4: Dave

La prima notte a Carterson City trascorse pacifica. Forse persino meglio delle loro più rosee aspettative.
Il giorno seguente, poiché Linda sarebbe dovuta andare a lavoro fino al primo pomeriggio, si mise d’accordo con Ian sul piano d’azione per la mattinata: Hawke e la piccola sarebbero rimasti a casa sua, e avrebbero dovuto arrangiarsi fino al suo ritorno.
Ogni cosa sembrò andare a gonfie e quelle prime ore della giornata, fermo restando che Ian accusava ancora i dolori delle cadute della sera precedente, non avevano dato né all’ospite né alla padrona di casa altri grattacapi a cui dover porre rimedio.
Un paio di ore dopo il rientro in casa di Linda, Hawke decise di uscire da solo per svolgere delle commissioni, sulle quali però mantenne il riserbo più totale.
La verità è che si diresse immediatamente al più vicino negozio di alimentari della zona, l’unico presente nel paesello, e vi comprò cibarie e viveri di vario genere come piccolo risarcimento per i disagi provocati alla padrona di casa dall’uragano Manty. D’altronde la colpa era anche sua se la donna si era ritrovata a non avere più niente di commestibile in casa.
Quando fu sicuro di aver comprato a sufficienza (tenendo anche conto dei suoi esigui fondi), fece ritorno con il bagagliaio carico di borse.

«Cos’è tutta questa roba, Hawke?» Gli chiese Linda, sconcertata alla vista di quanta spesa si stesse trascinando dietro.
«Il mio calumet per la pace.»
Linda era refrattaria ad accettare. «Ma dai! Non era necessario!»
«Signorina Green, se è così in pena per gli acquisti che le porto in dono, allevi le mie sofferenze aiutandomi a portarli in casa.»
Non incline ad accettare, ma con le spalle al muro, la donna lo aiutò portando due dei quattro sacchetti presenti nel bagagliaio dell’auto.
«Dove li portiamo?» Domandò Hawke.
«In sala da pranzo va bene. Ci penserò io a metterli a posto dopo.» Disse Linda, capitolata.
«Sempre che Manty non li depredi prima. A proposito, dov’è?»
«Bé, Ian. Puoi non crederci ma ha fatto la brava per tutto il tempo!»
«Sul serio? Uhm, effettivamente è tutto il giorno che non combina niente di male. Sarei quasi preoccupato.»
«Nah, è normale. E’ solo stanca. Ieri gliene abbiamo fatte passare di tutti i colori.»
«Noi a lei o lei a noi?»
La battuta fece ridacchiare la donna.
I due portarono la spesa in sala da pranzo e subito Ian si diresse in salotto, il primo posto dove si aspettò di trovare la piccola chipmunk.
Come aveva detto Linda, Manty era seduta educatamente sul divano e stava guardando un cartone animato in TV.
«Hawkey-Hawke!» Lo salutò non appena si accorse della sua presenza.
«Anch’io sono felice di vederti, piccoletta.» Si sedette accanto a lei. «Allora? Ho sentito che hai fatto la brava mentre non c’ero.»
«Sì!» Esclamò lei, soddisfatta.
«Bene, perché sì da il caso che a me la schiena fa ancora un male d’inferno! Per colpa tua a momenti ci rimanevo su quel pavimento!» Il rimproverò non sembrò suscitare alcun effetto sulla chipmunk, che anzi gl ripropose il suo ghigno di soddisfazione.
«Eh dai! Non sgridarla. In fondo oggi è stata brava. » Linda fece capolino nella stanza, con in mano una tazza fumante.
«Già, per ora. Ma aspetta che le torni la fame, o che debba andare a dormire, o che semplicemente si annoi… »
Linda gli porse gentilmente la tazza, azzittendolo.
Ian ne studiò il contenuto annusandolo riottoso. «Che cos’è?» Chiese dunque.
