2: Theodore

2.1:

8 FEBBRAIO 2029 (Los Angeles, nella locanda)

Dopo la calorosa rimpatriata, i due Fratelli Alvin e Simon salirono sul tavolo e si sedettero sopra di esso.

Non erano certo composti nel modo che si addiceva a un famoso talent scout e a un professore plurilaureato dell’U.C.L.A.  ma anche questo faceva parte delle condizioni che dovevano rispettare per poter condurre una vita tra gli esseri umani, e avevano imparato ad accettarlo.

«Scusami se ti ho fatto aspettare, avrei voluto chiamarti e avvertirti, ma sai, la fretta. Me ne sono reso conto troppo tardi… » spiegò Alvin.

«No, lascia stare Al. L’importante è che ora sei qui. Sono davvero felice di vederti.» Gli rispose con un sorriso gioioso e felice.

«Riesci a crederci? Sono già passati dieci anni… »

«Già.»

Tra i due c’era ancora un forte imbarazzo. Si erano già visti e parlati in altre occasioni, ma mai di persona. E ora la sensazione che entrambi provavano era  di non parlarsi sul serio da oltre un decennio.

Si studiavano attentamente a vicenda per analizzare quanto il tempo li avesse cambiati. Da una parte Alvin osservava l’abbigliamento formale ed elegante del docente, con la sua camicia azzurra, i capelli corti ben rasati e la cravatta a righe nere grigie che portava al collo, dall’altra, Simon che guardava ancora una volta la maglietta cremisi, il ciondolo a forma di nota musicale e l’orecchino sull’orecchio sinistro del talent scout.

«Ok. Senti, io ho fame quindi la prima cosa che intendo fare è mangiarmi qualcosa.» Annunciò Alvin. «Tu hai già ordinato?»

Simon ridacchio alla domanda.

«Stavo aspettando te… »

«Bhe, in questo caso, che stiamo aspettando?»

Si alzò in piedi sul tavolo e face segno alla cameriera dei capelli ricci di avvicinarsi.

Lei si avvicinò subito.

«Buon giorno, signore» disse rivolgendosi ad Alvin «Allora? Avete deciso cosa ordinare».

«Sì. Ci porti un toast, e che sia bello abbondante… »

«E due caffè!» Aggiunse Simon.

La cameriera segnò l’ordinazione sul display del suo palmare.

«Toast e due caffè, basta così?»

I due chipmunk si guardarono per chiedersi conferma a vicenda con lo sguardo poi annuirono alla cameriera.

«Molto bene, toast e caffè in arrivo!»

Mentre la ragazza si allontanava, Alvin tornò a sedersi.

«Come sta Brittany?» Gli chiese Simon.

«Lo sai, ne avevamo parlato anche per telefono… le è tornata la nausea e ultimamente è sempre esausta.»

«Sapete già se è maschio o femmina?»

Alvin fece segno di no con la testa.

«Brittany vuole tenersi la sorpresa per il grande giorno… e bhe, chi sono io per contraddirla?»

«Eheh. E…i crampi allo stomaco?»

«Non credo ne abbia… » gli rispose portandosi la mano al mento per riflettere.

«Non mi riferivo a lei… »

Si guardarono in silenzio per un po’, poi Alvin capì. Simon intendeva i crampi allo stomaco che probabilmente doveva sentire costantemente Alvin all’idea che presto sarebbe diventato padre.

«Oh, bhe… non farmici pensare!»

Scoppiarono a ridere.

«Il peggio sarà quando tornerete dall’ospedale, dopo sì che comincerà a bruciarti il “pancino”». Lo prese in giro Simon mentre continuavano a ridere.

«E tu lo sai per esperienza, vero?»

«Ci puoi scommettere!»

Risero di gusto ancora per un po’, fino a che non si avvicinò la cameriera con il loro caffè. Glielo portò su due tazzine da espresso, in modo che potesse essere più facile per loro sollevarlo e portarselo alla bocca per bere.

Dopo averla ringraziata ed essere tornati ai loro discorsi, restarono in silenzio per un po’.

