3: L’incidente

3.1:

14 FEBBRAIO 2013 (Los Angeles Liceo West Eastman)

La campanella suonò per annunciare la fine delle lezioni per quella giornata.

Erano all’ultimo anno del liceo, dopo il diploma ognuno avrebbe intrapreso una strada diversa. Simon e Jeanette avrebbero proseguito gli studi iscrivendosi all’U.C.L.A., Alvin si era fatto rimediare con l’aiuto di alcuni contatti di Ian Hawke un lavoro niente meno che negli studi di registrazione della Jet Records, mentre Brittany cominciava ad appassionarsi al ballo e desiderava cominciare dei corsi di preparazione per diventare insegnante di danza classica a tutti gli effetti.

Grandi ambizioni e grandi progetti, ai quali gli unici che sembravano non volerne prendere parte erano Theodore ed Eleanor. Non che non si preoccupassero del loro futuro, ma semplicemente si trovavano d’accordo nell’affermare che tutto sommato non aveva molto senso andar così di fretta, del resto era solo febbraio, come Alvin e Brittany nemmeno loro erano intenzionati a frequentare il college e prima del termine della scuola c’erano ancora gli esami di Maturità da superare.

Già, la Maturità, un problema che non sfiorava minimamente Simon e Jeanette, ma che Eleanor non tardava a ricordare di continuo ad Alvin e Brittany, i quali sembravano pensare a tutto fuorché allo studio.

Per quanto riguardava Theodore, non capiva perché i suoi fratelli desiderassero tanto distaccarsi dalla famiglia. Avevano già una lunga e promettente carriera da rock-star, perché voler a tutti i costi avviarsi su sentieri differenti?

Negli ultimi tempi finivano spesso per discuterne, e se la maggior parte delle volte erano solo chiacchiere innocue, non era raro che in taluni casi scoppiassero degli accesi litigi che coinvolgessero più parti. Theodore con Alvin, Brittany con Eleanor, oppure con lo stesso Dave, il quale pur condividendo l’opinione secondo qui Alvin e Brittany trascuravano troppo la scuola a favore dei loro progetti, non era invece a favore dell’indifferenza di Theo e Ellie per il loro futuro.

Ad ogni modo, era un San Valentino molto speciale quello che i Chipmunks e le Chipettes avevano deciso di godersi quell’anno, sarebbe infatti stato l’ultimo che i sei avrebbero potuto trascorrere veramente insieme, se i loro progetti sarebbero andati tutti in porto.

Quel giorno non sarebbero rientrati a casa subito dopo la fine delle lezioni, bensì, sarebbero usciti tutti e sei insieme per godersi, oltre alla festa degli innamorati con i loro rispettivi partner, anche una giornata all’insegna del divertimento e dell’amicizia.

Avrebbero iniziato con una passeggiata al parco, magari accompagnata da qualche gelato da dividersi tra di loro, e poi tra una chiacchiera e l’altra, si sarebbero diretti a piedi a casa per cambiarsi d’abito e uscire nuovamente per una cenetta al ristorante che si sarebbe conclusa con l’immancabile scambio dei regali di San Valentino.

Non sapeva quali regali i suoi fratelli avessero scelto per Jeanette e Brittany, ma sapeva senz’altro cosa avrebbe donato a Eleanor.

Il dono in questione era un anello in acciaio molto semplice e senza pietre preziose a decorarlo, ma sul quale l’orefice aveva inciso le iniziali dei loro nomi, “T&E”.

Ovviamente Eleanor non l’avrebbe portato al dito, ma a mo’ di braccialetto, però Theodore era convinto che ne sarebbe stata comunque entusiasta.

Subito dopo essere usciti ed essersi salutati con i compagni di scuola, i sei scoiattoli chiamarono al telefono pubblico Dave per avvertirlo della loro uscita e ridendo e scherzando tra di loro, si diressero verso il parco.

 

3.2:

Giunti a destinazione, presero la decisione di separarsi per un po’. Ognuno voleva godersi un po’ di privacy col proprio compagno.

Jeanette e Simon tornarono alla loro quercia, la quale era stata il luogo della consacrazione definitiva del loro amore e che per poco non fu la causa della loro prematura morte.

Dopo quel terribile incidente, dal quale i due ne erano usciti solo con qualche frattura di poco conto, Jeanette era convinta che avrebbe iniziato a provare odio per quell’albero, invece, benché si sforzasse di vederlo dal lato negativo, non poteva fare a meno di ricordarsi di Mark e delle sue parole: “Un giorno tornerò…dovrete aspettare ancora alcuni anni prima che ciò accada, ma quando tornerò resterò insieme a voi per sempre!”