«Solo una tazza di Tè. Bevila, brontolone. Ti calmerà.»
Ma Ian sembrò riluttante. «Tè caldo in piena estate? Non è che potresti metterci del ghiaccio prima?»
Linda sospirò rassegnata, dopo di che gli afferrò la mano e costrinse le sue dita ad afferrare a forza il manico della tazza.
«E va bene, ok. Proviamo ‘sto Té.» Si arrese.
Soffiò un paio di volte per raffreddare la bevanda e quando si sentì sul volto l’appiccicosa condensa del vapore, fu sul punto di far marcia indietro. La donna, tuttavia, lo fulminò con uno sguardo talmente maligno che fu costretto nuovamente a tornare sulla sua strada.
Il primo sorso non si poté nemmeno definire un assaggio. Sentì solo un’ondata di calore investirgli il palato ustionandogli la lingua e le gengive, ma ben poco del sapore. La curiosità, a quel punto, lo spinse ad assaporarne una quantità maggiore, e questa volta dovette ricredersi. Gli piacque assai!
«Allora?» Chiese Linda, a quel punto.
Ian si concedette un ulteriore lungo sorso. «Devo ammetterlo. E’ delizioso!»
«Visto? Te l’avevo detto che dovevi fidarti! Forse se ti lamentassi un po’ meno e provassi a dare retta alla gente un po’ di più, le cose non ti andrebbero sempre così male!»
«E con questo che vuoi insinuare?»
«Oh, no. Niente, niente.» Lasciò scivolar via il discorso «Lo senti l’effetto del Tè sui muscoli?»
Ian rifletté sulla domanda e a quel punto se ne rese conto. Sentiva palpabile dentro di sé una sensazione di rilassamento che gli permeava il corpo man mano che i secondi passavano. Di punto in bianco gli sembrò che tutto lo stress accumulato nel corso di quelle giornate evaporasse dalla sua pelle come particelle d’acqua in ebollizione.
«Sì, in effetti ora che mi ci fai pensare mi sento più tranquillo…wow, è davvero incredibile! Ma che piante usi per l’infuso?!»
«Ah, niente di che. Le coltiva uno che conosco, che abita dall’altra parte della contea. Ogni tanto vado da lui e me ne faccio dare un po’.»
Ian annuì e ne bevé un altro po’. Di qualunque cosa fosse fatto quell’infuso, sperava che non si vuotasse mai. Ne avrebbe bevuto all’infinito.
«Per la miseria se è buono!» Si lasciò scappare.
«Beh, se ti piace così tanto posso fartene avere un po’ per quando ripartirai.»
Ian continuava a bere. «Sai che c’è? Dovresti provare a darne un po’ anche a Manty. Magari così si calmerà.» Suggerì poi.
«L’ho fatto.»
«Cosa?!» Ian non capì.
«Guarda tu stesso.» Linda gli fece segno di guardare in basso: Manty stava dormendo appoggiata alla coscia destra di Hawke. Era la prima volta in assoluto che le capitava di appisolarsi durante il pomeriggio.
«Oh… questa sì che è bella!»
L’uomo e la donna restarono per qualche breve secondo in silenzio a guardarla. Nella stanza l’unica cosa udibile era il rumore della TV accesa, che copriva con i suoi suoni irregolari e chiassosi il ritmico respiro della chipmunk.
«Lo sai? In fondo quando dorme è carina.» Commentò Linda.
«Già. Speriamo che l’effetto del tuo Tè duri tutta la giornata.»
Altro momento di silenzio, in cui ripresero a guardarla.
«Oggi ho provato a farla cantare.» Ricominciò Linda.
Hawke strabuzzò gli occhi.«Ma non mi dire? E come se la cava?»
Linda rifletté sul modo migliore per descriverglielo. «Beh, direi che … è a metà tra un vetro che scorre su una lavagna e… il rumore che farebbe un frullatore acceso se ci buttassi dentro delle posate di metallo.»
