5: Randal

La mattina, mentre stava per accingersi a bere una tazza di caffè prima di prepararsi per andare al lavoro, Linda si trovò ad avere l’inaspettata compagnia di Ian, che spuntò in cucina con ancora l’alone di sonnolenza sul volto. «Giorno.» La salutò con tono letargico.
«Buongiorno anche a te. Già in piedi a sta ora?»
«Già. E’ tutto la notte che non riesco a dormire.»
«Mi dispiace. Ti va un caffè? Magari ti aiuterà a riordinare le idee.»
«Te l’avrei chiesto io se non mi avessi rubato le parole di bocca. Accetto volentieri.» Linda gli servì una tazza e si sedettero insieme al tavolo per consumarlo. «Allora? Il motivo dell’insonnia?»
«Oh, quella… » ingurgitò un sorso di caffè «niente, ho passato la notte a riflettere. Per lo meno Manty ha dormito meglio di me.»
Anche Linda bevette un sorso. «Uhm, riflettere su cosa, se non sono indiscreta.»
«Mah, tante cose. La mia vita, i miei sbagli. Tutti i casini in cui mi sono ritrovato in passato.»
«Già. Per non parlare di quel libro.» Farfugliò la donna, prima di terminare il suo caffè.
«Eccolo, ci risiamo con quel libro! Si può sapere che avete tutti contro quel libro?!  “Ian Hawke, l’autore del Libro”. Dio, ormai sta diventando un fenomeno internazionale! Neanche fossi l’autore di “The secret”!» Ian parve svegliarsi di colpo. «Beh, per lo meno quello la gente l’ha apprezzato.» Aggiunse poi.
Linda si alzò dal tavolo, con l’intenzione di riportare la tazza in cucina. «Beh, non c’è bisogno che te lo venga a dire. Già lo sai qual è il suo problema.» Ci fu un momento d’imbarazzante silenzio tra i due. «Lo sai, vero?» Aggiunse la donna.
Ian inarcò le sopraciglia.  «Sapere cosa, scusa?»
«Vuoi dirmi che tu… oh. » Linda, a quel punto tornò a sedersi.
«Davvero non lo sai?»
«Ma la vuoi piantare con queste domande?! Non so neanche di che parli! Fino a ieri pensavo che facesse solo schifo, e invece?»
Dunque Ian era all’oscuro di tutto.
«Non leggi molto le recensioni online, vero?»
Di risposta Ian fece spallucce in modo seccato.
«Beh, allora mettiamola così: diciamo che tu in quel libro ti eri descritto come una specie di Paperon Da Paperoni, ce l’hai presente?»
«Sssiiiiehhmm…no.»
«Possibile che tu non abbia mai letto un “Topolino” in vita tua?!»
«Mia madre diceva che leggerli rendeva i bambini stupidi, quindi temo di non essere informato in materia.»
«Wow, deve essere stata un’infanzia molto difficile la tua… comunque, De Peperoni… in questi fumetti era lo Zio di Paperino» si arrestò dubbiosa «almeno lui lo conosci, vero?»
«Parla di quel papero con la raucedine?»
«Sì, proprio lui. Insomma, diciamo che suo Zio è il papero più ricco di tutta Paperopoli,  la loro città. E’ un ultra-miliardario che vive in cima a una collina dentro un enorme deposito ricolmo di soldi. Una specie di salvadanaio gigante dove lui ci nuota letteralmente dentro.»
«Un papero che nuota nell’oro insomma. Chi sa perché non ci ho mai pensato io. Ma comunque, questo che centra con me?»
«Vedi, Hawke, lui è sì il papero più ricco del mondo, ma anche il più avaro. Deve proprio a questo la sua fortuna. Un maniaco del risparmio che fa colazione con vecchie gallette scadute e bevendo infusi di te riciclati, e inoltre, ogni volta che ha la necessità di compiere un viaggio, o ha bisogno di qualcuno che lo assista in qualche mansione, si rivolge sempre ai servigi del nipote Paperino, che sfrutta alla stregua di uno schiavo.»
«Un vero infame insomma, adesso si spiega il paragone.»
«Sì, ma non è questo il punto. Lasciami finire: malgrado lui faccia di tutto per minimizzare il più possibile le spese, in taluni casi si ritrova comunque costretto a scucire qualche dollaro. Ed è qui che volevo arrivare! Vedi, malgrado abbia tutte quelle ricchezze, malgrado come dicevi te, nuota letteralmente nell’oro, ogni volta che si trova costretto a dover “pagare”, finisce sempre per lamentarsi e piagnucolare per la malasorte che gli ha imposto tale tortura. Anche se spesso è proprio lui che se le cerca! Ebbene, è quello che tu hai fatto col libro!»
«Io? Non ti seguo… »
«E’ molto semplice, Ian. Da quando hai fatto la conoscenza dei Chipmunks, non hai fatto altro cercare di arricchirti alle loro spalle senza alcun riguardo per la loro salute e i loro desideri. Un po’ come Paperone con Paperino. E anche quando sei incorso nell’errore una seconda volta, e a momenti una terza, hai sempre attribuito la colpa di tutto questo al destino, alla iella, e hai riversato tutto questo in quel libro. Hai cercato di discolparti da tutto, quando invece, chiunque sapeva che in realtà la colpa era tua e solo tua.»
Calò il silenzio nella stanza. Ian abbassò lo sguardo, fissando il caffè, che ancora attendeva di essere bevuto, ondulare sui bordi lucidi della tazza. «Dunque è questo, eh?»
Linda provò una sensazione d’imbarazzo. «Forse sono stata troppo dura, scusami…»
«Oh, no, no.. A dire il vero… era per questo che non ho dormito tutta la notte. Lo so, sono stato un’idiota in questi ultimi anni, e col senno di poi, a quanto pare quel libro non è stato la migliore delle mie idee.»
«Direi proprio di no… però, se ti può consolare, stai facendo un ottimo lavoro con Manty.»
Dall’espressione che gli si disegnò in voltò, Linda capì che Ian trovò da ridire anche su quest’ultima affermazione «Certo, l’hai dimenticata in auto e l’hai scaricata a me praticamente per il settanta percento del tempo che abbiamo passato insieme, però è già qualcosa. Potevi benissimo abbandonarla al suo destino, quel giorno, e invece hai deciso di correre il rischio, pur sapendo a cosa andavi incontro.»
«Mia cara, stiamo parlando di Manty. Nessuno poteva prevedere a cosa sarei andato incontro.»
«Eheh, in effetti.»
«Beh, perlomeno sta mattina ho imparato qualcosa di nuovo.»
«Ah sì, e cioè?»
«Che il mio alter ego dei fumetti è un papero antropomorfo riccone e schiavista.» Linda rise ancora, e a ella si unì anche Ian, in un coro di allegria che gli risollevò il morale.
«Mi sa che sto facendo tardi a lavoro.» Riprese lei.
«Già. e io invece mi sono alzato troppo presto» spezzò la frase con uno sbadiglio «mi sa che me ne tornerò a dormire ancora un po’, prima che Manty si svegli e cominci a invocare due o tre milioni di tonnellate di cibo.»
«Ti ho fatto trovare pronta la colazione per lei in frigo.»
«Sì, lo so. Grazie.»
«Bene, allora… io vado.»
Un non so che di quell’ultima frase gli fece tornare in mente che aveva ancora qualcosa da dirle.
«Linda.» La chiamò, e lei si voltò.
«Sì?»
«Ho deciso che io e Manty torneremo a casa oggi.»
Dopo questa rivelazione shock, Linda sembrò dimenticarsi del suo ritardo. «Ian, ho forse detto qualcosa che non dovevo?»
«Ma no! Anzi! Hai ragione su tutto. Ed è proprio questo il punto. Sei stata una padrona di casa eccezionale, e davvero, lo apprezzo tutto l’aiuto che mi hai dato. Ma credo che sia arrivato il momento che io mi assuma le mie responsabilità.»
«Però puoi sempre cominciare restando ancora qui. Non devi andare per forza!»
La reazione della donna sorprese Ian, che non si aspettava da lei un tale attaccamento.
«E invece devo. Ieri sera Manty mi ha chiesto per l’ennesima volta dove fosse suo padre, e ancora non sono stato capace di dirle la verità. Ma temo che presto dovrò farlo.»
«Ian, adesso sono io che non capisco te. Cos’ha a che vedere col fatto che hai deciso di ripartire?»
«Perché dovremo presto imparare ad andare d’accordo a vicenda, io e Manty. E dovremo impararlo da soli. Quindi prima la riporto a casa, e meglio sarà. Non posso prendermi cura di lei se continuo a scaricarla ad altre persone. Sembra stupido, ma non lo è! Ci ho riflettuto a lungo, e credo che sia la soluzione più giusta. Non mi aspetto che tu lo capisca.»
Invece capiva benissimo. Era contenta che finalmente Hawke avesse deciso di crescere e assumersi le proprie responsabilità con la piccola, tuttavia, avrebbe voluto che restassero ancora un po’. Erano stati con lei per pochi giorni, ma già le erano stati sufficienti per convincersi di essersi affezionata a loro. Malgrado ciò, erano degli ospiti, e come tali, non poteva costringerli a rimanere contro la loro volontà.
«Aspetta solo che sia tornata a casa dal lavoro, ok?» Lo pregò.

