10: Il passato

10.1:

Le era bastato urlarlo una sola volta. Un’unica risposta secca, esclamata con una rabbia che né Dave né nessuno degli altri potevano immaginare.

Quell’unico urlo era stato sufficiente a convincere Theodore a desistere.

Prese per mano bruscamente Mark e insieme uscirono dalla stanza. Il piccolo chipmunk tentò di voltarsi, ma Jeanette lo strattonò costringendolo a distogliere lo sguardo.

«Theodore, ma che ti è saltato in mente?! Hai idea di quanto ci hai fatto preoccupare?» Gli domandò Brittany.

Lui non le risposte, ma incrociò il suo sguardo con quello della Chipette.

In quel frangente, fissandolo negli occhi, le sembrò che fossero tornati vuoti e spenti come fino a una settimana prima.

«Theo?» Lo chiamò Alvin.

Theodore abbassò il capo, rimanendo ancora in silenzio.

La porta della stanza si spalancò di colpo, e dalla soglia fece capolino Jeanette.

Anche i suoi occhi comunicavano qualcosa. La rabbia con la quale sen’era andata era rimasta con lei anche ora che era tornata.

«Jeanette, aspetta… » tentò di fermarla Dave, invano.

Percorse la stanza, diretta verso Theodore, che nel frattempo era saltato giù dal letto, e quando gli fu vicina, lo colpì in volto con un forte schiaffo che fece trasalire tutti nella stanza. Non che non se lo aspettassero, ma nessuno (a parte Dave, forse), avrebbe immaginato che l’avrebbe fatto sul serio.

Theodore incasso il colpo senza battere ciglio.

«Jean, ma cosa… » Si fece avanti Brittany, Alvin però la fermò. Era una questione che riguardava loro due, Theodore e Jeanette, gli altri non avevano voce in capitolo.

«Questa è l’ultima volta che metti in pericola la vita di mio figlio per le ossessioni! Lui ieri mi aveva chiesto se poteva venire qui per passare del tempo con te, lo capisci questo?! Voleva stare con te!! E tu ricambi il suo affetto costringendolo a fare viaggi nei sogni quando dovresti sapere benissimo che è ancora inesperto!! Sai cosa sarebbe potuto succedere se foste rimasti bloccati entrambi?!?»

Theodore continuò imperterrito nel suo silenzio. Avrebbe avuto decine di modi diversi per giustificarsi. Poteva dirle che non aveva costretto Mark a fare nulla, che lo aveva deciso da solo di intraprendere con lui il viaggio nel sogno. Poteva dirle che non sarebbero mai rimasti bloccati se fossero finiti entrambi nel Limbo. O anche, poteva dirle che è stato costretto a farlo, perché sapeva che chiederle il permesso sarebbe stato inutile, dato che gliel’avrebbe negato comunque. Decise però di tenere la bocca chiusa, perché si disse che non valeva la pena di darle spiegazioni.

Di ben altro avviso era Jeanette, che invece era intenzionata a continuare.

«Sono passati sedici anni dal suo incidente, tredici dal tuo coma! Apri gli occhi e svegliati, una buona volta… »

«Jeanette, adesso basta, stai esagerando!» Si intromise Dave, convinto di poterla calmare. Inutile dire che invece fu un intervento inutile.

«… tutti noi ci siamo rifatti una vita e stiamo andando avanti, mentre tu corri ancora dietro al fantasma di mia sorella! Lei è morta, mettitelo in testa!! E’ morta e ti ha espressamente detto di dimenticarla… »

«Hai finito?» La interruppe d’improvviso Theodore.

Sta volta, l’interruzione riuscì ad azzittirla. Forse perché nemmeno Jeanette se lo aspettò.

«Tu mi accusi di inseguire i fantasmi, eh? Dici che sono vittima delle ossessioni? E quella volta che tu hai perso contatto con la realtà perché ti appariva in sogno Mark da adulto, quella non era ossessione?»

Jeanette restò basita.

«Quello… quello… NON E’ LA STESSA COSA!!» Urlò lei.

«Già, forse hai ragione… ma tu non sei stata lì quando tutto è successo. Non sei stata tu a vedere l’auto dirigersi contro te ed Eleanor, né sei stata tu a pensare di scostarla per salvarle la vita solo per poi risvegliarti in un letto di ospedale, dopo tre anni di coma, per scoprire che è morta senza che tu non abbia potuto nemmeno partecipare al suo funerale… »

Nella stanza calò il silenzio generale, anche con Jeanette.

Theodore la scostò e si avviò verso la porta, procedendo a passi lenti. Mentre avanzava, continuava a parlare.

«… voi avete perso una sorella e un amica, e con voi, anch’io. Ma io ho anche perso la persona che amavo. Se Brittany fosse affogata in mare cadendo da quell’elicottero, o se Simon fosse stato schiacciato dalla quercia nel tentativo di salvare Jeanette, anche voi, come me, oggi avreste delle ossessioni…» detto questo, abbandonò la stanza.

Percorrendo il corridoio, decise che non gli sarebbe importato niente degli altri e di cosa si sarebbero detti o avrebbero fatto nel momento in cui lui varcò la soglia della porta.

La sua testa vagava altrove. Doveva scoprire se le sue intuizioni su Eleanor e i viaggi nel passato fossero corrette.

10.2:

Trascorse così il resto della sua giornata. A chiedersi di continuo se fosse possibile tornare indietro nel tempo per correggerlo e alterare la realtà.

Il suo buon senso gli urlava di NO, ma i suoi occhi erano stati testimoni di fatti che chiunque avrebbe reputato impossibili.

Sapeva che era possibile leggere nel futuro di qualcuno per fare in modo di cambiare il suo destino. Sapeva che la morte, come generalmente viene interpretata, non rappresenta la fine, bensì il passaggio a una nuova vita in un’altra dimensione. E sapeva che i sogni non sono solo il frutto della nostra immaginazione come si potrebbe pensare, ma delle realtà concrete, che grazie all’ausilio di speciali poteri, possono essere alterate a piacimento da chiunque in loro possesso.

Date le premesse, era così sbagliato pensare che tornare indietro nel tempo fosse una cosa così irrealistica? No. Se esistono dei poteri che consentono di cambiare il futuro, sicuramente ne dovevano esistere alcuni che permettono di tornare nel passato per fare altrettanto, e il modo esageratamente sospetto in cui aveva reagito Eleanor, ne era una prova.

Certo, forse Theodore aveva calcato un po’ troppo la mano, ponendosi a lei con fare aggressivi e inopportuno, ma non vi erano dubbi che ci fosse qualcosa che lei gli voleva nascondere.