Ian fu incredulo.
«Non scherzo.» Precisò la donna, per poi tornare a tacere, lasciando l’uomo a marinare nello sconcerto.

Ian lasciò Manty a dormire nella stanza fino al suo risveglio, un paio di ore dopo. In seguito, tornato da lei, le chiese di aiutarlo a constatare di persona l’esperimento di Linda.
Dopo essersi presentato in stanza con il laptop di proprietà della donna, invitò la piccola a cantare sulle note di “Witch Doctor” dei Chipmunk, usando un video da Youtube come base per la canzone. Ma finì per pentirsene dopo qualche secondo di riproduzione. Farla cantare fu come scoperchiare il leggendario Vaso di Pandora, quello che secondo il mito, una volta aperto, avrebbe liberato sulla terra i mali del mondo. Il canto di Manty fu ben peggiore del previsto: una specie di lamento di un animale in fin di vita, unito al pianto disperato di un neonato. Una combinazione, a modo suo perfetta, dei suoni più fastidiosi mai uditi da orecchio umano.
«Ok, ok. Manty. Sei bravissima! Ma ora, ti prego. Smettila!» Ian, tappandosi le orecchie, ci mise un po’ a convincerla a fermarsi.
“Grandioso! Sono sei anni che tento di rapire un chipmunk per farlo cantare, e ora che me ne ritrovo uno in casa praticamente contro la mia volontà, scopro che ha un catenaccio di ferro arrugginito al posto delle corde vocali!”.

Era sera.
Ian, che praticamente aveva trovato alloggio fisso a casa di Linda, fu chiamato da lei per aiutarla ad apparecchiare la tavola, ma fu subito chiaro che c’era qualcosa di grosso nell’aria.
«Come mai dieci piatti? Hai ospiti a cena?» Chiese dopo che la donna gli ebbe consegnato in mano la pila.
«Sì.» Rispose lei, lesinando sui dettagli.
Ian volle vederci più chiaro. «Amici tuoi?»
«Diciamo, una specie.»
La faccenda stava diventando sempre più sospetta. «Se qui ci sono dieci piatti, e noi con Manty siamo in tre, vuol dire che devono arrivare altre sette persone, quindi… »
«Quindi dovresti darmi una mano a portare in sala il tavolo grande che ho nello sgabuzzino.» Lo arrestò lei.

Mentre erano impegnati nella sostituzione del tavolo della sala, piccolo e scomodo, con uno decisamente più grande, estratto dallo sgabuzzino, Ian realizzò. «Un momento!»
Lo poggiarono a terra fermandosi.
«Cosa c’è?»
«Sette invitati… sei… più uno… non avrai mica invitato Dave e le sue palle di pelo?!?»
Linda sbuffò, innervosita. «Senti, Hawke. Fino a prova contraria i ruoli qui dentro non sono cambiati: io sono la padrona di casa e tu sei l’ospite che alloggia gratis. Quindi sì. Li ho invitati. E tu te li farai piacere. Hai un grosso debito con Dave. Ora aiutami a finire, o la cena te la farò mangiare sul divano!»
«Dici davvero? Mi faresti mangiare di là?»
«Ian!!»
«E va bene, e va bene. Portiamo il tavolo in sala, su.»
Terminarono la sostituzione e si divisero il resto dei lavori.
Ian avrebbe continuato ad apparecchiare aggiungendo posate, tovaglioli, eccetera, mentre Linda si sarebbe dovuta rintanare in cucina per continuare a preparare la cena, con Manty a farle da compagnia.
Delle pietanze che sarebbero state servite, Ian sapeva soltanto che ci sarebbe stato un secondo a base di pesce, pesce gatto fritto, per la precisione, che lui non aveva mai assaggiato.
Aveva appena finito di sistemare l’ultima posata, quando il rumore di un’auto in avvicinamento, forse un taxi, attirò la sua attenzione.
