, Jeanette Seville, fece il suo ingresso in casa.

«Sono tornata!» Annunciò ad alta voce.

Simon se ne stava nella stanza adiacente al corridoio d’entrata, impegnato in alcune ricerche accademiche sul tavolo della loro sala da pranzo. Quando la vide entrare fece un piccolo sobbalzo di sorpresa.

«Oh. Ciao tesoro. Come mai così tardi?» Le chiese mentre si scambiarono un piccolo bacio di saluto sulle labbra.

Lei sbuffò.

«Lo so, lo so. A lavoro Morrison ha di nuovo combinato un casino col treppiede, abbiamo dovuto ripetere tutta la sessione fotografica sta volta! Guarda, lascia stare, non mi va di parlarne.»

Simon ridacchiò.

Jeanette si tolse di dosso la giacca e andò ad agganciarla all’appendiabiti in salotto.

«Mark, è arrivata la Mamma!» Chiamò ad alta voce Simon, mentre lei faceva ritorno nella sala da pranzo.

Simon e Jeanette si sposarono il 28 luglio 2018 e appena sette mesi dopo, il 10 febbraio 2019, venne al mondo il loro figlio Mark. A quel tempo la famiglia Seville si era già spezzata, dal momento che Alvin e Brittany erano già partiti da diversi mesi per New York. In seguito al suo travagliato periodo di maternità, durante il quale Simon stava ancora frequentando gli studi di specializzazione di psicologia, per poter garantire un’infanzia benestante al loro bambino Jeanette prese la decisione di cercarsi un lavoro che le permettesse di far fronte alle numerose e gravose spese che i due Chipmunks avevano a carico.

Decise così di farsi assumere come aiutante in un piccolo studio fotografico di periferia, con il quale Jeanette riusciva nonostante tutto a ritagliarsi una piccola fetta di tempo libero da dedicare all’educazione del figlio.

Non fu facile per lei emergere in quel settore, dal momento che come assistente di fotografo non era in grado di adempiere alle numerose mansioni che la sua posizione avrebbe richiesto. Operazioni apparentemente semplici come montare o smontare i set, spostare l’attrezzatura o anche solo regolare le luci di scena risultavano impossibili da compiere per una Chipette di venti centimetri di altezza.

Per sua fortuna il fotografo per il quale lavorava era un uomo molto tollerante e generoso, che conoscendo la sua situazione familiare e anche tutto quello che aveva passato gli anni precedenti con l’incidente di sua sorella, e le risparmiava molti dei doveri che le erano richiesti concedendole di occuparsi solo di quello che lei era in grado di eseguire, come gestire l’archivio fotografico al pc o scattare le fotografia mentre l’uomo aggiustava la scenografia.

Col trascorrere dei mesi, Jeanette finì per imparare molte cose sul mondo dei fotografi professionisti e non passò molto tempo prima che lei cominciasse ad occuparsi dello studio fotografico al pari del suo datore di lavoro.

Nel corso degli anni l’attività finì per ingrandirsi, in parte anche grazie al passaparola della gente, attirata dalle voci secondo cui in quello studio lavorava uno degli ex-membri del gruppo delle Chipettes.

Dopo sette anni di collaborazione, l’uomo che fino ad allora si era occupato di stipendiare la Chipettes le comunicò una notizia molto importante: presto avrebbe dovuto trasferirsi in Europa. Per tanto, se Jeanette era disposta ad accettare l’offerta, le avrebbe ceduto l’attività.

Fu una grande sorpresa per la Chipette, che tuttavia accettò l’offerta, e ben presto fu lei stessa ad assumere degli assistenti umani che collaborassero con lei per la gestione dell’attività, sebbene in taluni casi, come con Morrison, dovette convenire con se stessa che non fu proprio la più saggia delle decisioni.

«Ho deciso! Domani gli do il benservito!» Annunciò Jeanette ripensando a quell’incompetente di Morrison.

Simon era vicino a lei, seduto al tavolo della sala da pranzo (di taglia ridotta per adattarsi alle loro dimensione, proprio come per Alvin e Brittany)

«Intendi licenziarlo?»

Jeanette sospirò amareggiata.

«Non ho scelta! Non è mai puntuale a lavoro, manca di rispetto ai clienti e come se non bastasse, non passa giorno che non ne combini una delle sue… »

«Ciao Mamma.»

Lo sfogo di Jeanette fu interrotto dal saluto di suo figlio Mark, che entrò nella stanza.

«Ciao Mark.» Ricambiò lei il saluto, poi suo figlio le si avvicinò per darle un affettuoso bacio sulla guancia che le fece tornare il sorriso.

«Allora, com’è andato il test a scuola?»

«E’ andato benissimo! La Prof mi ha dato A+!» Rispose Mark saltellando dalla felicità.

«Bravo, sono così fiera di te… » Jeanette si voltò verso Simon «E Alvin e Brittany?»

«Ci ho appena parlato al telefono, stanno arrivando in taxi.»

«Immagino che con Theodore… ?» Chiese lei, alludendo alla possibile reazione che Theo avrebbe potuto avere rivedendo il fratello di suo marito.

Simon scosse la testa in silenzio, comunicandole a gesti una risposta molto chiara: “Non ha funzionato”.

«Capisco.» Concluse rattristata.

Il campanello di casa trillò.

«Devono essere loro.» Ipotizzò Simon.

Jeanette andò ad aprire la porta e si ritrovò dinanzi ad Alvin e Brittany.

«Sorpresa!»

«Britt! Che piacere rivederti!» Le due sorelle si lanciarono l’una contro l’altra in un affettuoso abbraccio fraterno, poi Jeanette guardò verso Alvin «Alvin! Hey, come stai?»