Ad ogni modo, era tornato a starsene in silenzio su un angolo del divano in salotto, quando gli venne in mente di guardarsi il polso sinistro. Per un attimo si aspettò di scoprire che l’anello era magicamente sparito dal suo braccio nel momento in cui lo aveva sfilato nel Limbo per donarlo a Eleanor, ma l’oggetto era ancora lì, al suo posto, e in fondo non c’era da stupirsene.

Si chiese se nel Limbo Eleanor lo stesse indossando ancora, o se si fosse smaterializzato d’improvviso quando Theodore si era risvegliato, giungendo alla conclusione che per trovare risposta a tutte le sue domande, c’era solo una cosa che avrebbe dovuto fare: tornare da lei! In un modo o nell’altro.

10.3:

16 FEBBRAIO 2029.

Passarono altri due giorni, che Theodore trascorse per la maggior parte del tempo dormendo, nella speranza che Eleanor l’avrebbe chiamato a se in qualche modo per dargli finalmente spiegazioni sul mistero dei viaggi nel passato.

Si rendeva perfettamente conto che un ritorno nel Limbo sarebbe stato impossibile senza i poteri dei Viaggiatori, che rendevano i mondi dei sogni malleabili e facilmente alterabili per il passaggio da una dimensione all’altra, ma dopo l’ultimo coinvolgimento di Mark e la successiva discussione con Jeanette, ne scaturì un’altra che sta volta coinvolse anche Simon.

I due fratelli discussero sull’accaduto, e Theodore in particolare, cercava di convincere Simon sulla sua teoria dei viaggi nel tempo. Simon ascoltò le sue parole, ma si rifiutava di credere che ciò fosse possibile. Secondo lui, era vero che il futuro, in determinate condizioni, poteva essere cambiato. Ma riprendendo l’esempio del caso di lui e Jeanette, in cui il destino aveva cercato fino all’ultimo di impedire la loro sopravvivenza, anche ammesso che fosse stato possibile ritornare nel passato per correggerlo in qualche modo, quante probabilità c’erano di poter cambiare qualcosa che era già successo, quando pure bloccare avvenimenti del futuro era così difficile?

Inutili furono gli ulteriori tentativi di Theodore di convincerlo a tentare comunque di far ritorno nel Limbo un’altra volta, e come se l’ostentato rifiuto non fosse stato sufficiente a lasciare l’amaro in bocca a Theodore, Simon gli disse anche che da quel momento a Mark era stato proibito di far uso dei suoi poteri per far tornare lui o qualcun altro nel Limbo.

Quindi, se veramente voleva portare a termine il suo obbiettivo, doveva trovare il modo di farcela con le sue forze.

A un certo punto aveva anche pensato di chiedere a Jeanette di farsi addestrare nell’arte della manipolazione dei sogni, dato che era appurato che i poteri dei Viaggiatori potevano essere appresi e applicati anche dagli stessi sognatori, ma era un’idea destinata a fallire in partenza. Lei non glieli avrebbe mai insegnati, non dopo quello che era successo due giorni prima.

Cosa fare dunque?

Se nessuno era più disposto ad aiutarlo e se la stessa Eleanor si era rifiutata di dargli spiegazioni al momento opportuno, forse a questo punto avrebbe dovuto dare retta alle loro parole e andare avanti. In fondo aveva trentacinque anni, e al di fuori di quella casa c’era ancora un’intera vita ad attenderlo.

Alvin e Brittany tra non molto sarebbero tornati nel loro lussuoso attico a New York, e presto avrebbero avuto il loro primo figlio e un altro nipotino per lui, Simon e Jeanette avrebbero continuato la loro vita a Los Angeles, mentre Mark cresceva e imparava a padroneggiare sempre di più i suoi poteri, e Dave sarebbe rimasto lì, in quella casa, come un fedele padre di famiglia sempre disposto ad aiutare i suoi ragazzi ormai diventati adulti.

In fondo la vita non era poi tanto male, e più ci pensava e più se ne rendeva conto.

Era davvero troppo tardi per un nuovo inizio? Già. Un nuovo inizio.

Quelle tre parole echeggiarono insistentemente nella sua testa, quasi volessero comunicargli qualcosa.

Un nuovo inizio, un nuovo inizio, un nuovo inizio, un nuovo inizio, un nuovo inizio.

Sì. Aveva preso la sua decisione. Ora sapeva cosa doveva fare.

10.4:

Saltò giù dal divano, che in questi giorni era tornato a essere una specie di nido sopra il quale lui era tornato a trascorre il suo tempo, e iniziò a riflettere molto attentamente sul piano d’azione che avrebbe dovuto applicare.

Si rendeva conto che era una mossa azzardata, che probabilmente non avrebbe portato a nulla di buono. Anzi! Con molta probabilità avrebbe aggravato ulteriormente la sua posizione, ma ormai non aveva molta importanza.

Erano le 16.20 del pomeriggio, probabilmente Mark era già arrivato a casa da scuola, mentre i suoi genitori dovevano ancora essere a lavoro.

Dave non gli avrebbe mai dato un passaggio fino a casa di Simon e Jeanette, né tantomeno avrebbe accettato di andar a prendere il loro nipote per portarlo da loro, perché non appena Theodore gliel’avrebbe chiesto, l’uomo avrebbe capito subito le sue intenzioni.

Anche semplicemente uscire sarebbe stato sospetto, se lo avesse detto a Dave. Pertanto, l’unica soluzione era fare tutto di nascosto.

La casa di suo fratello Simon distava diversi chilometri dalla loro. Andarci a piedi avrebbe comportato una lunghissima perdita di tempo, col rischio di arriva a destinazione troppo tardi, quindi doveva farsi dare un passaggio da un mezzo pubblico, un taxi, o forse un autobus, ma servivano soldi che lui non aveva.

Dave aveva l’abitudine di tenere la sua Idkey su un bancone della cucina e non aveva blocchi di sicurezza di alcun tipo, almeno a quanto risultava a Theodore. Pertanto, se se ne fosse appropriato, avrebbe potuto sfruttare il credito monetario dell’anziano padre per pagarsi il viaggio. Ma se lo avessero scoperto? Pazienza. Era uno rischio che andava corso, ormai non poteva tirarsi indietro.

Si avviò furtivo verso la cucina, cercando di evitare di incrociare Alvin o Brittany, oppure lo stesso Dave. Se lo avessero visto, non solo avrebbe corso il rischio di essere colto sul fatto, ma avrebbe avuto anche meno tempo a disposizione per arrivare da Mark prima che gli altri si rendessero conto della sua scomparsa.