«Credo siano arrivati!.» Disse ad alta voce per farsi udire da Linda.
«Sono un po’ impegnata qui, vai ad aprire tu, per piacere.»
Ian andò, ma non prima di aver sbuffato per l’ennesima volta. Nel frattempo il campanello alla porta suonò. «Sì, sì. Eccomi.» borbottò seccato. Poi aprì. Di fronte a sé si trovò la famiglia Seville al completo, i Chipmunks e le Chipettes insieme a Dave, che malgrado sapessero già della sua presenza, non poterono fare a meno di avere un sussulto alla sua vista.
«Ian!» Esclamò Dave.
«Oh, ma tu guarda! Dave e la banda delle pellicce ruspanti.» Commentò Ian, per niente entusiasta. Dave di tutta risposta gli lanciò uno sguardo di rimprovero, che tuttavia non lo urtò in alcun modo.
«E’ un vero piacere rivederti, Disco Stu senza capelli!» Lo schernì Alvin.
«Anche per me, “grande A”» “Dove A sta per Ammazzati”, completò tra sé e sé la frase. «Ma prego, entrate pure. Fate come se foste, ehm… a casa mia.» Li fece accomodare in casa e chiamò ad alta voce Linda per confermarle che erano arrivati.
Nel frattempo le Chipettes si guardarono intorno e fecero dei commenti sulla casa e sull’arredamento. Eleanor propose di raggiungere Linda in cucina, ma non fu necessario, poiché la donna si presentò a loro subito dopo.
«Linda!» Esultarono in coro vedendola comparire, e subito corsero da lei per abbracciarla. Era la prima volta che la rivedevano da quell’autunno del 2009, quando furono state costrette a lasciare Carterson City per sfuggire alle attenzioni indesiderate di quei due mascalzoni di Charles e Amanda, che sembravano più che intenzionati a rapirle.
«Mi siete mancate, ragazze!» Disse la donna.
«Anche tu, Linda, non sai quanto!» Rispose Jeanette.
I maschi si fecero in disparte per concedere loro il tempo di salutarsi a dovere, Dave, intanto, approfittò per allacciare bottone con Ian. «Dave e la banda delle pellicce ruspanti?»
«Devi ammettere che suona bene, potresti usarla come titolo per una nuova canzone.» Scherzò Ian.
Dave sospirò. «Certe cose non cambiano mai.»
«Sai come si dice, Dave: il lupo perde il pelo… »
«Ma non il vizio.» Completò Seville e restarono per un breve lasso di tempo in silenzio. «E con la piccola come procede, stai imparando a gestirla?» Riprese Dave.
«Oh sì, una meraviglia! Ieri ha solo tentato di uccidermi un paio di volte, ma grazie a Linda stiamo facendo qualche progresso.»
Una domanda di Eleanor si collegò alla loro conversazione: «Hey, ma dov’è la piccola?»
«Sì, vogliamo vederla!» Continuò Brittany.
«Credo sia ancora in sala da pranzo. Aspettate.» Linda appoggiò a terra le tre Chipettes e chiamò Manty, invitandola a raggiungerli. Simon non poté non rimanere colpito dall’insolito nome. «Chi l’ha chiamata così?» Si rivolse a Ian, che di risposta, alzò timidamente la mano, come un alunno introverso in un’aula di scuola.
«Ti spiegherò più tardi.» Tagliò corto l’uomo.
All’arrivo di Manty nel corridoio, fu accolta dalle Chipettes con un “Awww” emozionato, mentre lei, vedendo loro, esultò squittendo a piena voce con «Chitette!» suscitando inevitabilmente nel gruppo una variegata serie di reazioni.
«Come?!» Chiese Eleanor.
«Eh?» Seguì Jeanette.
«Cooosa?!?» Tuonò in contemporanea Brittany.
Alvin, invece, scoppiò in una fragorosa risata, mentre nei volti di Simon, Theodore, Dave e la stessa Linda si stampò una smorfia di sconcertante sconcerto.