Quante coppie potevano vantare la fortuna di scoprire che nel loro futuro sarebbero stati destinati a formare insieme una famiglia forte e stabile? E se ciò era possibile lo dovevano in parte anche a quell’albero.

Così, dopo averlo raggiunto ed essersi seduti ai suoi piedi, Jeanette appoggio la testa alla spalla di Simon, e lì, dopo essersi scambiati reciprocamente un «Ti amo» seguito da un «anch’io» restarono in silenzio e con occhi socchiusi per godersi il loro momento di pace.

 

3.3:

Alvin e Brittany passeggiarono un po’ per il sentiero del parco. Anche loro, come Simon e Jeanette, avevano vissuto un’esperienza tragica che li aveva uniti come mai avrebbero immaginato.

Tornati finalmente sani e salvi dall’isola e dopo il successo dell’esibizione agli International Music Awards, si misero subito insieme, e da quel giorno furono inseparabili. Non litigavano più come prima e anzi, il più delle volte se uno dei due combinava dei guai che provocavano le ire di Dave, l’altro correva subito in suo soccorso.

Mentre passeggiarono tenendosi per mano, Alvin lasciò la mano di Britt e la invitò ad aspettare. Lei gli domandò dove stesse andando, ma il chipmunk corse via di fretta.

Brittany fu tentata di seguirlo, scoprire dove stesse andando e cosa stesse facendo, ma scelse di obbedire.

Poco dopo Alvin tornò da lei sbucandole alle spalle e tenendo in mano un piccolo mazzetto di fiori di campo appena raccolti. Un gesto che commosse Brittany, la quale li raccolse, odorò il loro profumo e abbraccio il suo compagno per ringraziarlo del gesto.

 

3.4:

Theodore ed Eleanor erano l’unica coppia dei Chipmunks e delle Chipettes a essere rimasti ancora due semplici amici.

Benché festeggiassero il San Valentino come tutti gli altri e fossero ancora più inseparabili dei loro fratelli con i partner, non si vedevano ancora come due innamorati, ma con il regalo che avrebbe donato a Ellie durante la cena di quella sera, Theodore sperava di poter finalmente arrivare a una svolta nel loro rapporto.

Pensava ad Alvin e Simon e al legame che avevano con le sorelle di Eleanor, e provava una forte invidia per i due. Come avevano fatto ad arrivare a quel punto? Era stato davvero merito/colpa dei loro incidenti? O c’era qualcosa che gli sfuggiva? Forse centra col fatto che lui si era sempre comportato come il più infantile del gruppo? Anche se Eleanor non gli aveva mai dato l’impressione che questo fosse un problema, anzi, sembrava quasi che le piacesse quella specie di ruolo da “mamma” che a volte interpretava con Theodore.

«Hey, Theodore? Ma mi ascolti?»

La voce di Ellie spezzò il filo dei suoi pensieri.

«Oh, sì scusa… » Le rispose.

«Che succede?» Gli domandò curiosa e anche un po’ preoccupata.

«Niente, niente… eheh, dicevi?» Le rispose cercando di eludere la sua domanda.

Erano usciti fuori dal parco e ora si trovavano sul marciapiede a pochi passi dalla via d’accesso. Lei gli indicò con un cenno della testa la gelateria dall’altra parte della strada vicino all’incrocio.

«Che ne dici? Ci andiamo?»

Theodore fu colto alla sprovvista dalla domanda.

«Ma… e gli altri?»

«Gli altri mangeranno quando torneranno, no?»

Theodore non era molto d’accordo.

«Si però… dopo si arrabbieranno se… »

«Ma no, e poi non possono mica farcene una colpa! Se ne sono andati lasciandoci qui imbambolati ad aspettarli!».

Theodore era ancora restio ad assecondarla. Alternava gli sguardi tra la gelateria, la sua amica Eleanor e il parco.

«Dai su!» Insistette lei «Sono stanca di stare qui ad aspettarli senza far niente!»

«Ellie, io… »

«Fallo per me!»

Gli si avvicinò e gli fece gli occhi dolci, un gesto a cui lui non poteva mai resistere e col quale lei riusciva a convincerlo a fare qualunque cosa.

Lui la fissò in silenzio e ci rifletté per un po’.

Guardò ancora una volta in direzione del parco e poi verso lei.

Cosa c’era di male in fondo? Eleanor voleva solo mangiare in anticipo il gelato che si erano ripromessi. Sarebbe potuta essere una buona occasione per fare qualcosa insieme che non comprendesse aspettare gli altri membri del gruppo o fare chiacchiere inutili.

«Allora?» Insistette lei.