Non aveva avuto notizia dei due chipmunk per tutta la giornata, e forse questo voleva significare che erano usciti, ma Dave era senz’altro in casa, dato che lo aveva sentito camminare lungo il corridoio, una ventina di minuti prima.

Nei pressi delle scale per il piano superiore, si arrestò per scrutarsi intorno e cogliere eventuali rumori che indicassero la presenza di qualcuno nei paraggi.

Sentì dei rumori di passi di sopra e capì che per quanto riguardava Dave, per ora non correva rischio di essere scoperto, se avesse fatto di fretta.

Arrivato all’entrata della sala da pranzo, controllò che non ci fosse qualcun altro e costatò di avere la via libera.

Raggiunse di corsa il bancone sopra il quale sperava di poter trovare la Idkey e con un agile salto ci salì sopra.

Ispezionò il piccolo contenitore portaoggetti dentro il quale erano riposti anche lo smartphone di Dave e un suo orologio da polso e lì, finalmente, la trovò.

Era piccola e con la scocca di colore nero, Theodore avrebbe tranquillamente potuto infilarsela nella tasca della sua felpa senza essere costretto a portarsela dietro tenendola in mano.

Prima di prenderla, rifletté ancora un po’ sulla stupidità del suo piano e dovette azzittire la vocina della sua coscienza che gli diceva di rinunciare.

Nel momento in cui la prese, si ricordò anche di una presenza ben più concreta, che di sicuro in quel momento lo stava tenendo d’occhio dal suo mondo nel Limbo.

Alzò lo sguardo fissando la parete di fronte a se e immaginandosi di guardare negli occhi Eleanor.

«Scusami. Ma non ho scelta.» Disse, sicuro del fatto che lei avrebbe udito le sue parole.

Saltò giù e, usando la stessa discrezione di prima, si avviò verso l’uscita di casa.

Incontrò un altro ostacolo che, nella foga del momento, aveva dimenticato di tenere in considerazione: la porta.

In genere, quando qualcuno dei chipmunk doveva uscire, era sempre Dave a farsi avanti per aprirla, ma non era questo il caso di Theodore. Se lo avesse chiamato, il suo piano sarebbe andato in fumo, perciò si rese conto che avrebbe dovuto cavarsela da solo anche sta volta.

Tento di saltare fino alla maniglia della porta un paio di volte, ma in entrambi i casi non era stato in grado di raggiungerla. Al terzo tentativo fallito, si allarmò sentendo i rumori dei passi di Dave sul corridoio del piano di sopra e dovette momentaneamente rinunciare al suo tentativo di fuga per correre a nascondersi.

Tornò in salotto, sul suo divano. L’unico posto in cui essere visto da Dave, non avrebbe destato alcun tipo di sospetto.

Il suo intuito si rivelò corretto, perché l’anziano, dopo aver sceso le scale, si diresse proprio verso la stanza. Theodore si sdraiò e finse di dormire, in modo da evitare di dover incrociare i suoi occhi o fare qualcosa che potesse tradirlo, e nel frattempo estrasse dal tascone della felpa la Idkey per nasconderla sotto uno dei cuscini (Dave avrebbe potuto notarla nel caso si fosse soffermato un po’ di più su di lui).

A Theodore non importò di scoprire cosa stesse facendo l’uomo nella stanza, si limitò a restarsene immobile e a occhi rigorosamente serrati, aspettando che si allontanasse.

La vocina nella sua testa era tornata a insistere sulla stupidità di quello che stava cercando di fare. Era stato visto. Anche se fosse riuscito ad andarsene, bastava che Dave si accorgesse della sua assenza per cominciare a chiedersi dove fosse finito, e di lì a poco, scoprire che era sparito. Doveva fermarsi ora che ne aveva la possibilità.

Ovviamente, Theodore non aveva alcuna intenzione di darle retta. A maggior ragione perché Dave, dopo aver probabilmente preso qualcosa che stava cercando in qualche cassetto, uscì dalla stanza e risalì le scale.

Ora o mai più, si disse tra sé e sé Theodore. Doveva riuscire ad aprire la porta e andarsene.

Recuperò la Idkey da sotto il cuscino e tornò nel corridoio.

Si arrestò a un metro dalla porta e fissandola insistentemente, cerco di escogitare un modo per riuscire a raggiungere la maniglia. Non c’erano mobili lì intorno di cui avrebbe potuto servirsi per raggiungerla più facilmente, doveva per forza saltare da terra e riuscire ad afferrarla.

Guardò verso le scale, e pensò che forse c’era qualcosa che avrebbe potuto provare. Era la soluzione più ovvia, e si sentì stupido per non averci pensato prima.

In pratica, quello che avrebbe dovuto fare era… prendere una semplice rincorsa. Da fermo non era stato in grado di raggiungerla, ma era comunque riuscito ad arrivarci molto vicino, gli bastava saltare giusto giusto un paio di centimetri in più e fare affidamento alla forza delle sue mani per afferrarla e tirarla verso il basso, e a quel punto sarebbe finalmente stato libero di andarsene.

Si diresse verso le scale fino ad arrivare a poggiare la schiena al primo gradino, e da lì, in un primo momento, pensò di fare una serie di respiri profondi per concentrarsi e prepararsi al salto che avrebbe dovuto fare. Una buona idea sulla carta, che però Theodore non riuscì a mettere in pratica, dal momento che subito dopo la prima profonda boccata d’aria espirata, il rumore dei passi di Dave dal piano di sopra lo mise in allarme.

Un’ondata d’adrenalina gli entrò in circolo e lo investì come un fiume in piena, e senza quasi più riflettere sulle sue azioni, cominciò a correre in direzione della porta, per poi fare un incredibile salto che lo fece arrivare facilmente all’agognata maniglia. D’istinto la afferrò e il suo peso, per quanto ridotto, fece il resto.

Solo in quel momento si rese conto di cosa era riuscito a fare, giusto in tempo per accorgersi del fatto che Dave stava nuovamente per scendere le scale.

Si affrettò a lasciare la presa e cadere a terra, e ignorando l’intontimento dovuto alla caduta, aprì la porta quanto bastava per permettere al suo corpo di passare e finalmente fu fuori.

Ormai non aveva importanza se Dave l’avesse visto o no, o se avesse notato la porta aperta e si fosse insospettito. Si assicurò di avere ancora con se la Idkey dell’anziano e dopo averne accertato la presenza, si avviò di corsa sul vialetto, diretto in strada.

Conosceva l’indirizzo della casa di Simon e Jeanette, ora gli bastava solo procurarsi un mezzo di trasporto per arrivarci.

La vocina nella testa gli fece notare che era la prima volta da diversi anni che non prendeva un mezzo pubblico da solo, ma come nelle precedenti occasioni, anche sta volta il suo blando tentativo di farlo desistere fu completamente ignorato.