Nel pomeriggio di quella giornata la temperatura a Carterson City calò di qualche grado, lasciandosi alle spalle l’umidità afosa dei precedenti giorni e dando spazio a un clima molto più gradevole.
Aspettando il ritorno di Linda, Ian si premurò di procurarsi i biglietti per l’imbarco e a preparare le loro cose. Manty sapeva che sarebbero ripartiti quel giorno, ma anche lei non poté che essere rattristata.
Per un attimo Hawke si chiese se fosse la cosa giusta, ma d’altronde non potevano nemmeno pretendere di alloggiare in casa altrui per sempre! Linda era già stata generosissima ad accettare di ospitarli (e diciamocelo, anche sopportarli) senza esigere nulla in cambio, ora era giunto il momento di levare le tende. In qualunque altro alloggio, Ian si sarebbe sicuramente ritrovato sul lastrico nel dover risarcire gli eventuali danni che Manty avrebbe causato, e a ben pensarci, gli erano più che sufficienti quelli causati al sedile dell’auto noleggiata coi quali si sarebbe confrontato al momento della restituzione.
Ora non restava che caricare i pochi bagagli che avevano con sé e salutarsi con la padrona di casa. E poi sarebbero potuti ripartire.
«Bene, dovrebbe essere tutto.» Costatò dopo aver caricato nel mezzo le ultime cose.
Linda stava tenendo in mano la piccola Manty, alla quale stava sussurrando qualcosa «Non farlo impazzire troppo, d’accordo?»
«Ci prov-erò.» Balbettò lei, emettendo poi degli squittii di risate.
Quando Hawke tornò da loro, Linda estrasse dalla tasca una piccola busta in plastica dal contenuto ignoto e gliela porse. «Ho qualcosa per te»
L’uomo la studiò con curiosità e accettò. «Che cos’è?»
«Un po’ di quel tè che ti avevo promesso.» Disse sorridendogli.
«Oh! Eheh, già. Mi sa che ne avrò bisogno.»
«Un cucchiaino per tazza, cinque per una teiera. Tienilo in infusione per dieci minuti in acqua bollente e poi filtra il fondo con un setaccio.»
«Sembra facile. La userò con quelli della banca, quando verranno a reclamare le mensilità in arretrato della casa. Grazie!»
E di nuovo la donna sorrise.
«A che ora avete l’imbarco?» Proseguì poco dopo, cercando di nascondere tra le impercettibili sfaccettature del suo viso la tristezza per la loro partenza.
«Tra un paio di ore. Se conto il tempo di riportare l’auto e sorbirmi la strigliata dei responsabili per il sedile, dovremo riuscire a farcela.»
«Già, e… se proprio lo perdeste, potreste sempre tornare qui.»
Sta volta fu  Ian ad accennarle un sorriso compiaciuto «Non vuoi proprio che ce ne andiamo, eh?»
«No, non è questo… è che…non ha senso dormire nell’aeroporto quando sapete di poter passare la notte qui…» Cercò di giustificarsi senza sembrare imbarazzata, ma finendo per apparirlo ancora di più. La verità è che le stava venendo un groppo alla gola al pensiero di doversi separare da loro, non voleva che se ne andassero così su due piedi.
«Sono abbastanza sicuro che ce la faremo. Ma questo non è un addio. Viviamo nell’era di facebook e dei social network. Quel genere di saluti ormai non si dicono più!»
«Eheh. Sì, hai ragione. Allora… ci sentiremo.»
Ian le porse la mano per salutarla, ma poco dopo finirono per concedersi un abbraccio.
«Nah, troppo smielato.» Disse Linda.
«Mi copi le battute? Stavo per dirlo io.» Immediatamente si staccarono.
«Ah, scusa ancora per… sì, insomma, quello lì.» Indicò il livido sul volto di Ian, che di risposta l’uomo si massaggiò. «Nessun rancore, me lo sono meritato… forse.»
Linda distolse lo sguardo per puntarlo altrove. «Ehm, Ian… » stavolta indicò l’auto, dove Manty vi si era insediata per perpetrare il suo piano di devastazione del sedile.
«Oh, per la miseria Manty, finiscila!» Ian le corse incontro.
«Hawkey-Hawke!»
«Eh, “Hawkey-Hawke”, non te la puoi cavare sempre con Hawkey-Hawke!» Tornò a rivolgersi a Linda «Ehm, forse è meglio partire, prima che mi rosicchi anche i copertoni delle ruote.»
«Ahahah, forse è meglio! In bocca al lupo, Ian!»
«No, in bocca a Manty. E comunque: “crepi”.»
«Hey!» Disse Manty, offesa.
«Non dicevo a te, intendevo… bah, lascia perdere! Grazie di tutto Linda!»
«Non dimenticarti di tenermi aggiornata, d’accordo!»
«Lo so. Farò del mio meglio per dimenticarmi di te alla svelta!»
«Come, scusa?!»
«Sto scherzando!»
«Oh, ma vattene, va!» Risero insieme per l’ultima volta. Dopodiché si diedero l’ultimo saluto e il viaggio di ritorno per il Wisconsin  poté avere inizio.