Ci pensò ancora un po’, cercando di valutare i pro e i contro che avrebbe portato la sua decisione, e alla fine prevalsero i primi.

«Va bene, andiamo.» Si lasciò convincere Theo.

«Yuhuu!» Esultò lei.

Eleanor lo prese subito per mano e insieme si diressero verso l’attraversamento pedonale. Intorno a loro altre persone camminavano indifferenti e non curanti dei due piccoli scoiattoli.

Si fermarono nell’attesa che la spia del semaforo dell’attraversamento diventasse verde e quando ebbero il via libera, procedettero sempre tenendosi per mano.

Alla luce di quanto stava succedendo, Theodore tornò a pensare all’anello che avrebbe regalato a Ellie. Le guardò il polso sinistro e si immaginò di vederglielo già indossare. Sicuramente l’avrebbe portato sopra la manica della maglietta, oppure avrebbe indossato capi d’abbigliamento che le avrebbero permesso di esporlo, perché Eleanor era fatta così, amava far vedere alla gente i doni che Theodore le faceva. Che si trattassero di fiori, cartoline, cioccolati o nastrini. Lei li mostrava alle amiche, offriva a tutti i dolcetti che riceveva e parlava a ruota libera di quanto Theo era stato tenero con lei durante questa o quell’uscita.

Con molta probabilità avrebbe cercato di tenere sempre l’incisione “T&E” del suo anello bene in vista, in modo che tutti potessero leggere le due lettere che Theo aveva fatto inciderci sopra.

«Sai» iniziò lei «non so te ma io ho proprio voglia di un bel gusto arancia!»

Sul volto di Theo si stampò un sorriso allegro e soddisfatto.

«Allora un gelato all’arancia per entrambi!» Propose lui.

Lei si voltò verso di lui di scatto.

«Ma a te non è mai piaciuta l’arancia… »

«E’ vero, però mi piaci te.» Sussurrò lui.

L’aveva detto davvero? Era una frase che avrebbe solo voluto pensare, eppure finì per pronunciarla ad alta voce.

Stavano ancora attraversando la strada quando lui lo disse. Eleanor restò stupefatta dalla confessione del suo migliore amico, lo guardò con sorpresa e gli sorrise. Lui ricambiò a sua volta con un altro sorrisino più timido.

In quel momento successe qualcosa. Nessuno dei due se ne accorse, se fosse stato così forse sarebbero riusciti a evitarlo, ma alla fine il destino aveva giocato il suo scherzo più crudele.

All’incrocio vicino al quale si trovava la loro gelateria, una macchina sopraggiunse a folle velocità, e non curante del rosso del semaforo sulla sua corsia che imponeva lo stop, attraversò la strada nel momento in cui i due chipmunk stavano percorrendo sulle strisce pedonali.

Se fossero rimasti ad aspettare i loro fratelli all’entrata del parco, se avessero attraversato le strisce due secondi prima o più tardi, se non si fossero distratti dalla frase di Theo, probabilmente si sarebbero accorti per tempo del mezzo e l’avrebbero evitato.

Solo il chipmunk con la felpa verde riuscì a notarla, anche se nel momento in cui la vide era ormai tardi per fare qualunque cosa. Stava sopraggiungendo sulla sinistra di Eleanor e lei in quel momento aveva ancora lo sguardo fisso su di lui.

Theodore stava per gridarle “Attenta” e fu sul punto di spingerla via, ma non ci riuscì. La macchina li investì e dopo di che, per i due chipmunk ci fu solo il buio. Niente dolore, nessuna sensazione, soltanto l’oscurità più totale.

 

3.5:

DATA IMPRECISA (Luogo Sconosciuto)

«Che succede? Dove mi trovo?» Provò a domandarsi.

Se glielo avessero chiesto, non sarebbe mai stato in grado di spiegare la strana esperienza che stava vivendo in quel momento.

La sensazione era come di svegliarsi da un lungo sonno senza sogni, solo per poi scoprire di essere finiti in un altro sogno.

Non vedeva nulla, era tutto buio, provò a guardarsi le mani, i piedi, ma non era sicuro di riuscirci. Non capiva se non era in grado di vederli a causa del buio o per qualcos’altro.

Provò a camminare, e seppur sentiva lo stimolo nei muscoli delle sue gambe, gli sembrò di essere immobile.

Anche le mani erano bloccate, e poco dopo essersene reso conto, realizzò di essere sdraiato a pancia in su, su qualcosa. Un materasso, forse.

«C’è nessuno? Che mi sta succedendo?!»