Dal Limbo, Eleanor cercava in tutti i modi di entrare in contatto con lui, ma dato che fino adesso le sue parole erano state inutili, stava cominciando a pensare che forse non c’era modo di entrare direttamente in contatto coi Vivi, e decise di rinunciare. Da quel momento, le voci nella testa di Theodore si azzittirono.

10.5:

POCHI MINUTI DOPO.

Dave sentì suonare il campanello della porta.

Un quarto d’ora prima, scendendo dalle scale, si era accorto che era rimasta leggermente aperta. All’inizio la cosa gli sembrò quanto mai strana, dato che fino ad allora era convinto che fosse chiusa, ma poi, pensando al fatto che l’aveva aperta ad Alvin e Brittany per farli uscire, archiviò la cosa come una semplice distrazione e non ci pensò più.

Andò ad aprire e, come aveva immaginato, si trovò di fronte la coppia, che aveva fatto ritorno dalla passeggiata pomeridiana.

«Ben tornati.» Li salutò, e loro lo ricambiarono.

«Dave, se vedessi! Sai quel nuovo negozio di articoli per bambini che hanno aperto a un paio d’isolati da qui? Abbiamo visto delle culle bellissime che sarebbero perfette per lui!» Annunciò la Chipette esaltata, alludendo al suo figlio in arrivo. «Chi sa se potranno farcene una su misura?» Si chiese rivolgendo lo sguardo ad Alvin, che dall’espressione sembrava condividere con lei lo stesso entusiasmo.

«Parlate del “Child Choice”, quello che hanno aperto tre mesi fa, giusto?» Domandò Dave.

«Sì, almeno… mi sembra che sia stato questo il suo nome, o no Britt?» Le chiese, invece, Alvin.

«Sì, esatto!» Confermò lei.

«Ottimo! Sapete, conosco il proprietario del negozio, posso parlarci io se volete.» Propose Dave.

«Dici davvero?! Ma è fantastico!»

Dopo quel piccolo dialogo tra i tre, Alvin e Brittany si diressero nella loro stanza, con il chipmunk che aiutò la sua compagna a salire portandola in braccio.

Dave nel frattempo aveva ripreso le sue solite attività, felice di potersi rendere per una volta utile alla coppia.

Alvin e Brittany erano molto ricchi, e la regola del capitalismo insegna che coi soldi si può fare tutto, ma all’anziano Seville faceva piacere il fatto di poter ricorrere alle sue conoscenze, e non solo al vile denaro, per ottenere qualcosa di cui la sua famiglia aveva bisogno.

Era in sala da pranzo, impegnato a leggere alcuni documenti giuntigli quella mattina per posta, quando l’arrivò di Alvin distolse la sua attenzione dai fogli di carta.

«Dave, sai dov’è Theodore?» Gli domandò a bruciapelo.

«Oh, lui? E’ di là in salotto, credo stia dormendo.»

«Veramente ho appena controllato lì… »

«E non c’è?»

«E non c’è.»

«Hmm, sarà andato in camera sua, ultimamente non fa che andare avanti e indietro da lì.»

Alvin ci rifletté su un po’.

«Sì, può darsi. Vado a dare un’occhiata.»

Mentre Alvin si allontanava, Dave non si preoccupò minimamente di dove potesse essere finito l’altro chipmunk, e riprese a dedicarsi ai suoi documenti come se nulla fosse.

Di sopra, Alvin entrò nella stanza di Theodore e lo chiamò un paio di volte, ma del fratello, nessuna traccia. Decise persino di controllare nella stanza da letto di Dave, ma neppure lì lo trovò. Tornato nel corridoio, vide la porta del bagno spalancarsi, e da lì, uscire Brittany.

«Che succede?» Gli chiese lei, accortasi dell’espressione perplessa che era montata sul volto del compagno.

Se lei era uscita giusto in quel momento dal bagno, significava che Theo non poteva trovarsi nemmeno lì dentro. Ma allora, dove si era cacciato?

Da basso, Dave, ignaro di tutto, si alzò dalla sedia su cui era seduto e fece per andare verso il frigo alla ricerca di qualcosa da bere, ma di nuovo, l’arrivo di Alvin, questa volta in evidente stato di agitazione, lo distrasse.

«Dave! Theodore è sparito!»

«Che significa “sparito”?!»

«Significa che ho guardato in tutte le stanze della casa e di lui neanche l’ombra!»

Dave, incredulo della strana piega degli eventi, tento di trovare una spiegazione rassicurante da dare ad Alvin.

«Bhe, forse è uscito qui fuori in giardino, hai provato a controllare dalla finestra?»

Guardarono insieme e, come volevasi dimostrare, non era neanche lì fuori.

A quel punto, Dave, ricordatosi anche del fatto che Theodore non poteva in alcun modo essere in giardino, dal momento che non si era fatto aprire la porta per uscire, cominciò a prendere sul serio le parole di Alvin. Lo cercarono insieme per tutta la casa, chiamandolo con toni di voce via via crescenti.

Non soddisfatto di quella misera occhiata lanciata dalla finestra della cucina, usci di casa e andò a verificare di persona se potesse essere lì fuori o no.

Non trovandolo, rientrò in casa, e solo allora gli tornò in mente la porta trovata aperta venti minuti prima. Poteva essere solo un caso?

«Allora, l’hai trovato?» Gli chiese Alvin apparendo dalla sala da pranzo, e con lui c’era anche Brittany.

«No, dannazione! Dove diavolo si è cacciato?! Adesso inizio a preoccuparmi sul serio!»

Rientrarono in cucina.

«Sapete… mi chiedo se… no, non può averlo fatto sul serio!» Esclamò Brittany.

«Cosa?!» Le domandò Alvin.

«Stavo pensando… e se fosse andato da lui? Cioè… da Mark?»

«No, non può essere stato così stupido, non dopo tutto quello che è successo! E poi… insomma, a piedi?! Sarebbe dovuto partire come minimo questa mattina!»

«E se invece fosse così?» Si intromise Dave, dando loro le spalle mentre parlava.

«Intendi dire…andare da Mark?!»

«Sì, Alvin… mezz’ora fa scendendo al piano terra ho trovato la porta leggermente aperta, ma non ci avevo badato molto, anche se ero convinto che fosse rimasta chiusa per tutto il giorno… »

«Ma… andare da Mark… hai idea di quanta strada sia per un chipmunk?!»

«Alvin, vuole chiedergli di riportarlo ancora da Eleanor, è evidente! L’atra volta sono stati interrotti da Jeanette, e ora lui vuole riprovarci!» Gli rispose Brittany, convinta di averla vista giusta con la sua teoria.