Al contrario delle peripezie vissute durante l’andata, il ritorno a casa non fu funestato da spiacevoli inconvenienti.
La consegna all’autonoleggio fu chiarita in maniera relativamente pacifica. Dopo aver verificato attentamente le clausole del contratto, si capì che il risarcimento sarebbe pervenuto attraverso la compagnia assicurativa di Ian, mentre con i proprietari dell’auto si limitò solo a rilasciare delle informali e quanto mai imbarazzate scuse. Quindi tutto bene ciò che finisce bene, per lo meno con loro. Già, perché in ogni caso, prima o poi avrebbe comunque dovuto fare i conti con il suo Assicuratore, ma questo era un’altra storia.
Riguardo al resto, non vi fu alcuno degli spiacevoli inconvenienti nei quali si era imbattuto in precedenza, e riuscirono a far ritorno a casa senza ulteriori contrattempi.
Rivedere la sua misera casetta in legno prefabbricata, col prato incolto e brulicante di erbacce e il vicinato costituito prevalentemente da gente che lo detestavo o che semplicemente non voleva avere a che fare con lui, colmò il suo cuore di commozione. Gli mancava quella vecchia baracca!
Pagò il tassista che li aveva accompagnati fin lì e scaricò i suoi bagagli, e prima di entrare in casa si concedette una breve pausa per contemplare il suo prato, spinto da una voglia tutta nuova di ripulirlo e sistemarlo a dovere.
«Vieni, Manty.» Disse alla chipmunk, per poi avviarsi verso la casa.
Una volta entrati, la piccola se ne andò per i fatti propri, cominciando a correre da una stanza all’altra come di consuetudine, mentre Ian ispezionò l’abitazione per verificare che fosse tutto in ordine.
Salì le scale portandosi dietro il bagaglio, diretto alla camera da letto. La trovò socchiusa, cosa insolita, ma che non era necessariamente sintomo di qualcosa di sospetto.
Mentre apriva la valigia, per cominciare a svuotarla del suo misero contenuto, non si accorse subito della presenza che si trovava con lui in stanza.
Il misterioso intruso tentò di sgusciar fuori di soppiatto dopo essere miracolosamente sfuggito alla sua vita, ma per farlo avrebbe dovuto attraversare la porta. E Ian vi era proprio di fronte.
Inutile tentare qualunque approccio di evasione, i due ben presto finirono per incrociarsi gli sguardi.
Da prima, entrambi urlarono alla vista dell’altro.
«Tu?!»
«Tu?!»
Parlarono in sincrono.
«Che ci fai ancora qui?!?»
«Che ci fai già qui?!?»
Contenuto diverso, ma poste all’unisono.
«Pensavo fossi morto!»
«Pensavo tornassi tra una settimana!»
Entrambi urlarono una seconda volta.
«Randal!»
«Ian!»
Hawke indietreggiò contro l’armadio, convinto di avere un’allucinazione. «Mi… mi avevano detto che eri morto! Ho… ho trovato la tua foto per terra sul ciglio della strada!»
«Sì, beh… ecco… bella giornata oggi!»
«PER LA MISERIA, IO TI CREDEVO MORTO!!»
«Abbassa la voce, ci sento benissimo!» Guardò verso la porta «Lei dov’è?»
«Tua figlia? E’ da basso!»
«Chiudi la porta, per favore.»
«E perché dovrei farlo?»
«Perché non voglio che mi senta. Assecondami!»
Ian andò a chiudere la porta, come gli era stato chiesto dal chipmunk, ma non lo fece per assecondarlo, bensì perché non voleva essere colto in fragrante da Manty nell’atto di far a pezzi suo padre. Ma Randal questo non lo capì.
«Scommetto che ti starai chiedendo come mai io sia vivo e perché mi trovi in casa tua, vero?» Gli chiese il chipmunk.
Ian lo guardò, ma non gli rispose… non con le parole. Spiccò, invece, a gran sorpresa, un tuffo verso di lui, che il chipmunk dovette schivare per evitare di esserne travolto.
«Hawke, ma che ti prende?!»
Ian tentò di agguantarlo ancora una volta, poi un’altra, e un’altra volta ancora.
«No, Ian! Calmati. Calm down. Calmez-vous. Smirise. Beruhigen!»
Non riuscendo ad acciuffarlo, l’uomo aprì uno dei cassetti del comodino e iniziò a lanciargli contro tutto quello che vi trovava. «Questa… me la…paghi! Hai… Idea… di quante… me ne hai… fatte… passare?!» Ogni parola era interrotta dal lancio di un oggetto contro Randal, che  dovette scartare con l’agilità di un giocatore di dodgeball per non farsi colpire.
«Almeno lasciami spiegare, no!» Un posacenere gli volò a pochi centimetri dalla testa, colpendo la parete alla sua sinistra. Ian frugò ancora, ma oramai il cassetto era vuoto. Si calmò e sedette a terra per riprendere fiato. «Ok… parla.» Disse al chipmunk, pronunciando a fatica le parole.
«Ecco… ehm… non avevo previsto che mi avresti lasciato parlare, quindi… non ho preparato il discorso… »
Ian si rialzò goffamente «Ok, sono certo di aver lasciato la mia mazza da baseball qui, da qualche parte.»
«No, no, no, aspetta! E va bene, hai vinto!»
«E allora comincia a spiegare, partendo da A: perché ti sei finto morto per costringermi ad adottare tua figlia e concludendo con B: dicendomi come hai fatto a entrare in casa mia!»
«Beh, per entrare è stato facile, è bastato passare dal buco nello sgabuzzino.»
«Quale buco?! Non ci sono buchi lì dentro!»
«Hai ragione solo in parte, tecnicamente: non c’erano.»
Ian si ammutolì momentaneamente. «La mazza. Dev’essere nell’armadio! Ne sono certo!»
«E aspetta un momento! Subito a partire con la violenza!»
«Randal, giù al piano terra c’è tua figlia, che da quattro giorni non fa che chiedermi di continuo dove sia suo padre! E non hai idea di quanto sia stato difficile tacere per non doverle dare questa risposta! Ma ancor di più, hai la minima idea di quante me ne abbia fatte passare? Quanti morsi, quanta devastazione si sia lasciata alle spalle?! Quindi dammi una ragione per cui ora non debba trasformarti in un cappello da boy scout, una sola!»
Alla domanda, Randal sembrò titubare. C’era forse qualcosa che non voleva che uscisse allo scoperto?
«Allora?» Insistete Ian.
«Allora cosa?» S’indispettì. «Hai visto anche tu com’è! Come potevo prendermi cura di una figlia così?! Da solo, oltretutto!»
«E quindi hai pensato bene di abbandonarla a se stessa? Bravo, complimenti! Grande prova di responsabilità per il chipmunk Randal! Se non fosse che da te uno se lo potrebbe aspettare, meriteresti il ripudio da parte di tutta la tua razza!»
«Ho sbagliato, va bene?! Demonizzami pure, ma il fatto è che non posso prendermi cura di lei. Non ne sono in grado!»
«E secondo te io sarei stato più adatto di te?!»
«Beh, non mi pare che ti sia andata malaccio fino ad ora, o mi sbaglio?»
«Questo lo insinui te, e non è comunque il punto, perché eri TU che avresti dovuto provvedere a lei, non IO!»
«MA IO NON POTEVO FARLO, VUOI CAPIRLO?!?»
«PERCHE’?!»
Randal perse improvvisamente il vigore, travolto ancora una volta da quella domanda alla quale non intendeva rispondere. «Ecco io…non… non potevo, stop!» Tagliò corto «però non volevo abbandonarla a se stessa! E così ho pensato: “Magari posso chiedere una mano all’unica persona che in questa contea considero un amico!”, e si da il caso che quella persona eri tu, Hawke!»
«Sappi che non mi incanti con i sentimentalismi!»
«Ma non sono sentimentalismi! E’ la verità! Quel… quel pomeriggio stavo tornando per riprovare a convincerti, quando, fatalità, mi ritrovo in mezzo alla strada del tuo isolato la carcassa di un animale spiaccicato. Qualunque cosa fosse stata, non aveva importanza, ma aveva il mio stesso colore di pelo, perciò… »
«Perciò hai pensato bene di mettere in piedi una messinscena degna di una puntata di CSI!»
«Beh, sì… più o meno. Ho pensato che se te ne accorgevi in tempo, ciò sarebbe bastato per farti cambiare idea, così ho tenuto d’occhio la zona finché non ti ho visto uscire. E’ stato un vero colpo di fortuna che tu abbia notato quel tizio che puliva l’asfalto. Un minuto in più e tutto sarebbe andato in fumo, ma dopo ti ho visto rientrare, e a quel punto credevo di essermela giocata male. E invece no! Stavo tornando al nido, pioveva, e a un certo punto ti ho visto correre in mezzo al bosco con in mano mia figlia. Ti ho tenuto d’occhio di nascosto, giusto per assicurarmi che le cose stessero procedendo bene, e poi mi sono fatto da parte. Ed ecco tutto!»
Ian non emise alcun suono per una manciata di secondi, dopo di che «Te lo chiedo ancora una volta: perché?»
«“Perché” cosa?»
«PERCHE’-MI-HAI-AFFIDATO-TUA-FIGLIA?!?» Scandì una ad una le parole.
Randal sbuffò «Perché non posso fare il padre, non ne sono capace, ok?! Non me ne è mai importato niente e non voglio averci niente a che fare! E anzi, meglio che ora me ne vada.»
Si avviò verso la finestra, in quel momento chiusa.
«Ti dispiacerebbe aprirmela. Se uscissi dalla porta corro il rischio di farmi beccare.»
«Sei disgustoso! Non vorrai filartela per davvero, voglio sperare?!»
«Non è “Io voglio”ma “Io sto”. E sto per andarmene!»
«Ah sì? E come pensi di fare, sono curioso!»
«Vuoi forse impedirmelo?»
«Dovrai passare sul mio cadavere, se vuoi andartene da qui.»
«Molto bene.» Randal allora si arrampicò con un salto sulla scrivania, e da lì, saltò sul davanzale della finestra. Ian lo guardò con fare si sfida, non immaginando cosa stava per accadere. Il chipmunk tirò un pugno al vetro della finestra, e per quanto minuto, il colpo si rivelò sufficientemente potente da sfondarne una minuta porzione, sufficiente a lasciargli lo spazio per uscire. Hawke restò a bocca aperta, incapace di concepire come il chipmunk ci fosse riuscito.
«Un consiglio: la prossima volta compra dei vetri di qualità migliore.» Ammonì il chipmunk, poco prima di infilarsi nel foro per dileguarsi.
«Pa-pà!» Proprio in quel momento, Manty fece la sua apparizione nella stanza dopo essere riuscita ad aprire la porta, attratta dal forte baccano provenire dall’interno della stanza, e quando entrò, fece solo in tempo a vedere suo padre svicolare fuori da un foro aperto nel vetro della finestra.
Quando udì la sua giovane e inconfondibile voce Randal si fermò, e tra i due vi fu un breve incrocio di sguardi.
Gli occhi del chipmunk adulto si colmarono di uno straziante dolore, contenuto a malapena, in netto contrasto con la gioia che provava la piccola nel sapere di aver appena ritrovato suo padre.
«Evangeline… mi… mi dispiace.» Riuscì solo a balbettare Randal. Era questo il suo vero nome, Evangeline? Si chiese Hawke.
«Pa-pà?»
Randal avrebbe dovuto far marcia indietro e ricongiungersi a lei, o per lo meno, questo era quello sul quale Ian era pronto a scommettere, ma qualunque fossero le sue ragioni, non tornò. Saltò giù dalla finestra, atterrando tra i cespugli del giardino e corse via.
«Papà!!» la piccola gridò e parve intenzionata a seguirlo, ma Hawke  la fermò. Aspetta, Manty!»
«La-iami!» (lasciami!) Lo morse ripetutamente, tanto che Ian dovette far fronte a tutta la sua volontà per impedirle di liberarsi.
«E’ andato via, non lo vuoi capire?! E’ scappato!»
«Ma, lui è il m-io papà!»
«Lo so, piccola. Ma non vuole che tu lo segua! Non lo so perché, ma è così. Adesso calmati, per favore. Calmati.» Manty smise di dimenarsi e si arrese.
«Bene. Io adesso ti lascerò andare, ok?» Allentò la presa.
«Hawkey-Hawke… io, voglio il papà!»
«Lo so, Manty. Ma lui vuole che tu resti con me ancora per un po’.» Si guardò la mano, rendendosi conto di doverla medicare. Questa volta non era stato un gioco. Le ferite che gli aveva inferto erano ben più gravi del solito, ma vedendole, si chiese quali fossero le più estese: se quelle fisiche, provocate alla sua mano dalla piccola, o quelle emotive al cuore di lei, causate dall’insensibilità del padre?