Avrebbe giurato di sentire la sua bocca pronunciare quelle parole, percepire il suono della sua voce, ma come per le braccia e le gambe, alla fine dovette ammettere a se stesso che quelli che per lui erano suoni concreti, in verità erano frutto della sua immaginazione, e che quelle domande in realtà le aveva solo pensate.

Perse molto del suo tempo a cercare di spostarsi, muovere un dito, dire ad alta voce almeno una singola parola, ma alla fine si arrese.

In lontananza sentiva dei suoni indistinti, quasi impercettibili, e non era in grado di capire cosa potessero essere.

Non ricordava nulla, tutto gli sembrava così strano.

Trascorse del tempo, forse delle ore, che potevano essere benissimo minuti o giorni, per quel che ne sapeva, e un nome cominciò ad affiorare nella sua testa. Theodore. Theodore, sì. Era questo il suo nome. E poi ci furono Simon e Alvin. Chi erano loro? I suoi fratelli, adesso ricordava. Erano tre chipmunk, e vivevano con un uomo di nome Dave.

Il tempo continuava a trascorrere, e finalmente quei suoni indistinti in lontananza diventarono echi di voce, ma non ne comprendeva ancora il significato.

Cominciarono a riaffiorare altri nomi, e con essi anche i ricordi. Aveva una vita. Era diversa da quella che stava vivendo ora, era fatta di luce, colori, emozioni, divertimento, avventure. Più le lancette dell’orologio scorrevano e più dettagli gli tornavano in mente.

Le voci che sentiva cominciavano ad avere una propria identità. Ogni volta era un timbro di voce diverso. Certe volte gli sembrava che fosse solo una di esse a sussurrargli, altre volte che invece fossero in gruppo.

Brittany, Eleanor e Jeanette erano i nuovi nomi che ricordò. I nomi delle loro amiche, che vivevano con loro e dalle quali erano inseparabili.

Quel continuo di nuovi ricordi ed esperienze che riviveva ogni volta, lo aiutarono a superare il tempo che scorreva, anche se ormai non si chiedeva più quanto ne fosse trascorso.

Gli sembrava di trovarsi in quello stato da tutta la vita, immerso in quel buio opprimente che non gli permetteva di muoversi.

Il nome di Eleanor era diventato presto un’ossessione per lui. Tutte le migliori esperienze, i ricordi più felici, le emozioni più intense le aveva vissute stando con lei. Si domandava dove fosse ora, dove fossero finiti tutti.

Forse erano proprio loro a sussurrargli in lontananza, forse Eleanor era tra loro e lo stava aspettando. Ma lui dov’era? Cosa gli stava succedendo?

Aveva smesso di porsi la domanda per lungo tempo, ma ora era arrivato il momento di trovare una risposta.

In quel momento non sentiva più le voci. Non ci badò. Si disse che non significava niente.

Voleva solo una risposta, aprire gli occhi e finalmente vedere tutto quello che il buio gli aveva precluso.

Non ci era mai riuscito, ma era solo perché non ci aveva mai provato. Ora era giunto il momento.

Apri gli occhi, ordinò a se stesso. Apri gli occhi. E alla fine li aprì.

Le palpebre si alzarono a fatica. Si richiusero e tentarono di rispedirlo nel luogo da cui era appena fuggito, nel buio. Si fece forza e li aprì ancora una volta.

Intorno a lui vedeva il bianco, la luce.

Non distingueva le forme, tutto sembrava avvolto dalla nebbia.

Un’ombra scura attraversò il suo campo visivo. Si soffermò su di lui, come a studiarlo, e si allontanò con la stessa rapidità con cui era arrivata.

Theodore non riusciva ancora a muoversi, avrebbe voluto, ma anche tenere gli occhi aperti gli sembrava una fatica indicibile.

Alla fine era troppo stanco per poterli lasciare ancora aperti. Si lasciò sopraffare dalla stanchezza e li richiuse.

Nel momento in cui il buio tornò a dominare il suo mondo, cadde in un sonno profondo.

 

3.6:

«Guardate! Si sta svegliando!» Disse una voce.

«Dici sul serio?» Rispose un’altra, più profonda.

«Sì, guarda!»

Theodore riaprì gli occhi. Questa volta non fu difficile come prima. Era stato un normalissimo risveglio. Ebbe solo un attimo di smarrimento dovuto al dubbio di non sapere dove si trovasse.

Si osservò intorno e gli sembrò di trovarsi nella stanza di un ospedale. Il perché ci fosse finito dentro, però, non lo ricordava.

Dopo aver riordinato le idee, si concentro sulle persone che si trovavano intorno a lui.

«Ragazzi, siete voi?» Domandò loro.

«Sì Theodore! Oh, sono così felice che sei tornato!» Gli rispose uno di loro.