«E c’è dell’altro… » Dave indicò ai due chipmunk il piccolo contenitore dentro il quale era solito tenere le sue cose «la mia Idkey è sparita!»

«Oh no! Ormai è chiaro, l’ha presa Theodore! Probabilmente ha preso un taxi per arrivare più in fretta!»

Alvin si colpì la fronte col palmo della mano.

«Cavolo, Simon mi aveva anche detto che oggi sarebbe tornato a casa dall’università prima del solito!»

«Allora speriamo che ci arrivi prima di Theodore… faccio un salto da loro anch’io, per sicurezza.» Li avvisò Dave.

«Veniamo con te!»

«Bene, allora preparatevi e aspettatemi all’entrata, io chiamo dal lavoro Jeanette, se Brittany ha ragione, anche lei deve sapere!»

L’uomo uscì di fretta dalla cucina e andò a telefonare a Jeanette dall’altra stanza. Forse avrebbe dovuto fare un colpo di telefono a Simon, ma alla fine ritenette che sua moglie fosse più che sufficiente.

Dalla cucina.

«Che idiota. Questa volta ci penserà tua sorella ad ammazzarlo sul serio!» Scherzò sarcastico, Alvin.

«Non dirlo due volte, tu non la conosci come la conosco io. Sarebbe capace di farlo sul serio.»

Alvin ci restò di sasso sentendo la risposta della Chipette.

Dave, dal corridoio lì chiamò in gran fretta e disse loro che era il momento di andare.

«Hai chiamato Jeanette, Dave?»

«Sì, Britt. Smonta tra mezz’ora. Sarà lì qualche minuto dopo di noi.»

«Le hai detto di Theodore e di cosa vuole fare? Come ha reagito?» Domandò Alvin, preoccupato per la prospettiva di dover perdere un fratello per mano di una madre furiosa.

«Meglio che tu non lo sappia.» Si limitò a rispondere seccamente.

A quel punto salirono in macchina e partirono.

10.6:

(Casa di Simon e Jeanette)

Seduto comodamente sulla moquette del suo salotto, Mark stava trascorrendo il pomeriggio dedicandosi alla lettura di “Cronache dei giorni di quarzo”, il libro avuto in regalo dai suoi genitori per il compleanno.

Rispetto ai precedenti romanzi della saga, trovava questo terzo capitolo molto più lento e noioso del solito, privo della dirompente azione che caratterizzava gli altri episodi. Ma nonostante ciò, proseguiva nella lettura divorando minuto dopo minuto parole e pagine.

Non poteva saperlo, ma mentre lui era dedicato alla lettura del suo libro, suo zio Theodore era appena arrivato all’entrata del palazzo nel quale risiedevano.

Il chipmunk adulto, dopo aver pagato il pedaggio del taxi che lo aveva accompagnato fin lì, mise al sicuro la Idkey rubata a Dave nella tasca della sua felpa e entrò eludendo la vigilanza del portinaio grazie alle sue ridotte dimensioni (se Simon e Jeanette lo avessero messo in guardia sull’eventualità che Theodore potesse farsi vivo, essere visto da lui poteva compromettere tutta l’operazione).

Si diresse furtivamente verso gli ascensori, ma decise infine di non usarli (anche in questo caso avrebbe corso il rischio di essere visto), optando per le scale.

Salì lungo i gradini di ben sette piani, prima di arrivare all’ottavo, dove si trovava l’appartamento di suo fratello Simon.

Ispezionò il corridoio per verificare l’eventuale presenza di persone sospette e accertando di avere il via libera, non perse altro tempo e corse alla ricerca della porta di casa loro.

Non sarebbe stata una ricerca particolarmente ardua, doveva solo trovare l’unica porta ad avere due pomelli e due campanelli ad altezza e dimensioni diverse, per umani e chipmunk. Inoltre, era già stato da loro pochi giorni prima, quindi aveva le idee chiare sul dove dirigersi.

La trovò subito, anzi! Si può quasi dire che perse più tempo a raggiungerla che non a trovarla.

10.7:

Un trillo del campanello della porta distolse l’attenzione di Mark dalla lettura del suo romanzo. Era raro che in casa loro ricevessero delle visite improvvisate durante i giorni lavorativi, perciò in un primo momento credé di esserselo immaginato, e tornò alla sua attività, ma quando udì il secondo trillo, non ebbe più dubbi che qualcuno stava suonando proprio a casa loro.

Andò alla porta, ma non aprì subito.

«Chi è?» Domandò titubante.

«Sono io, apri per favore.»

La voce era inconfondibile, era suo Zio Theodore.

Il piccolo chipmunk aprì la porta.

«Zio Theo! Che ci fai qui?»

«C’è qualcuno in casa? Mamma e papà sono tornati dal lavoro?»

«Oh… no. Papà credo che rientrerà tra poco, ma per la mamma non so.»

«Hmm. Ok, abbiamo tempo.»

«T-tempo per cosa?»

«Fammi entrare, dopo ti spiego.» Gli disse nervosamente.

«No… aspetta. Vuoi tornare ancora da Zia Eleanor? Non posso farlo. Mamma e papà me l’hanno proibito… e anche a te.»

«Questo lo so, ma ne parliamo poi. Fammi entrare!» Insistette Theodore.

Mark non aveva altra scelta che accontentarlo. Suo zio sarebbe entrato comunque in un modo o nell’altro.

«Come ti dicevo, non posso farti tornare nel Limbo! La mamma era già molto arrabbiata l’altra volta, se ci scopre di nuovo, questa volta mi metterà in punizione per tutta la vita e farà passare a te un mare di guai…» Gli spiegò Mark dopo averlo fatto entrare e aver chiuso la porta.

«Mark, Mark… » lo interruppe Theodore «ascoltami bene, per favore. E’ vero, l’altra volta volevo solo rivedere la zia un’altra volta, ma adesso è tutto diverso, credimi! Papà ti ha detto qualcosa riguardo a viaggi nel tempo e cose del genere?»

Mark ci rifletté su un po’.

«L’ho… l’ho sentito parlarne con la mamma… ieri sera. Ma non avevo capito molto… »

«Bhe, è semplice! Se riuscissi a tornare nel Limbo, da Eleanor, credo che potrei… »

«Mark, sono a casa… » annunciò una voce «come mai la porta era aperta?» Era Simon, di rientro dal lavoro e ignaro di tutto.

Theodore cercò di pensare in fretta a un posto dove potersi nascondere, ma era inutile, suo fratello li raggiunse subito in salotto.