Passarono due giorni da quando Randal se l’era filata dalla finestra nella stanza da letto e in casa il clima era divenuto uno dei più tristi che si potessero pensare.
Ian si era medicato da tempo la mano e oramai le sue ferite erano in fase di lenta guarigione, ma per quanto riguarda Manty, la situazione si era fatta più seria. Randal le aveva spezzato il cuore, per poi masticarlo e sputarlo dove gli capitava in un miscuglio di frattaglie informi. Con lei non sarebbero bastati del disinfettante e una fasciatura per rimetterla in sesto. Il suo era un dolore nell’animo. Una delusione che nessun adulto vorrebbe mai provare, figuriamoci un cucciolo di chipmunk.
Tutto era cambiato da quella volta: Manty non bramava più il cibo come prima, per non parlare della sua irrefrenabile vitalità che sembrava ormai giunta alla sua ultima corsa. Ora ciondolava da una stanza all’altra, spesso priva di meta, e Ian fu costretto ad ammettere che, come recita il detto popolare, “non si era reso conto di ciò che aveva, fino a che non lo aveva perso”.
«Manty, dove sei?» Era l’ora di pranzo. Ian aveva provato a chiamarla ripetutamente per dirle di venir a mangiare. Ma sembrava svanita nel nulla.
Il telefono squillò, all’altro capo della linea, Linda attendeva la risposta.
«Pronto?»
«Ian, sono io.»
«Oh, ciao Linda. Come stai?»
«Bene, sì. Ma voi? Manty si è risollevata?» Era al corrente degli ultimi avvenimenti.
«Se si è ripresa, non lo da a vedere: non vuole mangiare, non vuole giocare e adesso pare si sia nascosta da qualche parte. Non riesco a trovarla.»
«Dalle tempo. La conosci, vedrai che le passerà. Comunque chiamavo solo per sapere se c’erano novità con lei.»
«Purtroppo, niente non ti abbia già detto.»
«D’accordo, allora scusa se ti ho disturbato. Andate pure a mangiare, perché qui il lavoro mi reclama.»
«Nessun disturbo, anzi. Ti terrò aggiornata.»
«Va bene, grazie. Ciao Ian, statemi bene.»
«Altrettanto, ciao anche a te.» Dopo quella breve telefonata, Ian tornò a cercarla.
La cosa strana era che non aveva avuto sue notizie da tutta la mattinata. Si erano svegliati insieme, e lei sembrava quasi più vitale dell’ultima volta, ma dopo la colazione improvvisamente era svanita nel nulla.
«Adesso basta, Manty! Esci subito fuori! Non ho voglia di giocare!» Nell’aria circolava qualcosa di strano, un sospetto terrificante.
E se fosse scappata di casa? No, era impossibile! O forse no? La porta era chiusa, e in ogni caso, anche se la chipmunk sarebbe sicuramente stata in grado di aprirla, era impensabile che uscisse senza che Ian se ne accorgesse. Inoltre non era al corrente della via d’accesso dello scantinato usata da Randal. Dunque, rimaneva una sola via d’uscita tra lei e l’esterno.
Ian corse come un ossesso al piano superiore, diretto verso la camera da letto. Non aveva ancora avuto l’occasione di sostituire il vetro devastato dal pugno di Randal, perciò, nel durante, lo aveva raffazzonato alla meno peggio con del nastro isolante.
Quando vide il foro nuovamente aperto da quelli che sembravano chiari segni di piccole unghiate, si senti quasi svenire, e dovette aggrapparsi all’armadio per non incespicare su se stesso. Accadde proprio quello che aveva temuto: Manty era scappata.

Non poteva essere andata troppo lontano. Voleva a tutti i costi ricongiungersi con suo padre, perciò l’unico posto logico in cui lo avrebbe dovuto cercare era la foresta.
Era molto improbabile che fosse tornato lì, ma questo Manty non poteva saperlo.
Ian doveva ritrovarla. Uscì di casa senza nemmeno preoccuparsi di chiudere la porta a chiave. Per raggiungere la foresta avrebbe dovuto attraversare la strada di fronte al suo isolato, per poi girare intorno all’abitazione del suo vicino di casa (non ne conosceva il nome, ma ora lo identificava come “quello che aveva pulito la strada dal finto cadavere di Randal).
Si guardò intorno nel frattempo per cercare di localizzare possibili tracce del passaggio della chipmunk: orme, sentieri di erba calpestata e – perché no? – tracce di morsi a cose e persone. Non trovò niente, ma d’altronde Hawke non era un segugio.
Cominciò a circumnavigare la casa del vicino, quando fu attratto da un dettaglio che lo fece tornare sui suoi passi e buttare un’occhiata al vicolo sul lato destro dell’abitazione. Qualcosa stava rovistando nel bidone della spazzatura, spargendo dovunque i rifiuti e avanzi di cibo.
«Randal?» Quando capì chi fosse il responsabile di quel casino, stentò a crederci.
«Hawke! Le nostre strade si incrociano di nuovo, vedo.»
«Ma… che ci fai ancora qui? Pensavo che te ne fossi andato!»
«Beh, le intenzioni sono quelle, ma dovevo pur mangiare qualcosa prima.»
«E hai passato due giorni a frugare nei bidoni della spazzatura?»
«Prova te a trovare qualcosa di commestibile qui dentro!» Come dimostrazione tirò fuori dal pattume una lattina di tonno vuota e unta di olio raffermo.
Non ha tutti i torti, ammise tra sé e sé Ian. «Non importa, senti, Manty è qui con te?»
«Chì?»
Dimenticava che Manty era un nome che le aveva dato lui. «Tua figlia, Randal. E’ con te?»
«Ehm… no. Cosa le è successo?»
«E’ scappata di casa per andare a cercare quell’idiota irresponsabile di suo padre, ecco cosa! E chi sa che fine ha fatto adesso!»
«Deve essere tornata alla tana, è l’unico posto dove andrebbe.» Spiegò Randal, anche se non sembrò poi così stravolto dalla tragica notizia.
«E’ quello che pensavo anch’io, infatti stavo andando lì. Vieni con me, sbrighiamoci.» Ian stava già per ripartire, convinto che Randal gli sarebbe venuto dietro. «No.» Esclamò bruscamente il chipmunk.
Ian fece dietrofront verso di lui. «Cosa?»
«Non posso aiutarti, Ian, mi dispiace. Vai da solo.»
Tra l’attonito e lo sgomento, Ian dovette trattenersi dal non urlargli contro tutta la sua furia. «Accidenti a te, Randal! Tua figlia sta rischiando di perdersi nella foresta per ritrovarti, e tu non vuoi neanche smuovere le chiappe per andare a cercarla?! Sai che ti dico: sarà molto meglio per te che non ti riveda in giro quando saremo tornati. Sparisci dalla nostra vita e non tornare mai più!» Non aveva tempo da perdere con lui. Ripartì di corsa senza dargli il tempo di rispondere.