Parlare della gravidanza di Britt aveva risvegliato il ricordo del loro litigio di dieci anni prima. Si guardarono a fatica negli occhi. Entrambi sapevano che l’altro stava ripensando a quel giorno. La colpa di tutto era stata di Alvin, ma anche Simon doveva ammettere con se stesso che se l’era presa un po’ troppo.

Stavano cercando a fatica di ricominciare una vita dopo la tragedia accaduta alla loro famiglia. Un raggio di speranza nel buio delle loro anime era giunto con la notizia che Jeanette aspettava il loro figlio Mark. Simon sapeva che prima o poi sarebbe successo. Ricordava bene la volta in cui era apparso nei loro sogni per avvertirli di un pericolo imminente. Una grossa massa di rami della quercia sotto la quale erano soliti trascorrere le loro uscite romantiche da giovani sarebbe stata colpita da un fulmine durante un temporale e li avrebbe uccisi schiacciandoli sotto di essa. Mark, però, che in quegli anni doveva ancora nascere ed era ancora solo uno spirito che si era autodefinito “un Viaggiatore dei Sogni”, aveva visto nel loro futuro e aveva fatto di tutto per impedire che ciò accadesse.

Quando era arrivato il momento di dare delle spiegazioni, disse loro che non avrebbe potuto avvertirli per tempo in modo diretto, sostenendo che il destino avrebbe cambiato le carte in tavola in modi che nemmeno lui poteva prevedere. Per fortuna, era riuscito a entrare nei sogni di suo padre Simon appena in tempo e a metterlo in guardia sull’imminente pericolo. Fu così che per mano di suo padre, Mark riuscì a salvarli entrambi, e prima di sparire per sempre dai loro sogni li salutò con la promessa che un giorno si sarebbero rivisti.

Quando entrambi avevano capito che il loro misterioso salvatore era il figlio che avrebbero avuto un giorno insieme, si ripromisero che una volta nato, gli avrebbero dato il nome di “Mark”.

Da quel giorno sapevano che erano destinati a vivere insieme per sempre e che avrebbero formato una famiglia tutta loro. Quello che non immaginavano erano le circostanze in cui questo sarebbe successo. Mark li aveva salvati dalla morte, ma non era riuscito ad avvertirli di quello che diversi mesi dopo sarebbe stato per sempre ricordato da loro come l’ “Incidente”.

Quando avvenne, l’unione della famiglia Seville iniziò ad andare rapidamente allo sfascio.

La gravidanza di Jeanette, seguita dalla nascita di Mark, avrebbe potuto restituir loro un po’ del legame che i Chipmunks, le Chipettes e Dave avevano perso da tempo. Magari non lo avrebbe cementificato come loro avrebbero voluto, ma avrebbe dato loro l’illusione di un ritorno alla normalità. Le cose, invece, andarono diversamente.

Furono costretti, per ovvi motivi, a sciogliere la band, e senza quell’unione che il palco dava loro, iniziarono ad intraprendere strade diverse.

Alvin ricevette presto un’offerta di lavoro da New York come cantante solista e decise di accettarla, Brittany, nonostante aveva la responsabilità di sostenere Jeanette durante la sua maternità, scelse di seguire il suo compagno e ciò provocò le ire di Simon, che si sentì improvvisamente privato dell’unico conforto che ancora gli restava. Fu a causa di questa decisione che i due litigarono, e fu anche questo il motivo per il quale le due coppie si separano per tutti quegli anni.

 

2.2:

«Il toast per voi, signori. Buon appetito!» Augurò loro la cameriera dopo averglielo riposto sul tavolo.

«Grazie mille, gentilissima!» Le rispose Alvin facendole l’occhiolino.

Anche Simon ringraziò.

«Finalmente! Ancora un po’ e penso che mi sarei mangiato il tavolo!» Disse Alvin.

Simon ridacchio ancora.

«Sai, è bello vedere che certe cose non cambiano… bhe, buon appetito!»

Simon stava per addentare un piccolo pezzo di toast appena strappato, quando la frase di Alvin lo bloccò.

«Che vuoi dire?»