«Alvin, sei… sei tu?» Farfugliò.

«Si Theo, e qui ci sono anche gli altri. E guarda, c’è anche Dave!» Rispose Alvin con un tono di voce misto tra commozione e felicità.

Mentre parlava, tutto il gruppo si avvicinava al suo letto. Chi era abbastanza piccolo da poterlo fare saltò sul materasso, mentre gli altri, un’infermiera e un uomo adulto, si limitarono ad avvicinarsi.

L’infermiera diede solo una rapida occhiata a Theodore per accertarsi delle sue condizioni.

«Ora vi lascio soli.» Disse poi.

Theodore riconobbe subito l’uomo che gli stava vicino, era Dave.

«D’accordo.» Rispose all’infermiera.

Riconobbe presto anche gli altri. Oltre ad Alvin, c’erano Simon, Jeanette e Brittany, che lo fissavano agitati e in trepidazione. Al contrario di Dave, però, loro avevano qualcosa di strano. Sembravano diversi. Jeanette in particolare aveva una folta chioma di capelli lisci che le scendevano sulle spalle. Ma anche gli altri non erano da meno. Benché avessero tutti più o meno l’aspetto che lui ricordava, sembravano tuttavia più vecchi. Cresciuti, era il termine esatto.

«Ben tornato, fratellino.» Gli disse Simon a bassa voce con un grande sorriso sulle labbra. In seguito gli si avvicinò e lo abbracciò. Anche gli altri, a turno, lo fecero. E mentre li abbracciava uno ad uno, non faceva che chiedersi dove fosse Eleanor e cosa stesse succedendo. Gli sembrava anche che ci fosse qualcosa nella sua testa che doveva ricordare. Qualcosa di importante, ma che in quel momento sembrava facesse di tutto per restare nascosto nel profondo della sua mente.

«Ti voglio bene, Theo. Mi sei mancato da morire.» Gli disse Dave abbracciandolo per ultimo. Commosso e con le lacrime che stavano cominciando a scendergli sul volto, bagnando le palpebre.

«Dave, che sta succedendo? Me lo puoi spiegare?»

Brittany si fece avanti.

«Non ricordi nulla?» Chiese non molto sorpresa.

«No, insomma… non… » Balbettò.

«Hai avuto un incidente, Theo.» Lo interruppe Simon. «Sei stato colpito di striscio da un pirata della strada… la ruota anteriore dell’auto ti ha sbalzato a terra e hai battuto la testa sull’asfalto, poi… poi sei entrato in coma.»

Theodore sgranò gli occhi incredulo.

«Un incidente? Io… io non ricordo niente… »

«Sei stato in coma per tre anni, Theo… oggi è il 26 aprile 2016» intervenne timidamente Jeanette, l’unica che fino ad ora non aveva ancora parlato «i medici dicevano che non ti saresti mai più svegliato, però noi, sai… » si fermò. Fu Alvin a prendere il suo posto per proseguire il discorso. «dicevano che non ti saresti più ripreso, ti avevano dichiarato morto, ma dopo Eleanor, ecco… non volevamo arrenderci, non con te!»

«Eleanor? Che centra Eleanor?! Dov’è? Perché non è qui con voi?» Chiese agitato Theodore, cercando di alzarsi dal suo letto. Simon e Alvin dovettero afferrarlo per le spalle per cercare di calmarlo.

«Theodore, stai calmo, ti scongiuro.» Lo supplicò Simon.

«Lei dov’è? Voglio vederla!!» Ordinò Theo urlando e cercando di ribellarsi alla presa dei suoi fratelli, ma era ancora debole. Dopo tre anni di coma i suoi muscoli erano completamente atrofizzati, e se non fosse stato per l’improvvisa esplosione di adrenalina non sarebbe stato nemmeno capace di mettersi in ginocchio.

Gli occhi di Jeanette divennero lucidi e cominciò a piangere.

«Lei, bhe… ecco… Ellie sta… è…». Tentò di farfugliare una risposta, ma non ci riuscì, le si avvicinò Brittany che le offrì la spalla e la abbracciò per consolarla.

«Theodore, calma. Lei non è qui.» Intervenne Dave.

Theodore non aveva altra scelta che obbedire, era stremato ed esausto e ogni più piccolo movimento che compiva gli sembrava uno sforzo immane.

Alvin e Simon lo lasciarono quando finalmente si tranquillizzò.

«Dov’è Ellie, ragazzi. Io non riesco a ricordarlo. Rispondetemi, vi scongiuro!» Li supplicò cercando di contenere la paura e le lacrime.