Seguì un momento d’imbarazzante gelo, durante il quale l’attenzione degli astanti si spostò tutta su Ian, che si asciugò il sudore dalla fronte mentre cercava le parole per giustificarsi. «G-giuro che non gliel’ho insegnato io…»

Malgrado la parentesi della patetica figura di Ian, alla fine l’equivoco fu chiarito, e i presenti tornarono a scambiarsi qualche chiacchiera in corridoio, prima di cenare.
Le Chipettes non si schiodarono da Manty neanche per un secondo e interagivano con lei alla stregua tre sorelle maggiori. «Ma che carina che sei!» Commentò Brittany.
«Ti assomiglia, Ellie, lo sai?» Notò invece Jeanette.
«Sì, è vero!» Confermò Eleanor.
Ian, invece, guardava il gruppetto con preoccupazione crescente. Malgrado la sua apparente aria di tranquillità, quella che stavano tanto amorevolmente strapazzando di coccole e carinerie era pur sempre l’uragano Manty, famigerata per essere una roditrice carnivora attentatrice della vita altrui. «Ehm, ragazze… non vorrei guastarvi la festa, ma vi consiglio di fare attenzione… »
«Oh, andiamo Ian! Che vuoi che succeda? E’ una cuccioletta così dolce e adorabile!» Disse Brittany, subito prima di dare alla piccola Manty un buffetto sulla guancia. Era lampante che non la conosceva affatto.
“Sì, certo… proprio un amore!” Nel frattempo e con discrezione, cercò di far cenno con gli occhi a Linda affinché le allontanarle da lei. La donna si accodò al suo gioco.
«Ok… ehm… che ne dite se adesso ci avviassimo tutti quanti a cena?»
«Io sono d’accordo! Sto morendo di fame. E anche te Dave, non è vero?» Ian urtò la sua spalla con il gomito.
Dave fu colto alla sprovvista ma resse ugualmente il gioco «be’, il viaggio è stato lungo. Perciò… sì. Andiamo.» Anche se finì per chiedersi subito dopo se avesse fatto bene oppure no.
Tutti insieme si diressero in sala da pranzo, eccetto Manty, che fu l’ultima della fila ad avviarsi, e Alvin, che invece era intenzionato a fare due chiacchiere con la chipmunk. «Hey, aspetta.»
Manty si fermò e lo guardò con circospezione, gli altri nel frattempo avevano abbandonato la stanza.
«Non ci siamo presentati. Io sono Alvin, Alvin Seville la rock-star. Ce l’hai presente?»
Da Manty, nessuna risposta.
«Oh, ok. Forse sto andando troppo di fretta, tu…ehm, mi capisci? Sai parlare?»
La chipmunk meditò un po’ prima di rispondere. «S-hi… un poco, ma s-sì» balbettò lei, sforzandosi di comporre correttamente la frase.
«Ma è grandioso! Sai, nostro fratello Theodore ha impiegato tipo cinque anni per la sua prima parola… certo, Simon ha imparato prima a parlare che a camminare, ma lui è Simon, da lui uno se lo aspetta! Non trovi?»
Manty non sapeva come rispondere, tanto meno come comportarsi con lo strano chipmunk che aveva di fronte.
Si era posto a lei avviando un discorso sconclusionato, si dimenava come un pazzo e soprattutto, Manty non capiva a che pro lo faceva. Di tutta risposta la piccola reagì alla sua parlantina indietreggiando di qualche passo e ritraendosi da lui.
«Comunque mi hai fatto morire dal ridere prima, con quel modo di chiamare le Chipette, ehehe. Anche se forse le sopravaluti un po’ troppo. Se capisci cosa intendo.»
No, non lo capiva. Non riusciva proprio a capire se quel chipmunk c’era o ci faceva.