«Quella tua risatina… sai, ne sentivo la mancanza.»

«Già, ehehe…oh, ecco… l’ho fatta ancora… »

Alvin sorrise.

«Bhe, però vedo che anche tu sotto sotto non sei cambiato molto… come ha reagito Dave quando ti ha visto l’orecchino?» Gli chiese Simon indicandolo col dito.

«Oh, questo…aveva una faccia come se avesse voluto strapparmelo via insieme a tutto l’orecchio!»

I due fratelli risero ancora una volta insieme, mentre mangiavano e sorseggiavano i loro caffè.

«Correggimi se sbaglio… dopodomani è il compleanno di Mark, giusto?» Domandò Alvin.

«Sì, dieci anni esatti… il prossimo week end ci sarà la festa con tutti i suoi compagni di classe da noi ma… »

«Aspetta aspetta, scusami se t’interrompo ma… mi stai dicendo che accoglierete in casa vostra una band di ragazzini delle elementari urlanti e… UMANI?»

«Eheheh, già. Proprio così!»

Alvin sgranò gli occhi.

«Ma ce la fate a gestirli tutti?!»

«Lo facciamo ogni anno, Al. Jeanette sa farsi rispettare, i ragazzi le danno retta.»

Alvin era rimasto leggermente shockato dalle rivelazioni appena ascoltate.

«Bhe, Brittany me l’aveva detto che era cambiata, ma così… wow… comunque, stavi dicendo?»

«Oh, sì… sai, ho parlato con Dave, e gli ho proposto di organizzare una piccola festa di compleanno anche a casa sua dopodomani, niente di eccessivo, solo tra familiari… così per una volta potremo stare di nuovo insieme… come ai vecchi tempi… »

Alvin ci rifletté un po’.

«L’idea mi piace, e sono sicuro piacerà anche a Brittany, sempre ammesso che Dave non gliene abbia già parlato… ci verremo senz’altro, fratellone!»

D’improvviso, calò un silenzio imbarazzante. C’era una domanda che martellava nella testa di Alvin. Aveva cercato di ignorarla fino a quel momento, ma ora stava spingendo all’interno del suo cranio come un’orribile creatura che scavava per farsi strada nel suo cervello. Simon l’aveva capito. Non era necessario essere un plurilaureando in Psicologia, Fisica e Algebra per capire quale fosse il quesito che Alvin avrebbe voluto porgli.

Pensò di parlargliene prima che lui avesse tempo di chiederglielo, ma ora aveva capito che ormai Alvin non avrebbe retto ancora per molto. Aveva evitato di chiederglielo nelle mail, di parlarne per telefono o nelle loro video chat. Per dieci anni quello era stato l’unico argomento su cui entrambi avevano evitato di discutere.

Se non fosse stato per le trasferte a Los Angeles di Brittany, al ritorno dalle quali lei gliene parlava di continuo, adesso come adesso Alvin avrebbe anche potuto essere convinto che la persona in questione fosse sparita dalla circolazione, o ancora peggio, che fosse morta anch’essa.

Alla fine si fece forza, bevé un altro sorso di caffè per schiarirsi la gola, strinse i pugni e finalmente glielo chiese.

«Lui come sta?»

Simon smise di mangiare

«Chi?» Simon lo sapeva. Aveva intuito fin da subito che Alvin glielo avrebbe chiesto, voleva solo scoprire se avrebbe avuto la forza di fare il suo nome.

«Non prendiamoci in giro, Simon.» Gli rispose con voce seria.

La felicità e il brio dell’essersi ritrovati si erano improvvisamente azzerati dopo che Alvin gli aveva posto quella domanda.

Simon tirò una profonda boccata d’aria e parlò.

«Fino ad ora che cosa sai? Cosa ti ha raccontato Britt?»

«Mi ha detto che vive ancora con Dave, che è deperito, che è chiuso in se stesso e che parla di rado con la gente… e anche che quando parla, lo fa con una voce spenta, come se fosse… »

«Senza anima?» Lo interruppe Simon.

«Sì… lei ha detto proprio così… ma come…?»