Si guardarono tra di loro imbarazzati. Avrebbero voluto dirglielo, ma sia Alvin che Simon temevano il rischio di essere troppo freddi e diretti. Dopo alcuni sguardi tra loro due e Dave, con Theodore che attendeva con impazienza la risposta, alla fine toccò a loro padre parlare, mentre le Chipettes non avevano altra scelta che stare in disparte ad aspettare.

Dave tirò un profondo sospiro e cominciò a spiegare.

«Eravate insieme quel giorno… tu e lei… l’auto ha… » anche lui come gli altri temeva la reazione di Theo. Si augurava che capisse, che gli risparmiasse il dovere di dargli la notizia. Si sarebbe accontentato anche di dovergli dare solo la conferma, Theodore gli avrebbe chiesto “E’ successo quello?”, a quel punto Dave avrebbe solo dovuto dire “sì” o “no” ed era fatta. Invece Theodore restò in silenzio e continuò a fissarlo.

«L’auto vi ha investito entrambi e… lei è… morta sul colpo.»

Complimenti Dave, che sensibilità! Si rimproverò tra se e se.

Ora che gli avevano comunicato la notizia, attendevano solo di scoprire come avrebbe reagito.

Theodore sgranò gli occhi d’improvviso, incredulo dinanzi quanto aveva appena sentito.

«Dave, non scherzare, dimmi dov’è!» Cominciò ad agitarsi.

«Theo…» intervenne Alvin, senza sapere esattamente come continuare la frase.

«Mi state prendendo in giro, dov’è lei?!» Quest’ultima domanda la gridò tra le lacrime.

Alvin avrebbe voluto consolarlo, ma nessuna parola avrebbe potuto aiutarlo in quel momento. Lui meglio di tutti conosceva le sensazioni che si potevano provare alla consapevolezza di perdere la propria amata, e se quel giorno di cinque anni prima Brittany fosse annegata in mare, niente avrebbe potuto alleviare le sue pene.

Theodore stava attraversando la così detta “fase del rifiuto”, nessuno avrebbe potuto fare nulla per fargli accettare la realtà, era qualcosa a cui doveva arrivarci da solo. L’unica cosa che Alvin poteva fare era offrirgli l’amore di un fratello, così lo abbracciò e lo strinse forte a se.

Fu in questo momento che Theodore realizzò. No, non era uno scherzo. Eleanor non c’era più.

«No, non può essere vero, svegliatemi da quest’incubo! Lei non è morta, come può essere morta?!» Le urla strazianti di Theodore penetravano negli animi dei membri della sua famiglia. Il piccolo chipmunk piangeva, continuando a ripetere tra se e se che Eleanor non poteva essere veramente morta.

Simon si unì all’abbraccio fraterno, sotto gli occhi addolorati delle due Chipettes restanti e di Dave, che mai come ora si sentiva l’estraneo del gruppo.

 

3.7:

14 MAGGIO 2016

Theodore fu dimesso due settimane e mezzo dopo il suo risveglio.

Come già detto, dopo tre anni trascorsi in coma su un letto d’ospedale, durante il quale tutti e cinque i chipmunk avevano avuto il tempo di compiere ventidue anni di età, i muscoli di tutte le articolazioni di Theodore erano finiti per atrofizzarsi a causa di tutto il tempo trascorso sdraiato nella stessa posizione senza possibilità di movimento. Prima di essere dimesso, dovette superare un lungo periodo di riabilitazione per recuperare in pieno le funzioni motorie dovute all’atrofia muscolare della lunga degenza.

Secondo le previsioni mediche, grazie anche ai progressi della medicina e delle tecniche di riabilitazione, gli sarebbero stati sufficienti non più di quattro o cinque giorni per riprendersi del tutto e poter essere dimesso. I medici, tuttavia, non avevano considerato quanto poco sarebbe stato collaborativo il paziente.

Durante tutto il periodo non aveva quasi proferito parola con nessuno, mangiava poco e quasi sempre sotto costrizione e non si impegnava negli esercizi della riabilitazione. Aveva semplicemente perso il desiderio di vivere.

A tormentarlo ancora di più, il fatto di non aver alcun ricordo del giorno dell’incidente. Gli sembrava di aver lasciato qualcosa in sospeso, qualcosa che avrebbe voluto fare per Eleanor, e il fatto di non ricordarsene gli causava tormento come e più della stessa consapevolezza di non poterla più avere accanto a se.

Ci vollero otto giorni affinché iniziasse ad accettare la nuova dura realtà. Intorno a lui tutti si prodigavano per assisterlo e a far si che non si sentisse abbandonato. Quando finalmente si rese conto che l’unico modo per ritornare a vivere significava dar loro retta affinché potessero aiutarlo, si decise a collaborare con lo staff medico e la sua famiglia, e da quel momento, il programma di riabilitazione poté svolgersi regolarmente.