«Sei di poche parole, eh? Va bé. Allora… com’è vivere con Ian? Ti ha mai trattata male?  Ti tiene chiusa in gabbia?»
«Hawkey-Hawke?»
«Sì, lui. Hawk… no, un momento? Com’è che l’hai chiamato?» Scoppiò a ridere nuovamente, e a quel punto Manty non resse più. Aveva fame, molta fame, voleva raggiungere la cucina e abbuffarsi con tutto quello che vi avrebbe trovato, e inoltre le sembrava che quel chipmunk non fosse proprio a posto con la testa. Meritava una lezione.
«Ahahah… ahhh Manty, sei veramente uno spasso! Dovresti venire a stare con noi! Ti troveresti davvero bene! Anzi, se vuoi posso proporlo a Dave! Che dici, potrebbe interess… ehm… perché mi guardi in quel modo?»

In sala da pranzo tutti si stavano accomodando ai loro posti, mentre Linda finiva il proprio lavoro in cucina.
«Dave, sbaglio o Alvin oggi sembra più esuberante del solito? Che gli è preso?» Chiese Ian.
«Lascia stare, va. Ieri mattina abbiamo firmato un accordo per un duetto con Psy per il mese prossimo, e da quel momento non ha più chiuso bocca!»
«Stiamo parlando del coreano della Gangnam Style?»
«Purtroppo per tutti noi, sì.» Si intromise Simon. «A proposito, dov’è ora?»
Un acuto urlo di Alvin, proveniente dal corridoio, gli fornì la risposta. Tutti si voltarono verso la direzione, più sbalorditi che preoccupati.
«Ma che succede?» Domandò Theodore.
«Temo di saperlo.» Sussurrò a bassa voce Ian.
«Simon, vai a vedere.» Gli chiese Jeanette.
«Oh? Sì.» Saltò giù e andò a controllare.
Quando raggiunse la porta socchiusa, lo spettacolo che trovò in corridoio si rivelò sconcertante: la piccola e dolce Manty, che fino a poco prima le Chipettes stavano coccolando e riempiendo di complimenti, ora si stava accanendo su Alvin come un animale imbizzarrito sulla sua preda, mordendolo e strapazzandolo ovunque riuscisse ad affondare le sue zanne e gli artigli.
«Aaaarghhhhh! Aiuto!! Levatemela di dosso!! Levatemela di… ahio, no! Mi morde l’orecchio, mi morde… ouch, la mia camicia noo!! Simon, aiutamiii!!» Simon cominciò a capire molte cose, prima fra tutte il perché Ian fosse apparso così vistosamente preoccupato poco prima, tuttavia, malgrado ciò non aveva alcuna intenzione di intervenire in favore del fratello. «Vai così, campione! Te la cavi alla grande!» Lo incitò invece, per poi appoggiarsi comodamente allo stipite della porta per godersi la scena sogghignando sotto i baffi, mentre il resto del gruppo a tavola si scambiava occhiate incerte.
«Che stanno facendo?» Bofonchiò Theodore, che dalla sua posizione non poteva scorgere ciò che scrutavano gli occhi di Simon, come del resto nessuno della tavolata.
«A quanto pare la pupilla di Hawke ha scambiato Alvin per un grosso croissant.» Scherzò lui in tutta risposta, per poi sghignazzare trionfale.
«Oh no… » sussurrò Ian dal suo posto in tavola.
«Qualcuno non dovrebbe andare ad aiutarlo?» Chiese Jeanette, facendosi portavoce del gruppo.
«Vedi cara, io lo farei, ma non ne ho il coraggio: è troppo divertente!» Le rispose il Chipmunk con gli occhiali.
A quel punto fu Brittany ad alzarsi e a raggiungere Simon sbuffando. «Vai a sederti, ci penso io a lui.»
Simon tornò al suo posto ridendo ancora, mentre Brittany andò a salvare la vita al Chipmunk nell’altra stanza.
«Brittany, ti prego, salvami almeno tu!!!» Implorò Alvin.