Alvin fece per rispondere, ma fu azzittito da Jeanette.

«Ma… e quell’orecchino?»

Alvin si passò una mano tra i capelli e si fermò a stuzzicare l’orecchino con le dita ridacchiando.

«Oggi tutti che mi chiedono dell’orecchino, eheh… comunque, sto bene Jeanette, anch’io sono felice di rivederti.»

Anche Alvin e Jeanette si scambiarono un affettuoso abbraccio di saluti. Un gesto che non turbò in nessun modo né Brittany di fianco a loro né Simon all’entrata della sala da pranzo.

«Coraggio, entrate pure! Che state aspettando?» Li invitò Jeanette.

«Con permesso.» Alvin entrò affiancato da Brittany e cominciò a guardarsi intorno «Wow, la vostra casa è davvero bella, mi piace!»

«Già, niente in confronto al vostro enorme attico a New York!» Commentò sarcasticamente Jeanette.

Alvin si voltò di scatto verso di lei.

«Oh, no, no! Dico sul serio, è molto bella…» cercò di spiegare Alvin.

Si diressero nel soggiorno, dove Alvin vide un piccolo Chipmunk incredibilmente somigliante a Simon e Jeanette starsene fermo in piedi a guardarli.

«Hey! E tu devi essere Mark, forte! Finalmente ci conosciamo!»

Brittany si fece avanti e si avvicino al nipote, che al contrario di Alvin, aveva già visto in più di un’occasione.

«Lo riconosci? Sai chi è?» Gli domandò lei facendo un cenno con la testa verso Alvin.

«Ma certo! Sei lo zio Alvin, ti ho visto spesso in TV!».

Alvin rise, poi andò verso il nipote e gli porse la mano. Mark la strinse con sicurezza e decisione.

Alvin si inginocchiò di fronte al piccolo Chipmunk.

«E non solo alla TV immagino. Allora, Com’è il mondo dei Vivi?» Gli chiese  sussurrando.

Mark fece una smorfia di stupore.

«Come?»

«Ehm, Alvin… » Simon gli si parò di fronte «Vieni un secondo con me, ti devo parlare.» Gli disse agitato.

«Oh… sì.»

Alvin si Alzò e seguì Simon.

«Aspettateci qui, noi torniamo subito!»

«Dove state andando, Simon?» Gli domandò Jeanette.

«Qui fuori in terrazza, non ci metteremo molto, gli spiego solo “quel discorso”.» Le rispose facendo con le dita il segno delle virgolette.

 

4.5:

«Fico! C’è una vista magnifica da qui!» Commento Alvin dopo essere saltato sul parapetto della terrazza. L’appartamento di Simon e Jeanette si trovava all’ottavo piano di un grattacelo alto dodici, e da lì si poteva godere di una strabiliante vista sulla strada e dell’intero quartiere.

Simon lo raggiunse sul parapetto.

«Già, è vero. Era uno dei motivi per cui abbiamo preso questa casa, ma tu dovresti esserne abituato se non sbaglio.»

«Sì, è vero. Però Los Angeles è molto più bella di New York, l’ho sempre pensato… »

I due fratelli stettero per diversi secondi in silenzio contemplando il paesaggio cittadino sottostante, Simon poi si voltò verso Alvin.

«Mark non sa niente dei “Viaggiatori dei Sogni” e di tutto il resto.» Gli spiegò a bruciapelo.

Alvin strabuzzo gli occhi e spalancò la bocca dallo stupore.

«Come sarebbe? Ma… ma io… io credevo che… »

«Sì, lo so che vuoi dire, ma Jeanette è convinta che lui non ricordi niente di quella sua vita precedente.»

«E tu invece?» Gli chiese Alvin.

Simon sospirò.

«Io non ho vissuto le esperienze che ha vissuto lei con Mark nel Mondo dei Sogni, ma adesso io lo guardo e vedo solo un normalissimo ragazzino come tanti altri. L’ho visto crescere, e con tutta onesta non credo che stia mascherando tutto.» Si fermò per riordinare le idee, poi riprese «Jeanette ha ragione, Mark non ricorda nulla, e ti chiederei di non accennare più nulla a riguardo.»

Alvin annuì deciso.

«D’accordo Simon, non ne farò parola, promesso!» Si diede due colpetti al cuore per siglare la sua promessa.

«Per quello che hai detto prima… mi inventerò qualcosa io, che so… che era una tua battuta o cose del genere.»

«Sì, sì, ok. Comunque ti chiedo scusa, non ne sapevo nulla. Brittany non mi aveva avvertito…»

Simon lo interruppe.

«E tutto a posto… ora sarà meglio che torniamo in casa, o Jeanette se la prenderà con me.» Scherzò Simon.

«Sì, forse hai ragione. Mi sa che è meglio non scherzare con lei!»

«L’hai detto, fratello!»

I due rientrarono in casa ridendo e scambiandosi battute a vicenda.

Anche se non a parole ma solo mentalmente, si erano accordati che quella serata l’avrebbero trascorsa all’insegna del divertimento e della rimpatriata.

Passarono il resto del tempo nella più totale serenità, raccontandosi storie divertenti degli anni trascorsi, rievocando i piacevoli ricordi d’infanzia e facendo battute sugli argomenti più disparati.

Verso la fine della serata decisero di esibirsi in alcuni brevi siparietti canori con le loro hits musicali di maggior successo, che Mark ascoltava ammirato e affascinato, soprattutto quando a cantare erano i suoi genitori.

Ogni ricordo, ogni risata riesumava anche i ricordi più brutti, ma durante quella serata tutti li ignorarono, come se non ci fossero mai stati.

Dopo tanti anni, finalmente la famiglia si stava riunendo.

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