«Manty! Maaanty! Dove sei, piccola?!» Vagando tra gli alberi, Ian prestava attenzione a qualsiasi impercettibile suono che potesse rivelargli la presenza della chipmunk nei paraggi. Ogni ramoscello smosso poteva essere un suo passo nella boscaglia, ogni piccolo verso poteva essere la sua voce che rispondeva al richiamo di Ian. Niente di tutto questo però alla fine si rivelò Manty. Dovunque ella fosse, era ancora troppo distante per udire la sua voce (ammesso e non concesso che fosse effettivamente lì e che non si stesse nascondendo alla sua vista).
Ian continuò a cercarla, seguendo i sentieri tracciati dagli escursionisti lungo il ruscello (lo stesso percorso che fece la prima volta che vi si avventurò), ma doveva percorrere ancora molta strada prima di raggiungere il nido.
Si fermò per guardarsi intorno. «Manty!» Chiamò ancora, e ancora nessuna risposta. Ma un suono sì. Alle sue spalle gli parve di sentire il crepitio di foglie calpestate. Quando si voltò, lui era lì, di fronte a Ian.  «Hai cambiato idea?»
Randal avanzò timidamente. «Io… c’è una cosa che non sai. So che c’è un’emergenza, ma ho bisogno di parlarti.»
Hawke osservò il paesaggio circostante, Manty non era nei dintorni, e ora come ora un minuto in più o un minuto in meno speso nella sua ricerca non faceva molta differenza. «Che cosa c’è?»
«Non sono stato molto onesto con te, c’è un pezzo della storia che devi conoscere.»
Ian lo guardò con fare sospetto «Che vuoi dire?»
«Io… ti ho mentito, Hawke… ecco cosa.»

Qualche tempo prima.
Randal era felice. Dopo diversi anni spesi a bighellonare nei boschi senza meta e vivendo con ciò che la vita quotidianamente gli offriva, aveva finalmente trovato una motivazione d’esistere nei volti delle chipmunk che erano diventate la sua famiglia.
Conobbe quasi per caso una scoiattolina di nome Melody che ben presto divenne la sua compagna di vita. Randal provava un amore incondizionato per lei, che ben presto si concretizzò in Evangeline.
La loro figlioletta era vivace e dal tratto un po’ aggressivo: aveva la tendenza a mordere qualsiasi cosa le capitasse sottotiro, ma ciononostante non impediva ai suoi genitori di volerle un gran bene.
Negli ultimi tempi una serie di lavori di disboscamento nella foresta aveva complicato la vita di tutti gli animali che vi abitavano, compreso Randal e la sua famiglia.
Non era stato facile doversi spostare in una nuova tana per trovare riparo, ma la zona in cui si insediarono, tutelata dalle leggi locali come area protetta, garantì loro un soddisfacente ritorno alla normalità. Sfortunatamente, però, anche i predatori si accorsero di questo.
Avere la sicurezza di una nuova casa imponeva come prezzo salato di dover sempre prestare attenzione alle minacce che in qualunque momento potevano compromettere la tranquillità della loro vita.
Randal agiva come un genitore modello, assicurandosi di tenere al sicuro la sua famiglia dai pericoli incombenti. Si offriva sempre volontario per il ruolo di sentinella durante le ore all’aperto e si premurava di procurar sempre abbondanti scorte di cibo per sfamare la sua compagna e la figlia.
Non era raro che Melody si offrisse di sostituirlo di tanto in tanto per consentirgli di recuperare le forze, ma l’amore platonico che provava per loro lo aveva reso uno stakanovista per il quale l’idea del riposo veniva ripudiata con ogni fibra del suo essere. Era lui che doveva incaricarsi del lavoro pesante, mentre loro dovevano solo stare al sicuro, almeno fino a quando le acque non si sarebbero calmate.
Occasionalmente non disdegnava di andare a fare un saluto a Ian Hawke, un umano che malgrado facesse di tutto per sembrare scorbutico e associale, aveva conquistato la sua simpatia.
Col trascorrere delle giornate, Randal si convinse di essersi abituato al ritmo di lavoro che la vita quotidiana gli imponeva e mentre lui si occupava di tutto, Melody si prendeva cura di Evangeline. Poi un giorno, accadde qualcosa: Randal si sentiva esausto. Non godeva più della resistenza fisica e mentale di un tempo, che col passare dei mesi aveva finito per corrodersi sempre di più prosciugando le sue energie. Accadde tutto troppo in fretta. Non si era mai concesso un solo giorno di riposo, ma durante la sua quotidiana ricerca del cibo, tra sé e sé pensò “Melody ha ragione, sto esagerando. Non ne posso più.” E così decise: si appartò tra i rami di un albero, a una ventina di metri dal suo nido e si appisolò.
Quanto dormì, non seppe dirlo, ma fu svegliato da alcune grida provenienti dalla direzione del suo nido. Non perse tempo. Balzò subito giù dai rami e si precipitò con il cuore in gola verso di esso.
Corse a perdifiato su tutte e quattro le zampe, urlando con tutte il fiato che aveva nei polmoni il nome di Melody, sperando in una risposta che lo tranquillizzasse, ma quando arrivò l’unica cosa che riuscì a vedere fu grosso falco che volava via dal loro nido ghermendo qualcosa tra gli artigli.
Si sentì morire, urlò ancora inveendo contro il rapace che non curante e soddisfatto se ne andava col suo bottino. Quando Randal raggiunse il nido, disperato e attonito, come prigioniero di un incubo dal quale non riusciva a svegliarsi, si rese conto di non aver nemmeno prestato attenzione alle forme della vittima. Chi delle due era stata presa? La sua compagna o la piccola Evangeline. Non aveva il coraggio di affacciarsi nella cava dell’albero per ispezionare le condizioni del nido. Ma doveva sapere, scoprire quale delle due era stata vittima della sua negligenza.
Trovò Evangeline, nascosta in un angola della tana, priva di sensi ma grazie al cielo anche priva di ferite. Stava bene. Tuttavia, malgrado il sollievo di scoprire che la sua piccola era ancora viva, dall’altro lato della medaglia, si rese conto di aver perduto la sua compagna, il suo amore. Perita probabilmente per salvare la piccola dalle grinfie di quel maledetto falco.
Se soltanto Randal fosse stato lì, avrebbe sicuramente saputo proteggerle, qualcosa se lo sarebbe inventato, ma non fu così. Per una volta che le aveva lasciate sole più del previsto, il destino era stato spietato con tutti loro. E non sarebbe successo niente se soltanto la lotta per la sopravvivenza non avesse spinto i predatori a scatenare una vera e propria guerra contro i pacifici abitanti della foresta.
Chi sarebbe stato il prossimo? Lui, sua figlia? Non poteva andare avanti così. Era stato uno sciocco a illudersi di poter donar loro una vita serena malgrado tutto, e per questo ne stava pagando le conseguenze.

Presente.
«Quindi ho pensato: “Magari posso portarla da qualche altra parte? Un posto lontano dalla foresta dove potrebbe vivere al sicuro e protetta. Già, ma dove?” Il tuo nome mi è saltato subito in mente. Eri l’unico amico umano che conoscevo, l’unico che poteva tenerla con sé. E così, beh… il resto lo sai.» Terminata la storia, il volto del chipmunk era solcato da profonde rughe di rabbia e sconforto, che faticosamente cercava di contenere.
Ian invece era attonito di fronte a quanto aveva appreso. Il chipmunk che aveva sempre marchiato come un’irresponsabile canaglia, in realtà era un amorevole padre di famiglia dai trascorsi terribili. Un padre disposto a qualunque cosa per il bene di sua figlia.
«Io non riesco a capire… perché non me l’hai detto subito?» Gli chiese.
«Perché lei non sa niente. Non ha alcun ricordo di quanto è successo. Quando si è svegliata le ho solo detto che sua madre se n’era andata. Non volevo che sapesse la verità, e meno persone lo sapevano, meno rischi c’erano che trapelasse qualcosa. Ecco tutto!»
«E ora invece hai cambiato idea, perché?»
«Perché, Hawke… non volevo che l’ultimo ricordo che tu avessi di me fosse quello di un padre meschino che non riconosce sua figlia, io… » Probabilmente stava per dire qualcos’altro, ma si arrestò. In seguito, si voltò e fece per andarsene.
«Hey, che stai facendo?»
«Me ne vado. Adesso sai la verità. Vai e trovala, sono certo che si troverà bene con te. Sicuramente… sicuramente meglio che con me… »
«Un momento, volgi le chiappe da questa parte e ascoltami. Nel caso non te ne fossi ancora accorto, tua figlia si è cacciata in questo guaio per colpa tua!»
«Lo so questo, e difatti… »
«No, non sai niente! Serra quella mascella e sturati le orecchie: lei è scappata di casa per cercare te! TE, è chiaro?! Mi dispiace davvero molto per quello che vi è successo – certo se l’avessi saputo avrei fatto meno lo str… l’infame – ma questo non ti da il diritto di defilartela lasciando me allo sbaraglio! Lei è tua figlia, e ti vuole bene. Ha bisogno di te, sei suo padre! Io potrei anche darle una catapecchia di casa che la tenga lontana dai predatori, ma non sarà mai felice se tu te ne vai!»
«Ma mi… mi ha  visto scappare via dalla finestra, come farò a… »
Ian lo arrestò subito «Non mi partire con le frasi fatte da sequenza drammatica di un film Hollywoodiano. Questa è ben altra cosa! Tu sei suo padre e lei è scappata per cercare te. Io sono solo l’umano scorbutico che da titolo alla storia. Quindi trai te le conclusioni!»
Randal ragionò su tutto quello che Ian gli aveva detto fino a quel momento, sulle sue parole, sul significato che cercava di trasmettergli. Da una parte qualcosa gli diceva di non dargli ascolto, proseguire sulla propria strada e sparire per sempre dalla loro vita come si era ripromesso di fare, ma dall’altra, beh, dall’altra il dubbio era sorto. Stava compiendo davvero la scelta giusta? Ci fu un’accesa battaglia all’interno della sua mente tra la coscienza, il raziocinio e l’istinto, in cui ognuno si imponeva agli altri per dire la sua. L’istinto, in particolare, si stava comportando come un bulletto viziato, che ad ogni pensiero replicava all’idea di restare. Lasciò che le parti si contrapponessero per il tempo che gli sarebbe stato necessario, fino a quando non giunsero al verdetto definitivo.
«Io…  credo tu abbia ragione… » cominciò a parlare con tono sommesso, ma subito dopo riacquisto la sua sicurezza «insomma, lei è mia figlia! Non la posso abbandonare di nuovo! Devo essere io a trovarla! Io mi devo ricongiungere a lei!»
Trionfante, Ian sorrise. «Vedo che finalmente l’hai capito! Ce ne hai messo di tempo.»
«Si vive per sbagliare, dopotutto! Vai pure a casa Hawke, torneremo da te quando l’avrò ritrovata!» Gli disse, nella convenzione che da quel momento in poi sarebbe toccato a lui e soltanto a lui proseguire la ricerca.
«Nah, ti darò una mano anch’io. In fondo sono pur sempre il protagonista della storia!» Obbiettò invece l’uomo.
«Dici davvero? Ma se fino a poco fa dicevi che … oh. Ok, fa niente. Una mano mi farà comodo!»
Fu così che, stretto l’accordo e accantonati brutti ricordi e rammarichi del passato, Ian e Randal ripartirono alla volta della foresta, alla ricerca di Mant… Evange… Man… Eva… insomma, della piccola chipmunk. Senza tuttavia sapere se l’avrebbero mai ritrovata.