«E va bene, basta così Manty. Sono certa che ha imparato la lezione» ma Manty non lo lasciò  «Manty, eh dai lascialo!» Nada  « MANTY!» Finalmente Manty lo lasciò e si fece in disparte.
Alvin era conciato da far paura: i vestiti della camicia che indossava erano stracciati, la pelliccia era scombinata e unta di saliva di cucciolo di chipmunk, mentre ciuffi di pelo inzaccherati erano sparsi per terra in grumi disfatti. Lo stesso Alvin se ne stava disteso a terra rantolante come un moribondo, con gli occhi sbarrati dallo shock.
«Certo che ci sai proprio fare con i piccoli.» Commentò Brittany guardandolo dall’alto in basso. Alvin balzò in braccio alla Chipettes e piagnucolo «Portami via da qui! Quella è pazza, è pericolosa, è… » Brittany lo lasciò cadere a terra. «Oh, andiamo, adesso non esagerare!»
Alvin spalancò gli occhi ancor di più «Che?! Guarda qui! Guarda la mia coda!!» Le indicò la punta della coda, dove una grossa porzione di pelliccia risultava strappata via a morsi.
«E’ allora?» Domandò lei, indifferente.
«Allora?! Ma mi ha staccato un pezzo di coda!!»
«Uff, che noioso che sei. Dai muoviti, che di là ci stanno aspettando.»
«Ma… ma… »
Ma Brittany non si degnò nemmeno di guardarlo.
Si voltò e guardò Manty furioso, bramando vendetta nei suoi confronti. «Con te facciamo i conti dopo!» La minacciò, ma la piccola sembrava impaziente di iniziare il secondo round. Gli rispose con uno sguardo di sfida e col suo famigerato ghigno di malizia, completando il tutto leccandosi le labbra, come un predatore che pregustava il suo pasto. Una reazione che tramutò la rabbia di Alvin in una smorfia di sgomento, seguita da una crescente sensazione di terrore che lo fece fuggire a gambe levate nella sala da pranzo.
In corridoio rimasero soltanto Brittany e la piccola Manty. La prima sospirò, per poi rivolgersi alla seconda. «Lo so, è un idiota di prima categoria. Però ogni tanto è divertente. Basta soltanto farci l’abitudine.»
«Sc-emo» biascicò Manty.
«Eheh. Già, hai colto nel segno! Dai, dammi la manina, che andiamo a mangiare.» Brittany allungò la mano per afferrare quella di Manty e condurla alla sala da pranzo, ma la piccola chipmunk non digerì il modo di fare di quella sua simile, né il fatto che avesse alzato la voce su di lei per convincerla a lasciar andare lo scemo.
Quando Brittany fece per tornare in sala, con Manty al suo seguito tenuta per mano, questa si radicò sul posto. «Hey, ma che ti prende?» Volse lo sguardo verso la piccola e si accorse che la stava fissando con un’espressione truce. «Perché mi guardi in quel modo?» Fu l’unica cosa che riuscì a chiederle.

Se in quel momento un pedone di passaggio avesse attraversato il viale di fronte alla casa di Linda, probabilmente sarebbe corso via a gambe levate, terrorizzato dal raggelante urlo che Brittany emise.

Dopo quel secondo incidente, si decise unanimemente di tenere Manty sotto la rigida supervisione di Linda, che con l’aiuto di Hawke, andava avanti e indietro dalla cucina per portare le scodelline con le insalate preparate apposta per i sei chipmunk.
Brittany, intanto, si sistemava compulsivamente il ciuffo di peli dei capelli con il suo pettine in miniatura: poco prima era stata essa stessa vittima dell’ennesimo assalto dell’uragano Manty, che si era accanita sulla testa della Chipette come ripicca della sua insolenza, scombussolandole tutta l’acconciatura in un’aggrovigliata matassa di pelo arruffato.