«Theodore?! Ma cosa… » il suo sguardo passo fulmineamente da Theodore a suo figlio «Mark, ma che sta succedendo qui? La mamma è già arrivata?»

«No, non c’è nessuno. Zio Theodore è venuto fin qui da solo.»

«Cooosa?!» Tornò a guardare negli occhi il fratello. Non gli fu difficile capire le probabili ragioni del perché avesse fatto tutta quella strada da solo.

«Oh, no! Non puoi averlo fatto davvero!»

«Rilassati, Simon. Sono appena arrivato… » lanciò un’occhiata a suo nipote «e comunque, Mark non ha voluto darmi retta sta volta.» Aggiunse. Non aveva senso coinvolgere anche suo nipote in quel folle piano che alla fine si era rivelato solo un buco nell’acqua.

Andò a sedersi sul divano, un’azione che aveva fatto un sacco di volte nel corso degli anni, e che ormai gli era entrata nel sangue.

Chinò la testa, chiuse gli occhi e appoggiò il volto sul palmo di una mano, e li restò in silenzio ad aspettare. Cosa, non lo so sapeva nemmeno lui, ma comunque si mise in attesa, amareggiato per un fallimento così miserabile dopo tutti gli sforzi fatti per compierlo al meglio.

«Per la miseria, Theodore… » Simon lo raggiunse sul sofà «la psicologia è il mio campo di lavoro, ma proprio non ti capisco… perché non riesci a mollare? Hai rivisto Eleanor, ci hai parlato. Lo sai meglio di tutti che è ancora con noi, anche se non possiamo vederla. Perché insisti con questa storia?» Non riusciva a provare rabbia per il fratello. Jeanette non poteva più soffrirlo dopo la volta che aveva coinvolto Mark nella sua fissazione, ma lui non era così, lo compativa, e comprendeva le sue ragioni, anche se a parole diceva di non capirlo.

«E tu perché fai domande, se poi non vuoi sentire le risposte?» Rispose Theodore.

Simon lo guardò confuso.

«Sai benissimo di che parlo.» Aggiunse Theodore.

Simon sbuffò.

«Perché è ridicolo. Te l’ho già detto. Non puoi pensare sul serio di farlo.»

«E se ti sbagliassi? Jeanette non diceva le stesse cose di te quando dicevi che avremo potuto trovare Eleanor attraverso i sogni condivisi di Mark?»

«Non è andata così. E comunque non è questo il punto. Qui non centrano niente viaggi nel tempo! La verità è che, semplicemente, non vuoi lasciarla andare. Non hai mai saputo accettare la sua morte, e ora che l’abbiamo rivista, dimostri ancora di più le tue ossessioni volendo tornare da lei a tutti i costi, fregandotene di chi ti sta intorno!»

Theodore stava perdendo la pazienza.

«E questo che pensi?»

«Se il mio lavoro vale qualcosa, ebbene sì!»

Si fissarono negli occhi, studiandosi in silenzio. Simon, in attesa della prossima risposta di Theodore, e Theodore in attesa di decidere se continuare una discussione che non li avrebbe portati da nessuna parte o chiudere qui la questione.

Qualcuno bussò nervosamente alla porta.

«Papà… » lo chiamò Mark.

«Vado io.» Gli rispose Simon, senza distogliere lo sguardo da quello di Theodore.

Quando il chipmunk con gli occhiali uscì dalla stanza, quello con la felpa verde ritornò alla sua posizione d’attesa seduto sul sofà.

Dall’altra stanza, udì le voci di Dave e degli altri.

«Ci sono il nonno e gli Zii, e c’è anche la Mamma!» Lo informò Mark.

«Già, mi chiedevo quanto ci avrebbero messo ad arrivare.» Gli rispose apaticamente Theodore, senza lasciar trasparire alcun tipo di emozione e fregandosene completamente degli altri, come avrebbe detto Simon.

Mark non sapeva come comportarsi di fronte all’atteggiamento dello Zio, e uscì quindi dalla stanza per raggiungere gli altri.

Jeanette parlò a suo figlio. Ci fu uno scambio di domande e risposte tra i presenti, che Theodore però non volle ascoltare.

L’unica cosa a cui la sua concentrazione sembrava volersi dedicare era la sua teoria sul ritorno al passato.

Simon, Dave e tutti gli altri potevano dirgli quello che volevano su quella che loro chiamavano “ossessione”, fare tutte le loro supposizioni per cercare una giustificazione che potesse spiegarla, suggerire soluzioni o seguire il modo di pensarla di Jeanette ed essere indifferenti nei suoi confronti, ma in ogni caso, non avrebbero mai potuto comprendere le vere ragioni di Theodore. Nessuno di loro aveva visto la reazione di Eleanor nel Limbo, altrimenti non si sarebbero opposti così testardamente.

A quel punto, mentre la sua mente vagava nel mare di pensieri in cui era sommerso, tutti i membri della famiglia Seville, al gran completo, fecero la loro apparizione in salotto, ponendosi di fronte a lui.

Gli unici due a cui dedicò attenzione erano Jeanette e Dave. Lei con uno sguardo di odio feroce, che sembrava non aspettasse altro che saltargli addosso per aggredirlo fisicamente, lui, invece, con un’espressione di profonda delusione sul volto, che a brave gli avrebbe anche dichiarato apertamente.

Theodore non aspettò che fosse Dave a chiederglielo. Estrasse dalla tasca la Idkey di suo padre e gliela porse.

Lui gliela strappò di mano bruscamente e se la mise in tasca.

«Sono molto deluso di te, Theodore. Questa non me la dovevi fare… »

Già, come volevasi dimostrare, si disse Theodore tra sé e sé.

«… voler rivedere Eleanor è una cosa, ma il furto non posso accettarlo. Con questa ti sei giocato tutta la fiducia che avevo in te… » continuò Dave, ma le sue parole suonarono vuote e prive di significato per Theodore. Non riusciva più a esercitare quell’autorità che lo rendeva il rispettabile capo famiglia di un tempo. Lui e Theodore avevano vissuto giorno dopo giorno dieci anni nella stessa casa, e nel tempo nessuno di loro, a parte il chipmunk, aveva capito che anche Dave era stato profondamente scosso dall’incidente, tanto da renderlo l’uomo che era ora. Theodore, quindi lo lasciò parlare senza batter ciglio e quasi senza ascoltarlo.

«Ahhh! Basta così!!» Urlò improvvisamente Jeanette, cogliendo tutti di sorpresa. «Non ne posso più di questa storia! Lo voglio fuori da casa mia, subito!!»

Simon, trovatosi completamente alla sprovvista, cercò di trattenere la moglie, la cui furia, però, l’aveva resa inarrestabile.