«A proposito, perché quel nome?» Chiese Randal qualche minuto dopo, mentre la loro ricerca proseguiva.
«Eh?»
«Parlo di “Manty”. Come mai l’hai chiamata così?»
«Oh, quello… è accaduto la volta che l’ho tirata fuori dal nido. Sai, mi ha quasi staccato un dito e così l’ho insultata chiamandola, ehm… Manticora.»
Randal rise. «Già, ha il brutto vizio di mordere ogni cosa, lo so bene…» si fermò e gli mostrò una profonda cicatrice sulla zampa anteriore sinistra, che solcava l’avambraccio in una parabola a mezzaluna che lasciava uno spazio glabro lì dove probabilmente erano stati affondati i denti.
«Wow… » commentò Ian, lanciando anche una veloce occhiata di sfuggita alla sua mano fasciata.
«La prima volta che l’ho tenuta in braccio, era appena nata. Aveva delle zanne che sembravano tagliole per orsi in miniatura!»
«Aspetta un momento!» Scattò d’improvviso Ian.
«Che c’è?» Randal si guardò intorno. Hawke aveva forse visto qualcosa?
«Sei sicuro che sia stato un falco a far… ehm… »
Randal guardò severo Ian. «Che vorresti dire con questo?!»
«Oh, no, no! Niente, niente. Fa come se non avessi detto niente! Lascia stare»
Riprese la marcia in tutta fretta lasciandosi alle spalle il chipmunk.

Poco dopo:
«Randal, non volevo dirtelo, ma sono quindici minuti che camminiamo, e ti dico che la strada non è questa, dovevamo andare di là, da quella parte!» Indicò il ruscello, dal quale si erano decisamente allontanati.
«Lo so. Per chi mi hai preso? Hai idea di quante volte abbia fatto avanti indietro da casa tua al nido?»
«E allora perché non ci stiamo andando?!»
«Ma certo che ci stiamo andando, solo che prima dobbiamo fare una cosa.»
Ian dovette seguirlo, ma nel durante si chiese quale fosse questa “cosa” che doveva fare. Arrivati ai piedi di un abete, Randal cominciò a scavare nel terreno. «Dammi una mano, per favore.»
«Ma certo! Tua figlia è chi sa dove e noi qui scaviamo per cercare tartufi!»
«E mettiti a scavare!»
«Sì, sì, sto arrivando. Eccomi, uffa.»
Rimestarono una grossa zolla di terreno, finché non venne alla luce quello che agli occhi di Ian si mostrò come un’allucinazione. «Ma questo è il mio libro!»
«Visto? Te l’ho detto che l’avevo letto! Merito di quelle due escursioniste della foto. Sono state loro ad averlo lasciato.»
«Non mi avrai portato fin qui solo per farmi vedere QUESTO?!»
«Sì e no. Prendilo, ce lo portiamo dietro.»
«E… e a che ci serve?!»
«Tu prendilo, fidati.»
Mentre Randal se ne andava, Ian fu costretto di controvoglia a doversi trascinarsi dietro la copia lercia e infangata del suo libro, e mentre riprendevano le ricerche, si chiese se farsi accompagnare da Randal fosse stata davvero una buona idea.

Da un’altra parte della foresta.
Manty raggiunse finalmente il nido che era stato la sua casa fino a una settimana prima, convinta che al suo interno vi avrebbe trovato suo padre pronto ad accoglierla.
Si arrampicò con agilità e destrezza sulla corteccia per poi proseguire la scalata balzando da un ramo all’altro, e quando lo raggiunse entrò subito nella buca, pronta a tuffarsi tra le braccia di Randal. «Papà?» Chiamò lei, non vedendolo subito di fronte a se, ma nessuno le rispose. Fu allora che capì di aver preso una cantonata: era ormai ovvio che non c’era nessuno lì. O forse sì? Magari era solo uscito!
Manty sgattaiolò fuori dalla buca e continuò a guardandosi intorno alla ricerca del genitore.
«Papà!» Provò di nuovo.

Non molto lontano.
Il falcò volò in cielo, disegnando un cerchio perfetto sulla volta celeste. Aveva fame e sapeva che da qualche parte nei dintorni c’era un albero che avrebbe fatto al caso suo. Non era la prima volta che vi si “riforniva” e ora bastava solo che lo trovasse. Aguzzò la vista, localizzando immediatamente il suo bersaglio. Dopo aver completato un altro cerchio in volo, calò giù in picchiata sguainando gli artigli.