«Come lo so? Perché è stato Dave a definirlo così… »

Dopo quel breve scambio di parole, i due fratelli restatono in silenzio. Continuarono a mangiare quel che restava del loro toast e finirono i loro caffè.

Fu Simon a spezzare l’imbarazzante alone di silenzio che li aveva avvolti.

«Sai… io ogni tanto ci provo a parlare con lui… Jeanette dice che dovrei rassegnarmi… che ormai è al punto di non ritorno, però, non lo so… spero sempre di riuscire a spronarlo ad andare avanti, come abbiamo fatto tutti noi. Convincerlo a farsi una nuova vita, ricominciare. Ci sono periodi in cui non ci dormo la notte a pensare a come aiutarlo… cerca di capirmi almeno tu, Al… tutti l’hanno abbandonato… tutti si sono rassegnati con lui, io… io non voglio!»

Alvin ascoltava con attenzione, e non appena Simon ebbe terminato di parlare, colse l’occasione per prendere lui la parola.

«Avete mai pensato di provare a convincerlo a parlare con uno psicologo?»

La domanda irritò Simon.

«Alvin, dovresti saperlo… ho anch’io una laurea in psicologia! Fidati! E’ tutto inutile… ho provato a parlarci, a psicanalizzarlo, a persuaderlo, a ipnotizzarlo… tutto quello che mi fosse passato per la testa, ma niente! Non c’è verso di farlo cambiare!» Si fermò per riorganizzare le idee, il discorso per lui era molto più difficile da trattare di quanto non avrebbe voluto darlo a vedere «da quando si è convinto di essere la causa di tutto, non c’è più stato verso di fargli accettare la realtà. Non fa altro che guardare la Tv o fissare le macchine che passano per strada e a tormentarsi per delle colpe che non ha!» Si fermò ancora una volta, mentre Alvin lo ascoltava in silenzio, cercando di comprendere le sue ragioni.

«Forse Jeanette ha ragione…devo smettere di insistere.»

«E allora perché non ti fermi? Insomma, non fraintendermi, non sto dicendo che sbagli, è solo che, insomma… se dici che non c’è modo di farlo ragionare, perché non accetti semplicemente la realtà e ti rassegni?»

Simon ci pensò per un po’. Voleva dargli una buona risposta, qualcosa che lo giustificasse. Non solo Jeanette, ma anche Dave e Britt continuavano a ripetergli di rinunciare. Si augurava che almeno suo fratello Alvin, sangue del suo sangue, lo comprendesse e approvasse la sua ostinazione, ma se anche lui gli diceva di rinunciare, forse doveva dar loro retta.

Alvin capì il disagio e il malessere del fratello.

«Sai, io non sono stato poi il fratello migliore del mondo, tant’è vero che me ne sono andato lavandomene le mani per anni e lasciando te e Jeanette da soli… però… bhe, immagino che se io e Britt dovremo alloggiare alcuni giorni da Dave, avrò anche modo di vederlo…quindi forse… magari vedendo anche me le cose con lui miglioreranno… lo so che è un’ipotesi stupida, ma… tanto vale cercare di scoprirlo, no?»

Simon sbuffò. Non sapeva cosa pensare. Forse Alvin aveva ragione. Ora che la famiglia avrebbe finalmente potuto riunirsi, forse la cosa avrebbe aiutato quella persona a riprendersi. Sarebbe stato sufficiente che si aprisse un po’ con loro. Anche questo sarebbe stato un trionfale successo, ora come ora.

«Sperò che tu abbia ragione, Al.»

 

2.3:

Finirono i rimasugli del loro pranzo, dopo di che si diressero verso il bancone del Bar per pagare.

Simon frugò nelle sue tasche alla ricerca di qualcosa, ma Alvin gli poggiò una mano sulla spalla e lo fermò.

«Lascia stare, pago io.»

«No, dai. Non ce bisogno… »

«Invece sì, insisto!»

Simon si fece da parte e lasciò il posto ad Alvin. Questi estrasse dalla tasca destra dei suoi jeans taglia chipmunk un piccolo oggetto rettangolare di due centimetri di lunghezza per uno di spessore. Era la sua Idkey.