Jeanette non era più intenzionata a instaurare alcun dialogo né di restare in silenzio mentre gli altri parlavano. Voleva che Theodore se ne andasse e che non facesse più ritorno, e per quanto la sua reazione potesse sembrare esagerata, aveva deciso che da quel momento in poi con lui non avrebbe più voluto aver nulla a che fare. Quel chipmunk doveva uscire dalla sua vita, e doveva farlo ora.

«Scendi subito giù dal mio divano, e vattene da casa mia!!» Lo afferrò per la collottola della felpa e lo sollevo in piedi, per poi buttarlo giù dal sofà.

«Jeanette!!» Urlarono in coro gli altri, e poi Simon e Alvin andarono da Theodore per aiutarlo ad alzarsi.

«Jeanette, ma sei impazzita!! Che diavolo ti passa per la testa pure a te?!?» La rimproverò Dave.

«Non ne posso più di questa storia! Non potevo sopportarlo prima, e non lo sopporto neanche adesso, voglio che se ne vada e ci lasci in pace. Hai capito, Theodore? Ci hai rovinato la vita! Vattene e non tornare più!!»

«Jeanette, piantala adesso, stai andando fuori di testa, non ragioni più!» Le urlò contro Alvin.

«Ha parlato quello che è stato per i fatti suoi per dieci anni. Dov’eri quando tuo fratello aveva bisogno di, eh? A New York a fare i comodi tuoi! E adesso vieni qui a fare il maestrino con me… »

«STA ZITTA!» Questa volta a urlare era stato Simon. Un urlo autoritario, come non era stato in grado di farne da un sacco di tempo.

«Simon, tu… vieni a dire a me… »

«Sì, esatto! Hai capito bene! Ti credi superiore a tutti perché sei convinta di essere l’unica a non essere stata turbata dalla morte di tua sorella! Bhe, svegliati, perché ci sei dentro fino al collo anche tu… »

«… non lo credo prop… » tentò di parlare, ma fu subito interrotta.

«… quindi ora vatti a dare una rinfrescata in bagno e torna qui quando ti sarai data una calmata, è chiaro? E sappi che non lo ripeterò un’altra volta!»

Jeanette era indignata. Le sue labbra cominciarono a tremolare, l’agitazione era al massimo.

«Se le cose stanno così me ne vado io! Addio Simon, io ti lascio!» E se ne andò senza aggiungere una sola parola uscendo dalla porta del loro appartamento.

«Ma-Mamma… dove vai?» Balbettò il piccolo Mark, con alcune lacrime che già gli stavano scendendo sul viso.

«No, aspetta qui Mark. Simon, vado a parlarci io.» Disse Brittany.

«Lasciala perdere. Che vada pure al diavolo.» Le rispose Simon.

«No, non dirlo neanche per scherzo. Vado da lei adesso, e non cercate di fermarmi.»

Brittany corse dietro alla sorella, mentre nella stanza del salotto restarono Dave, Mark e i tre fratelli Chipmunks.

«S-Simon… mi… mi dispiace.» Disse Alvin.

«Non importa, pensiamo a lui adesso. Theodore, stai bene?»

Theodore era seduto sulla moquette con la schiena appoggiata al divano, e oltre a tenere lo sguardo fisso davanti a se, fino ad allora non aveva reagito in alcun modo. Alla domanda di Simon, però, parlò.

«Credi ancora che si possa andare avanti?»

«Come? Che vuoi dire?»

Theodore si alzò in piedi, aiutato da Alvin che lo prese per un braccio.

«Mi avete sempre detto che io devo lasciarmi il passato alle spalle e andare avanti con la mia vita. E’ questo che voi intendete per vita? Bhe, che belle prospettive»

«Theodore, adesso non metterti tu a fare il sacente… » cominciò Dave «tutto questo non sarebbe successo se tu non fossi venuto qui… »

«No Dave, aspetta… » lo interruppe Simon «Theodore ha ragione. Insomma, guardateci. Eravamo una famiglia perfetta fino a sedici anni fa. Il massimo che ci succedeva erano dei battibecchi tra me e Alvin o qualche piccola guaio in casa o a scuola, e adesso invece… guardate cosa siamo diventati.»

«No… io… non sono d’accordo!» Si oppose Dave. «Eravamo tornati a essere una famiglia riunita qualche giorno fa, e poi… stiamo dimenticando il motivo del perché siamo qui!»

«Già, Dave. Per cosa siete qui? Io ero venuto per tentare aggiustare ogni cosa, voi invece?» Domandò Theodore.

Simon ritornò nella conversazione.

«Ancora con questa storia, Theodore?»

«Non intendo rinunciarci, Simon. Non dopo tutto quello che ho dovuto passare.»

Simon sbuffò, ormai rassegnato.

«Pff… allora fai quello che ti pare, ma sono curioso di sapere come farai.»

«Io… io non voglio riportarlo nel Limbo!» Annunciò Mark, che era rimasto in disparte fino ad allora.

«Ecco, appunto. Mark ha detto tutto, quindi che farai ora?»

Sul volto di Theodore si stampò d’improvviso un ghigno preoccupante. Totalmente fuori luogo nel contesto.

«Non avevo intenzione di chiedere a Mark di riportarmi in un sogno condiviso. Ci avevo rinunciato nel momento in cui siete arrivati voi.»

Tutti gli sguardi dei presenti erano improvvisamente puntati su Theodore. Persino quello della stessa Eleanor, che aveva osservato dal Limbo tutto quello che era avvenuto fino a quel momento e che ora, come loro, si chiedeva cosa volesse dire.

Quando Jeanette, in preda alla furia, aveva buttato Theodore a terra in quel modo tanto violento, il chipmunk aveva finito per battere la testa ancora una volta. D’improvviso, gli si proietto nella mente lo strano sogno che aveva vissuto durante il secondo incontro con Eleanor, quando si era ritrovato in cima a quell’imponente grattacelo, e in quel momento si era reso conto che rimaneva ancora una cosa da fare. Il piano B che aveva cercato fin da subito di escogitare ma che non gli era mai venuto in mente.

Era necessario l’intervento diretto di Eleanor affinché lui potesse raggiungere il Limbo attraverso i sogni condivisi di Mark, e senza di lei, qualsiasi cosa avrebbe detto o fatto, non sarebbe servita a nulla, oppure no?

«Theodore… cos’ hai in mente?» Gli domandò Alvin.

Lui sorrise, soddisfatto e sicuro di se e si allontanò d’improvviso da loro, dirigendosi verso la vetrata che conduceva alla terrazza dell’appartamento.

Gli altri lo guardarono confusi e con mille domande in testa.