Non mancava molto al nido.
Finalmente Ian e Randal si erano rimessi in cammino lungo il torrente, e ora dovevano solo raggiungere la “Pierre sous la forme de pierre” vicino alla quale era situato il nido.
Ian si voltò sui loro passi. Diversi minuti prima gli parve come che qualcuno li stesse seguendo, e quell’opprimente sensazione non lo aveva abbandonato da allora.
«Hey, hai sentito?» Chiese Randal, mettendosi sull’attenti. Non molto lontano da dove si trovavano, la voce di Manty che invocava suo padre giunse alle loro orecchie caricandoli di gioia. «E’ lei!» Confermò Ian.
«Muoviamoci!» Incitò il chipmunk.
Accelerarono il passo, per poi mettersi a correre lungo la foresta. «Evangeline, sono qui!» Rispose al suo appello Randal. Poi Ian si fermò di nuovo: qualcuno li stava decisamente seguendo, non vi erano più dubbi.
«Ehm… Randal… » Disse Hawke subito dopo, dandogli le spalle.
«Sì, Hawke?»
«Abbiamo dei problemi… »
«Ma davvero?» Chiese il chipmunk, senza voltarsi.
«Sì… per la precisione, tre. Con tanti denti, bava alla bocca e un pessimo carattere.»
Randal dunque si girò nella direzione di Ian.
Di fronte a loro tre lupi famelici aspettavano solo la mossa del capobranco per assaltarli.
«Wow…» cominciò Randal «Sai, anch’io qui ho un problema, Hawke.»
«Ma davvero?» Chiese Ian, senza distogliere lo sguardo dai tre predatori.
«Sì, e questo è uno solo. Grosso, brutto e… bruno.»
«Bruno?» Ora fu Ian a voltarsi verso Randal, e quello che vide fu un grosso esemplare di Orso Grizzly, che gli ruggì contro quando i loro sguardi si incrociarono.
«Oh porca vacca!» Imprecò l’uomo, e i due si misero spalla contro spalla a tener d’occhio le belve.
«Ok, Randal… ho un piano! Tu comincia a correre di qua e di là per distrarli, mentre io mi arrampico in un albero e mi metto in salvo!»
«Ma per favore, i predatori puntano sempre alla preda più grossa; se ci fai caso stanno tutti guardando te!» Sfortunatamente per Ian, Randal aveva ragione.
«E allora che diavolo facciamo?!» L’orso nel frattempo avanzò di qualche passo, mentre i lupi stavano solo litigandosi il privilegio di chi doveva attaccare per primo.
«Fai quello che ti dico io, muoviamoci vero il fianco destro, con calma, molto lentamente e senza movimenti bruschi.» Disse Randal, sussurrando a bassa voce.
«Che vuoi fare?»
«Sai quando dicevo di fidarti di me?»
«Sì?»
«Ecco, continua.»
L’orso ruggì ancora e i lupi avevano evidentemente stabilito la loro gerarchia di attacco.
«E’ meglio che ci sbrighiamo. Fianco destro, ora.» Proseguì.
«Aspetta, la mia destra o la tua?»
«Per Diana! Da quella parte, Hawke, muoviti!»
Si spostarono quindi secondo le direttive di Randal, stando attenti a non voltare mai le spalle ai loro predatori. Quello che successe è che mentre loro avanzarono verso il fianco destro, i tre lupi e l’orso confluirono gli uni verso l’altro, diventando un unico, compatto branco di carnivori multi – specie che bramavano tutti di farsi uno spuntino con le membra dei Nostri.
Randal e Ian terminarono la loro marcia quando si ritrovarono con le spalle coperte dal tronco di un grosso albero.
«E adesso?» Domandò Ian, con la voce sempre più tremolante.
«Adesso lanciagli il libro.»
Ian dimenticò all’istante la minaccia dei predatori e guardò verso Randal, sconcertato.
«Che devo fare?!?»
«Lanciagli contro il libro. Non mi sembra difficile!»
Solo ora Ian si rese conto di tenere ancora in mano la sua copia infangata dell’autobiografia. A questo punto tanto valeva fare come diceva il chipmunk, perché in ogni caso da lì a qualche minuto sarebbero comunque finiti divorati dalle quattro bestie.
Mirò in un preciso punto del terreno, e lì gettò il libro. «E adesso?»
«Adesso goditi lo spettacolo.»
Prima il Grizzly e poi il branco di lupi si concentrarono sulla copertina. L’orso guardò nuovamente Ian, come a voler confrontare l’umano che aveva di fronte con quello che vedeva sul tomo, mentre i lupi si scambiarono sguardi interrogativi, come se stessero discutendo tra di loro. L’orso poi cominciò a emettere dei versi che sembravano a tutti gli effetti delle risate, seguito a ruota libera dai lupi, che lo imitarono emettendo guaiti di derisione. Quelli che fino a pochi secondi prima apparivano come dei ringhianti predatori, ora sembravano gli avventori di qualche Cabaret di quartiere.
Ian osservava la scena con stupore e imbarazzo, al contrario di Randal che invece aveva un ghigno trionfale sul volto e l’apparenza di uno soddisfatto della riuscita del proprio piano. «Proprio come i piccioni sulla tua finestra. Te li ricordi, vero?»
Ian non gli rispose. Borbottò invece qualcosa, che tuttavia non fu comprensibile.
«Forza, Hawkey-Hawke. Andiamocene prima che quelli si riprendano e decidano di tornare alla carica!» E se ne andò di corsa. Ian era ancora distratto dallo sconcertante spettacolo delle bestie che ridevano dinanzi al suo libro, ma poi si riscosse. «Hey. No aspetta! Ma allora quel nomignolo è tuo?!» Chiese cercando di raggiungere il chipmunk, ma non ottenne risposta.

Contemporaneamente.
Manty era da poco uscita fuori dalla tana per chiamare suo padre. Dall’alto, nel frattempo, un falco aveva puntato lei come prossima preda, e si apprestava a piombarle addosso per agguantarla e trascinarla via con sé.
La piccola si accorse solo all’ultimo momento della minaccia che stava per incombere su di lei e fece appena in tempo a ripararsi nella tana, che il falco era già atterrato sul ramo dell’albero.
Manty urlò terrorizzata, e ciò scatenò ancora di più la frenesia del rapace, che ora stava cercando di introdursi nell’albero cavo per afferrarla.

L’urlo della piccola si propagò per decine di metri lungo della foresta, giungendo fino alle orecchie di Randal e Ian.
«Ehi, ma che succede?» Chiese l’uomo.
«Evangeline!» Urlò poi il chipmunk, scattando subito dopo in direzione del nido.
«Randal, aspettami! Ah, cavolo!» Ian rimase indietro, mentre l’altro proseguì la corsa.
Una volta arrivato, trovandosi di fronte la scena del falco che prendeva d’assalto il suo nido, fu colto da un tremendo dejà vù che lo paralizzò sul posto: eccolo lì, lo stesso uccellaccio reo dell’averlo privato della sua compagnia, e che era intenzionato a fare lo stesso con la cosa più preziosa che ancora gli restava al mondo. Se ci fosse riuscito, non gli sarebbe più rimasto niente per cui lottare. Nessuno da accudire. Niente famiglia. Sarebbe tornato da solo, mentre il falco in breve tempo sarebbe presto tornato alla carica, pronto per un’altra battuta di caccia, come se niente fosse. No, questa volta non glielo avrebbe permesso. Era furibondo e pronto a fargliela pagare cara.
I suoi occhi s’intrisero di sangue e le fiamme dell’odio e della rabbia eruttarono in lui come un vulcano risvegliatosi dal suo sonno centenario. Sì sentì come una bomba sul punto di esplodere ed era pronto a detonare sul suo bersaglio non appena gli avesse messo le mani addosso.
Si arrampicò sull’albero con un’agilità fuori dal comune e si lanciò con tutto il peso contro il falco. «LASCIALA STARE!» Urlò con vigore e con un violento strattone lo scaraventò via dall’albero, proiettandolo verso il suolo.
«Papà!» Gioì la piccola.
«Evangeline, stai bene?»
«Sì, sì!»
«Grazie al cielo, andiamo via, presto!»
Manty guardò qualcosa alle sue spalle e mutò subito espressione «Papà, attento!» Il falco era tornato alla carica e sta volta il suo bersaglio era la preda più grossa. Afferrò vigorosamente Randal e lui non poté fare niente per evitare la morsa dei suoi artigli.
«Nooo!! Papà!!!»
«Evangeline, vai subito da Hawkey-Hawke! Scappa!»
«Manty, vieni qui, presto!» La chiamò Ian, che finalmente li aveva raggiunti. La piccola era indecise su cosa fare, scendere o restare lassù per tentare di aiutare suo padre? Non dovette scegliere, perché subito dopo il falco si alzò di quota portandosi via Randal, sotto gli occhi pietrificati della figlia e dell’umano.

Dall’alto, Randal sentì Ian Hawke ed Evangeline gridare il suo nome, come se invocandolo lo avrebbero aiutato a liberarsi. Ma non fu così, non potevano fare niente per lui.
Per fortuna, il falco non aveva affondato gli artigli sulla sua carne e si limitava solo a tenerlo serrato nella morsa mentre si sollevava in volo. Il suo atteggiamento era rilassato e indifferente, niente e nessuno gli avrebbe sottratto la sua preda, almeno questo era quello che pensava.
Randal cercò di forzare qualcuna delle dita del rapace per riuscire a liberarsi dalla stretta, ma invano. Oltretutto, a quell’altitudine di volo se fosse caduto, chissà se sarebbe sopravvissuto.
Per il momento l’uccello si era solo limitato ad alzarsi di quota, senza percorrere quasi nessun metro rispetto all’area dove l’aveva catturato. Il tempo cospirava contro Randal, gli serviva una soluzione e gli serviva alla svelta. E forse quella che gli frullava nella testa poteva funzionare.
«Hey! Hey!» Il falco abbassò lo sguardo, richiamato dalla sua voce. «Sì, parlo con te, brutto sacco di pulci volanti! Ti ricordi di me, eh? No, vero?! Io invece sì! Te la sei svignata con la mia compagna tra le tue grinfie! Me l’hai portata via, maledetto! E ora non contento sei tornato per noi, è così?! Bene, mi fa molto piacere! E lo sai perché? Lo sai? Perché così posso ripagarti con la stessa pasta! Gli umani hanno un detto, sai?! Loro dicono: Tale padre, tale figlia! Mi vuoi mangiare? Molto bene, allora mangiati questo!!» Spalancò più che poté le fauci e con esse azzannò una delle zampe del rapace, cogliendolo totalmente alla sprovvista. L’uccello gridò, e il suo strillo sì udì anche a chilometri di distanza. Randal serrò sempre di più i denti sulla sua pellaccia dura, finché questo, alla fine, fu costretto a lasciarlo andare.
Il chipmunk afferrò con le braccia la zampa ferita del volatile e vi restò aggrappato ancora per qualche secondo, dovendo assicurarsi di lasciare la presa in un punto preciso della foresta, in modo che cadendo avrebbe potuto sfruttare gli alberi per attutire la caduta. Al contempo, però, doveva anche fare in modo di atterrare non molto lontano da dove si trovava il suo nido, in modo che Ian e sua figlia potessero ritrovarlo una volta a terra.
Non fu facile prendere una mira accurata, dato che il falco non la smetteva di dimenarsi per aria, ma ad un certo punto avrebbe dovuto buttarsi per forza, o avrebbe dato al suo quasi – carnefice una seconda chance per riagguantarlo.
Mollò la presa e si lasciò cadere.
«Adieu mon ami! Salutami i cacciatori quando inizia la stagione!» Lo schernì, lasciando poi che la forza di gravità e la Dea Bendata conducessero il gioco.