Quando i medici terminarono le analisi su di lui e capirono che si era completamente ripreso, decisero finalmente di dimetterlo.

Era il 14 Maggio del 2016, quel giorno vennero solo Dave e Simon a prenderlo per portarlo a casa. Lo accompagnarono fino alla macchina e partirono.

Durante tutto il viaggio, Theodore cercava di distrarsi osservando la Los Angeles di quel futuro non troppo lontano.

La maggior parte delle cose erano rimaste pressoché invariate, mentre alcuni negozi di cui Theodore aveva memoria erano stati chiusi e sostituiti con altre attività.

Il mondo non è andato molto avanti in mia assenza, pensò Theodore e subito si stupì del pensiero che aveva appena formulato, non era proprio da lui, si disse tra se e se.

L’unico che sembrava essere cambiato sul serio era proprio Theodore. Non si sentiva più allegro e spensierato come ai vecchi tempi, ma del resto non si poteva dargli torto. Erano passati diciotto giorni da quando si era risvegliato e gli era stata comunicata la notizia della tragedia di Eleanor. Dopo una lunga settimana di sofferenza aveva faticosamente imparato ad accettare le realtà e a convivere col tormento di quel ricordo che ancora non riusciva a rievocare, eppure restava pur sempre la consapevolezza che la sua migliore amica non c’era più.

Forse un giorno si sarebbe finalmente ripreso e avrebbe imparato ad andare avanti, ma non sarebbe più ritornato quello di prima, di questo ne era certo.

Quando finalmente arrivarono a casa di Dave, Theodore si rese conto di non ricordare la disposizione delle varie stanze o del loro arredamento. Ricordava il giardino e le aiuole perfettamente curati, ricordava gli esterni della casa, ma degli interni la sensazione che provò una volta varcata la soglia dell’entrata era di totale smarrimento. Si sentì come un ospite che viene invitato per la prima volta in una casa nella quale non era mai stato prima.

Simon notò questo suo senso di smarrimento.

«C’è qualcosa che non va, Theo?» Gli chiese appoggiandogli una mano sulla spalla, mentre lui si guardava intorno spaesato.

«Non so dove andare… non ricordo niente di questa casa.» Gli rispose con un tono di voce che gli parve apatico, privo di qualunque emozione positiva o negativa.

«Che vuoi dire?» Domandò Simon, che non era sicuro di aver capito bene.

Theodore restò in silenzio per alcuni istanti.

«Non lo so, mi sembra come di entrare in questa casa per la prima volta in vita mia.» Rispose con lo sguardo abbassato verso il pavimento.

Simon non fu molto sorpreso dal sentirglielo dire. I medici li avevano avvertiti che avrebbe potuto soffrire di amnesie selettive riguardo a specifici eventi, luoghi o persone, ma alla domanda “sarebbe mai riuscito a riacquistare la memoria perduta?” non seppero dar loro risposta. L’unica cosa che potevano fare consisteva nel provare a fargli rivivere quelle esperienze delle quali non rammentava.

Decise, quindi di accompagnarlo a fare un giro per tutta la casa, mostrandogli le varie stanze e raccontandogli qualche aneddoto divertente su Alvin e su loro due nel tentativo di sdrammatizzare un po’ la difficile situazione. E magari aiutarlo a risvegliare qualche tassello della sua memoria perduta.

Tentativi inutili, dal momento che non fu in grado di strappare neanche mezzo sorriso al fratello.

Finito il tour del piano terra, salirono insieme le scale per il piano superiore, dove erano situate le camere da letto.

Fu a metà dei gradini che Theodore provò una strana sensazione. Era il suo ricordo bloccato, quello che per giorni aveva cercato di rammentare senza mai riuscirci, e che ora, d’improvviso, sembrava stesse lottando per riaffiorare.

Salirono gli ultimi gradini e Simon stava per cominciare partendo dalla stanza di Dave, Theodore invece si avviò dalla parte opposta, verso la loro, e suo fratello lo lasciò andare senza ostacolarlo.

Fu tentato dal chiedergli dove stesse andando o se avesse in mente qualcosa, ma dopo tutta la confusione e lo smarrimento vistogli negli occhi, quel fare deciso e convinto doveva pur significare qualcosa, quindi si disse che era meglio non interferire.

Theo si mosse d’istinto, spinto da quella strana sensazione che lo guidava verso la loro camera da letto. Lì entrò e dopo essersi guardato un po’ intorno, analizzando i due letti a castello ai lati della stanza e identificò subito il suo e quello di Eleanor.