«Ma… che sta facendo?» Questa volta fu Dave a chiederlo.

Simon a quel punto capì.

«Oh, no! Dave, fermalo! Vuole saltare dal terrazzo!!»

«Cosa?!?»

L’uomo corse per cercare di raggiungerlo, ma Theodore aveva già varcato la vetrata ed era saltato sul bordo del parapetto.

«Non ti muovere da lì, Dave!» Gli ordino il chipmunk. Presto anche i suoi fratelli li raggiunsero, mentre Mark se ne restava in disparte, impietrito dalla paura.

«Theodore, ma che diavolo stai facendo?! Sei impazzito?!?» Urlò Simon.

«In questo modo Eleanor non potrà impedirmi di raggiungerla. Quando l’abbiamo vista la prima volta, ci ha spiegato cos’ha dovuto fare per restare nel Limbo, quindi, se non sarete voi ad aiutarmi a raggiungerla, vorrà dire che lo farò da solo.»

«Ma… ma… ti rendi conto di quello che stai dicendo?! Finirai per morire anche tu se ti butti di sotto!» Disse Alvin.

«Lo so, ed è proprio questo che voglio fare.»

«E non pensi a noi? Che dovremo fare?! Come lo spiegheremo alle ragazze!» Aggiunse Dave.

«Non ha più importanza. Quando io ed Eleanor cambieremo il passato, tutto questo si sistemerà, e non dovrete più preoccuparvi di niente»

«No, Theo! Non possiamo lasciartelo fare! Scendi giù di lì, ti prometto che poi io e Mark ti aiuteremo a tornare da lei!!» Lo supplicò ancora Simon.

«Simon, lo so cosa state pensando. Pensate che io sia pazzo, ma per favore, dovete credermi, so quello che faccio. Non so per quale motivo lo faccia, ma Eleanor ci nasconde qualcosa! Ha quasi avuto un attacco di panico quando ho iniziato a farle domande sui viaggi nel tempo, questo deve per forza significare qualcosa!»

«Ma non puoi saperlo! Non possiamo nemmeno essere certi che quella fosse davvero Eleanor, potrebbe essere qualunque cosa! Una proiezione del tuo subconscio, chi sa! Se ti sbagli avrai gettato la tua vita al vento per niente!»

«E cosa proponi che dovremo fare? Tua moglie se n’è appena andata gridando di volerti lasciare! Sto parlando di Jeanette, Simon… Jeanette! Credi davvero che le cose spariranno nel momento in cui io scenderò da qui? Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che i traumi non guariscono mai del tutto. Noi li nascondiamo, cercando di far finta che non sia successo niente. Ci creiamo delle illusioni di successo e di stabilità familiare e ci rifugiamo in esse per sfuggire, ma quelli restano dentro di noi per sempre! Se ci fosse la possibilità di cancellare tutto, se tu fossi sicuro in cuor tuo che è possibile ripartire da zero per ricostruire la vita che ci è stata negata, non vorresti anche tu fare qualcosa per renderlo possibile?»

Era davvero Theodore ad aver parlato? Se lo chiedevano tutti in quella terrazza.

La risposta più ovvia era: no. Non era Theodore, o meglio, non era il LORO Theodore. Quello che un tempo era il più tenere e amichevole del gruppo, ma allo stesso tempo il più ingenuo. No, non lo era. Solo ora si resero veramente conto di cosa fosse veramente diventato in seguito all’incidente. I dieci anni di silenzio e apatia erano stati solo una fase del suo cambiamento. Un tasto di “pausa” tenuto semplicemente premuto per troppo tempo. Ma ora che il tasto era stata sbloccato, potevano finalmente vederlo chiaramente.

Era come se lui avesse sempre saputo di essere destinato a quello. Aveva aspettato a lungo, lasciandosi quasi morire di stenti nell’attesa di poter finalmente tornare da Eleanor, e ora che ne aveva la possibilità, qualunque fosse stata la motivazione del suo gesto, niente al mondo avrebbe potuto fermarlo.

Forse era proprio così che dovevano andare le cose. Forse era proprio questo il grande disegno che era sempre stato dietro ai drammi della loro famiglia. Forse Alvin doveva affogare nel disperato tentativo di salvare Brittany dal mare che la stava inghiottendo, forse Simon doveva essere schiacciato insieme a Jeanette da quella maledetta quercia, e forse Theodore avrebbe dovuto perdere la vita nell’incidente insieme a Eleanor, in questo modo, non ci sarebbero state partenze improvvise che avrebbero diviso la famiglia, né litigi che ne avrebbero minato l’equilibrio, e neppure disperate ossessioni che avrebbero fatto crollare tutto quello che fino ad ora era stato faticosamente ricostruito.

«Theodore… fratello, io… se potessi fare qualcosa per cancellare tutto questo, sarei il primo a provarci, ma non a discapito della mia vita o di quella di chi mi sta intorno. Ogni persona al mondo, ogni giorno, vive dei grandi o dei piccoli traumi, e se ci fosse una soluzione per impedirli è giusto sfruttarla, ma la vita è un bene prezioso, non si può sacrificarla in questo modo!»

«Bhe, Simon. Io sono morto quel 26 aprile 2016, quando mi sono risvegliato dal coma e mi è stato detto che Eleanor non ce l’aveva fatta. Quello che vedete qui è solo il suo corpo, e ora è arrivato il momento che si ricongiunga alla sua anima. Vi prometto solo una cosa: tornerò indietro e vi ridarò la vita che non avete mai potuto avere. E ora, addio.»

Non indugiò ulteriormente. Si lasciò semplicemente cadere dal parapetto, mentre gli altri urlavano il suo nome e gridavano “NOOO”, come se ciò potesse servire a riportarlo indietro.

Il piccolo Mark, fuori di se, quasi corse il rischio di cadere giù insieme a suo Zio, mentre si lanciò precipitosamente verso la ringhiera, e fu fermato all’ultimo secondo da Dave, che lo placò con entrambe le mani.

Tutti i maschi della famiglia Seville presenti in quel terrazzo, guardarono con il volto pallido e sotto shock il corpo di Theodore che diventava sempre più piccolo via via che precipitava dagli otto piani da cui si era lanciato.

Mentre aspettava il momento in cui si sarebbe schiantato al suolo, il chipmunk dalla felpa verde era sereno e per niente preoccupato, perché aveva già provato un’esperienza simile alla morte, e sapeva comunque che in ogni caso, quella non sarebbe stata la fine di tutto, ma solo un nuovo inizio. Doveva solo chiudere gli occhi e aspettare.

Preparati, Ellie. Sto venendo da te. Si disse tra sé e sé, e quello fu il suo ultimo pensiero da vivo.

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