Le Idkey sono un particolare tipo di chiavi elettroniche inventate nel 2021 e divenute obbligatorie per legge in ogni angolo del mondo. Sono apparecchi simili alle vecchie USB che vengono rilasciati a tutti i cittadini al compimento del loro quattordicesimo anno di età e nel quale, come una carta d’identità, sono contenuti e registrati tutti i dati identificativi del proprietario. Ne esistono di varie forme e dimensione e dall’anno 2023, anno in cui il denaro virtuale era divenuto l’unica forma di valuta universale, svolgono anche la funzione di “portafoglio”.

L’invenzione delle Idkey e il successivo obbligo di renderle obbligatorie a ogni singolo cittadino finirono per spaccare in due parti ben distinte l’opinione pubblica dei cittadini. Da una parte ci fu chi sosteneva che il loro uso rappresentava una grave violazione della privacy dalla persona, dal momento che qualunque tipo di transazione eseguita con esse veniva prontamente registrata e salvata nei database statali per essere consultabile a piacimento da chiunque avesse potuto avere accesso a quegli archivi, ma dall’altra, era anche vero che esse rappresentavano la forma di denaro più sicura che sia mai apparsa sulla terra.

Tra le altre cose, oltre alla registrazione dei propri dati personali e del proprio denaro, nella memoria dell’Idkey venivano registrati anche l’impronta digitale e lo stesso DNA del loro proprietario, in questo modo, se si desiderava essere gli unici ad attingere dalle finanze archiviate al loro interno, grazie a questa funzione si poteva essere certi che in caso di furto o smarrimento nessun altro avrebbe potuto farne uso. Come se ciò non bastasse, in caso di perdita della Idkey, il suo possessore non doveva fare altro che rivolgersi a un servizio gratuito telefonico o on-line e richiedere la consegna di una nuova chiave. Dopo aver proceduto a una serie di rapidi controlli di autenticazione, la Idkey smarrita veniva prontamente disattivata dal servizio e tutti i dati contenuti in essa trasferiti in una seconda copia che sarebbe stata consegnata al richiedente nel giro di poche ore.

A parte questo, comunque, le Idkey sono state una vera rivoluzione non solo per gli esseri umani, ma anche per Alvin, Simon e le loro rispettive compagne, poiché con essi avevano finalmente la possibilità di trasportare con sé grosse somme di denaro senza temere furti o perdite di qualunque tipo, inoltre, data la possibilità di personalizzarne la forma e la dimensione, erano riusciti anche a farsene consegnare alcune abbastanza piccole da permettere loro di portarsele dovunque volessero.

Dunque Alvin, dopo aver consegnato la propria Idkey alla donna che stava alla cassa del Bar, aspettò che questa completasse la transizione della loro consumazione inserendola nell’apposito lettore, e quando gli fu riconsegnata saltò giù dal bancone con Simon e uscirono dal locale, salutando cameriere e baristi con dei cordiali arrivederci.

«Quindi adesso? Cosa facciamo?» Chiese Alvin.

Simon fece spallucce.

«Per oggi non ho più lezione, quindi farò un salto anch’io da Dave. Qui vicino c’è una stazione degli autobus, tra mezz’ora dovrebbe esserci una navetta che ci porterebbe praticamente davanti al suo giardino, quindi opto per quella.»

Alvin era restio.

«Non sono proprio un amante degli autobus, se devo essere sincero.»

«Sì, però i taxi costano… »

Alvin sbuffò.

«Uff… d’accordo. Andremo in autobus. Infondo sono io il turista, devo anche sapermi adattare un po’.»

Simon ridacchiò ancora. Non era proprio abituato a un Alvin che sottostava alle condizioni. Pensò che probabilmente tutto ciò fosse dovuto al fatto che stava per diventare anche lui papà, e che stesse finalmente capendo l’importanza di maturare e responsabilizzarsi. O forse no, forse erano stati solo gli anni a cambiarlo. Non ci aveva mai fatto caso nel corso delle loro video chat, quindi non seppe darsi una risposta.