Saltò su quello della sua amica defunta, mentre Simon se ne stava in disparte a osservare le sue mosse.

Theodore guardò i peluche disposti ordinatamente sul copriletto e sopra il cuscino, e lì si lasciò sfuggire una lacrima che sarebbe scoppiata presto in un pianto copioso, se lui non l’avesse bloccato con un grande sforzo di volontà.

Scese giù con un salto e si arrampicò sul comodino vicino al letto a castello delle Chipettes.

C’erano diverse foto che raffiguravano i Chipmunks e le Chipettes. Una di queste era una foto di gruppo scattata durante l’estate del 2011 poco prima della loro partenza con la “Carnival Dreams”, che Theodore fissò a lungo, soffermandosi in particolare sul volto di Ellie.

C’era qualcosa che ancora gli sfuggiva. Sentiva di essere ad un passo dal rievocare quel ricordo, eppure la soluzione continuava a sfuggirgli nonostante l’istinto gli dicesse che ormai c’era molto vicino.

Saltò giù di nuovo e, dopo essersi guardato ancora un po’ intorno, raggiunse infine la loro scrivania.

«Stai cercando qualcosa?» Provò a domandargli Simon, ma senza ottenere risposta.

Theodore aprì il primo cassetto in alto, ci frugò dentro con attenzione finché l’istinto non gli fece capire che aveva finalmente trovato quello che cercava. Una piccola scatoletta rettangolare di tre centimetri per quattro. La prese e salì sopra la scrivania dopo aver richiuso il cassetto.

In quel momento Simon decise di raggiungerlo, incuriosito da quello strano piccolo oggetto che era stato sotto gli occhi di tutti per tre anni e di cui nessuno fino ad ora sembrava essersene mai accorto.

Theodore la aprì, trovandoci dentro un piccolo ma splendido anello che nonostante non sembrava essere particolarmente costoso, era molto bello da vedere, soprattutto se indossato dalla persona giusta.

Doveva essere il regalo che Theo aveva preparato per Ellie per il giorno di San Valentino, concluse Simon.

«Ti ricorda qualcosa?» Provò a domandargli.

Theo ci pensò per un paio di secondi.

«No.»

«Ma allora come facevi a sapere che l’avresti trovato lì?»

«Non lo so… » prese una pausa, cercava una risposta da dare a Simon «io… io non so perché l’ho cercato… » Balbettò.

Appoggiò la scatoletta sul banco delle scrivania e prese tra le sue mani il piccolo anello per studiarlo.

«Ci sono delle lettere qui, T&E… » disse parlando ad alta voce tra se e se, ma rivolgendosi, nel frattempo, anche a Simon «T&E… Theo e Ellie.»

Fu come una saetta che gli attraversò la testa. D’improvviso ricordava tutto, fin nei minimi dettagli. Come una proiezione su parete, rivide la scena degli ultimi istanti prima dell’incidente. Lui ed Eleanor che attraversavano la strada, lui che guardava il suo polso immaginandosi come sarebbe potuto essere con indosso il suo anello, lui che finalmente dichiarava i suoi sentimenti per lei, lei che lo guardava felice, la macchina che infine sopraggiungeva a folle velocità e li investiva.

Se solo fosse stato più attento, se non si fosse distratto, o se non l’avesse distratta, forse almeno uno dei due si sarebbe accorto in tempo del mezzo e tutto questo si sarebbe potuto evitare. Era questa la conclusione cui giunse Theo, era questa la verità che i suoi ricordi avevano cercato di nascondergli.

«Theo? Stai… stai bene?» Gli domandò Simon, preoccupato per lui.

«E’ colpa mia.» Farfugliò.

«Come?» Gli chiese Simon.

«E’ colpa mia, solamente colpa mia.»

Simon si sorprese di quella reazione improvvisa.

«Colpa tua? Perché stai dicendo questo, che ti prende?»

«Non capisci, è colpa mia, io… io l’ho distratta mentre attraversavamo le strisce pedonali… »

«No, Theo! Non devi dirlo neanche per scherzo! E’ stato un incidente, non è colpa tua… »

«E’ soltanto colpa mia.» Lo interruppe.

«Theo… »

«Lei è morta per colpa mia.»

Quell’idea s’insinuò nella sua mente come un tumore. Aveva appena cominciato a riassemblare i cocci della sua anima quando questa era andata nuovamente in frantumi, sfaldandosi in frammenti ancora più piccoli.

Quel poco di Theodore che era sopravvissuto all’incidente morì in quell’istante e da allora non si sarebbe mai più ripreso per oltre 10 anni.

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