Le sorprese non erano ancora finire per Ian e Manty.
Prima ancora di essersi ripresi dallo shock di vedere Randal portato via dal predatore, si ritrovarono nuovamente spettatori di una scena da sgomento quando dovettero assistere alla visione del falco che d’improvviso e senza motivo apparente, dopo aver emesso un acuto strillo, aveva cominciato a volteggiare disordinatamente per aria come in preda a uno squilibrio di qualche tipo.
Di principio, l’uomo e la piccola si guardarono l’un l’altra, senza capire cosa stesse avvenendo, ma poco dopo Ian impallidì di un bianco cadaverico quando si ritrovò ad osservare a occhi spalancati un terrificante spettacolo: il chipmunk che era stato suo compagno di ricerche fino a una decina di minuti prima stava precipitava al suolo, in procinto di atterrare chi sa dove nel bel mezzo della foresta. Non ebbe tempo di riflettere, né tantomeno di esclamare qualcosa. Tutta la sua attenzione era focalizzata su Randal e sulla direzione in cui stava cadendo. La foresta lo inghiottì qualche secondo dopo e Ian capì che era atterrato da qualche parte tra gli alberi, non molto lontano da lì.
Qualsiasi cosa fosse avvenuta, non volle perdere tempo a porsi degli interrogativi. Doveva trovarlo e raggiungerlo al più presto. Caricò con sé Manty e partirono alla ricerca del luogo dello schianto.

Percorse diverse centinaia di metri:
«Papà, lì!» Fu Manty ad avvistare suo padre e a indicarlo a Ian. Era riverso a terra senza dare segni di vita.
«Papà!» La piccola saltò giù dalle braccia di Ian e gli corse incontro.
“Oh no…” pensò l’uomo in silenzio. Preferì non esclamarlo apertamente di fronte alla chipmunk.
«Papà, sve-iati! Papà!»
Ian si avvicinò. “Cavolo, e adesso cosa faccio?”.
Randal nel frattempo non mostrava alcuna reazione agli appelli della figlia, nemmeno quando questa iniziò a strattonarlo per provare a farlo rinvenire.
Ian si inginocchiò di fianco a lei. «Manty… credo… credo che dovremo andare. Non è sicuro qui.»
«NO!» Gli ringhiò contro.
Decise allora di mettersi in disparte, in questo modo, si disse, le avrebbe dato il tempo di accettare l’accaduto. In fondo era suo padre, e anche se ostentava un distacco, nel profondo del suo animo lo stesso Ian stava soffrendo in silenzio per la sorte del malaugurato.
Manty continuò a chiamarlo e strattonarlo, senza ottenere da lui alcun segnale di ripresa. Non sarebbe durato a lungo. A un certo punto Ian avrebbe dovuto allontanarla e riportarla a casa.
Più tempo passava e più la volontà della piccola si esauriva, lasciando il posto solo all’agonia di un piccolo cucciolo rimasto orfano, così Hawke decise che era il momento di farsi avanti.
«Mi dispiace, piccola. Hai fatto quello che potevi, ma… a volte queste cose succedono. Randal… papà ti voleva bene. Voleva soltanto che tu stessi al sicuro. Lontano dalla foresta e da tutti questi pericoli.» Si augurò di ottenere da lei una qualche risposta, anche un semplice “no”, come poco prima, ma Manty si chiuse in sé stessa, rifiutandosi di parlare con lui.
«Vieni, torniamo a casa.» Insistette.
Invece di obbedire, o per lo meno, di rifiutasi apertamente, lei rimase immobile sul posto, con il capo rivolto in giù. Ian, quindi, dovette chinarsi a terra, per tentare di prenderla in mano.
«Aspetta.» Disse lei, scandendo bene la parola. Si avvicinò al corpo supino di suo padre, mentre Hawke la osservava chiedendosi cosa volesse fare.
La chipmunk studiò Randal, muovendo velocemente gli occhietti da una parte all’altra, come se lo ispezionasse.
«Che cosa fai?» Le chiese Hawke.
Manty, in silenzio, scrutò ancora per un po’, dopo di ché si mosse con decisione, come se sapesse esattamente cosa fare: afferrò una della braccia inanimate di suo padre, osservandola attentamente per un breve lasso di tempo, e infine, sicura di sé, la azzannò.
«Ahhhhrghhhh!!» Randal balzò istantaneamente in piedi urlando dal dolore. «Che succede?! Chi è stato?! Il falco è ancora qui?!?»
Ian a momenti cadde all’indietro, colto com’era stato alla sprovvista. «Randal! Brutta canaglia, sei vivo!».
«Hawke? Oh… ora ricordo! Diavolo, mi ha morso proprio sulla cicatrice!»
«Papa!!» Manty gli andò subito incontro per abbracciarlo.
«Hey, piccola. Eheheh, piano, piano. Sono qui.» La strinse a sua volta, godendosi in silenzio quel momento di riconciliazione, poi guardò Ian «ti ho fatto preoccupare, eh?»
L’uomo sbuffò. «Già, ed è la seconda volta questa settimana! Alla terza giuro che ti lascio lì!»
«Ahahah! Io l’ho sempre detto, Hawke, che tu sotto, sotto tu mi adori!»
«Sono felice, papà! Che bello!» gioì Manty, stringendolo come non mai.
«Anch’io lo sono, cara. Scusami se sono stato via per tutto questo tempo… e anche per essere scappato dalla casa di Hawke… »
«E anche per aver simulato la tua morte con una pantegana spiaccica!» S’intromise lui.
«Grazie per aver distrutto questo memorabile lieto fine, Hawke.»
«Sempre il meglio per te! Sono libero su appuntamenti dal lunedì al venerdi!»
Manty punto gli occhi al cielo. «Hawkey-Hawke, avvolte sei noioso!»
«Ahahah! Digliene quattro, Evangeline!» Si complimentò Randal.
«Hey, tu! Ma… da quand’è che hai imparato a parlare così?»
Di risposta, la chipmunk gli fece l’occhiolino.
«Oh, bene… piccola furbetta impostora.»
In lontananza un ringhio di un orso li avvisò che i guai erano lungi dall’essere cessati.
«Ehm, forse sarebbe meglio andarcene sul serio ora…» Suggerì l’umano.
«Già, e di corsa!» Si unì Randal. «Vieni, Evangeline, andiamocene. E Hawke, grazie di tutto!»
«Aspetta un momento, dove state andando?»
«Non è sicuro qui. Sono stato uno sciocco a pensare che lo fosse. Andremo alla ricerca di un’altra tana. Dove magari i predatori ci lasceranno in pace!»
«Non se ne parla neanche, voi venite con me!»
«Come?»
«Mi avete fatto passare le pene dell’inferno per starvi appresso! Non posso andarmene sapendo che da un momento all’altro qualche animale vi trasformi in uno spezzatino. Venite da me!»
«Ma tu non dicevi sempre che mi detestavi e che Evangeline t’ha fatto sudare sette camice?»
«Ehm, sì… è vero! Però… insomma, soffro di solitudine e di carenze d’affetto. Dave Seville è anni che segue le terapia “palle di pelo” e pare che con lui funzioni!»
Randar ridacchiò a mascelle serrate, per poi rivolgersi a sua figlia. «Tu che ne dici?» Le diede l’ultima parola.
«Andare con Hawkey-Hawke? Sì!!»
«Evvai!!» Esultò Ian, per poi trattenersi «Ehm, cioè. Ok… siamo d’accordo.» si corresse imbarazzato.
Altro ruggito dell’orso, e sta volta più vicino che mai!
«Che ci facciamo ancora qui?! Scappiamo! Via, via, via!!»
Fuggirono di gran fretta, con Ian in testa, accodato dai due chipmunk.

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