I due fratelli si diressero a piedi alla stazione e una volta giunti fin lì, aspettando l’arrivo della navetta che li avrebbe portati da Dave, ad Alvin fu chiesto in almeno tre occasioni di firmare qualche autografo alla gente di passaggio. Lui accontentò tutti, seppur non con lo stesso entusiasmo di una volta.

La navetta arrivò alla fermata in orario e lì i due fratelli chipmunk salirono a bordo.

Durante il viaggio altre due persone chiesero l’autografo di Alvin Seville, e anch’esse furono accontentate con poco brio del talent scout.

Arrivati a destinazione, premettero il pulsante d’avviso di fermata per l’autista e quando il mezzo si fu arrestato, si diressero da questo per pagare il pedaggio con la Idkey. Questa volta si divisero le spese e ognuno pagò il proprio.

Quando scesero, come diceva Simon, si trovarono effettivamente a due passi dalla casa di Dave.

Alvin si avviò subito per il marciapiede, mentre Simon restò indietro, pensieroso per l’atteggiamento che aveva manifestato Alvin all’interno del mezzo pubblico.

«Sai, pensavo che tu non volessi viaggiare in autobus per un tuo capriccio… » cominciò a parlare. Alvin si fermò e si voltò verso il fratello.

«… ma in realtà lo fai per gli autografi che la gente ti chiede, non è così?»

Alvin lo guardò in silenzio e annuì senza proferir parola, con un’espressione triste sul volto.

«Non capisco, Al… »

Alvin Sospirò.

«Il fatto è che… mi fa tornare in mente i tempi in cui… insomma… quando eravamo i “Chipmunks”… “Alvin e i Chipmunks”… capisci?»

Già, Simon capiva eccome. Avevano cercato di dimenticare il passato. I Chipmunks e le Chipettes così come i loro fan, ma qualcuno ancora non si rassegnava, qualcuno voleva ancora l’autografo di un ex-membro di quella band dei primi anni 2000, oppure desiderava poter dire ai propri conoscenti di aver incontrato per strada il famoso talent scout Alvin Seville.

Anche a Simon e Jeanette capitava ancora di rilasciare qualche autografo, non con la stessa frequenza di Alvin, ma per lo meno non erano stati trascurati dal resto del mondo.

«Dai, andiamo.» Disse in conclusione Alvin.

Simon riprese la marcia al suo fianco.

Mentre percorrevano il giardino, il talent scout notava che nonostante i dieci anni trascorsi, la casa di Dave era rimasta esattamente come se l’era sempre ricordata, con quel prato perfettamente curato e quelle aiuole nelle quali crescevano fiori di ogni tipo. Qualcosa tutto sommato era rimasto uguale, pensò tra se e se.

Salirono i tre gradini che precedevano il portico della casa e bussarono alla porta.

Da dentro casa sentirono la voce di Dave rispondere e quando aprì la porta e li fece entrare, li accolse entrambi con un «Ben arrivati!» entusiasta.

Dopo i saluti, i tre si scambiarono qualche breve chiacchiera sul corridoio e a quel punto Alvin gli fece la fatidica domanda «Dave, lui dov’è?»

L’entusiasmo dell’uomo si spense d’improvviso e sul suo volto si stampò un’espressione seriosa.

«E’ di là, in sala da pranzo. Abbiamo appena finito di mangiare.»

Alvin guardò Simon negli occhi per una manciata di secondi, poi insieme, tutti e tre si diressero nella stanza.

Alvin avanzava davanti a tutti, andando di fretta, mentre alle sue spalle, con passi più lenti e incerti, si muovevano affiancati suo fratello e suo padre.

Quando entrarono, Alvin lo vide subito. Se ne stava seduto in angolo del tavolo da pranzo e fissava in silenzio la finestra.

Quando li vide entrare, si voltò lentamente verso di loro e iniziò a fissarli.

Alvin si schiarì la gola e ingoiò la saliva, prese una lunga boccata d’aria e lo salutò.

«Ehm, ciao…Theo.»

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