«Quella stupida piccola peste… io… io giuro che la uccido!! Io… grrr, che rabbia!!»
Di fianco a lei era seduto Alvin, ripresosi dallo shock fisico ma non da quello morale. «Te l’avevo detto che era pericolosa, Britt. Ma non mi hai voluto ascoltare… » mugugnò a bassa voce, quasi mormorandolo.
«Ahhh, stai zitto! Non parlare, non respirare, non esistere! Estinguiti, chiaro?!?» Gli inveì contro. Gli altri non commisero l’errore di Alvin e se ne stettero in silenzio, evitando di rivolgersi a lei.
Ian e Linda, nel frattempo, terminarono il loro compito. «Vai pure, porto io il resto.» Gli disse lei, e Hawke andò a sedersi dopo averle semplicemente risposto con un «Ok.»
«Dovreste fare qualcosa per i suoi difetti comportamentali.» Suggerì Dave, con un tono di voce che suonò tanto come una critica.
«Cioè che vuoi dire? Insegnarle le buone maniere? Se credi che sia possibile, sogni a occhi aperti.»
«Sì, ma non puoi mica lasciare che aggredisca chiunque le si avvicini! Come pensi che sarà quando sarà cresciuta?!»
Ian valutò una risposta. «Già, è vero! Potrebbe diventare la prima Bonnie Parker chipmunk della storia!»
«Non riesci proprio a essere serio per più di due minuti, eh?»
«Che ci vuoi fare. La natura mi ha dotato del senso dell’umorismo. »
Linda irruppe nella stanza, cogliendo tutti di sorpresa. «Ian, abbiamo un problema.» E lui capì che alludeva a Manty. «Non me lo dire… cos’ha combinato sta volta?»
«Il pesce gatto.»
«Vuoi dirmi che… ?»
«Sì, se l’è mangiato. E anche i dessert.»
«Ma come ha… » stava per chiedere Eleanor, ma poi tacque. Era sul punto di domandare come avesse fatto a mangiare tutto quel cibo, ma dopo aver pensato per un istante a Theodore, capì che non era poi così inverosimile.
La vera questione fu un’altra e a sollevarla ci pensò Dave. «Ma non è possibile! L’avrai lasciata da sola sì e no trenta secondi!»
«Oh, trenta secondi per lei bastano e avanzano, credimi.» Gli rispose Hawke.
«E adesso che cosa facciamo?» Riprese la donna.
«Uhm…ce l’avete una pizzeria qui in paese?» Suggerì Ian.
In un primo momento Linda non reagì, poiché non era sicura che dicesse sul serio, ma quando poi, riflettendoci, si rese conto della fattibilità della proposta, decise di prenderla seriamente in analisi.  «Una gigante prosciutto, cipolle e funghi per tutti, vi va?» Propose.
«Oh sì. Per me va bene, e a te, Dave?» Dave aveva lo sguardo fisso nel vuoto e la bocca spalancata.
«Sì, anche lui è d’accordo.» Ne fece le veci Ian.
«Ok… vado a telefonare.» Concluse Linda, per poi uscire.
«Ehm, Dave, ti senti bene?» Riprovò Ian. Dave a quel punto rinsavì.  «S-si è mangiata il… pesce gatto…» Balbettò.
«Lo so. Visto che ti dicevo? Tre giorni fa si era mangiata il pollo arrosto, oggi il pesce gatto, dalle altri tre giorni e passerà all’antropofagismo.»
Dall’altra parte del tavolo, anche i Chipmunks e le Chipettes condividevano la stessa reazione di sconcerto di Dave. Brittany si avvicinò all’orecchio di Alvin e gli sussurrò «e tu che ti lamentavi della coda… »
«Già… » rispose Alvin «e tu che ti lamentavi dei capelli…»
«Touchè»

All’arrivo della pizza, la serata poté finalmente avviarsi come da programma. Manty era sta resa inoffensiva dall’abbondante cena della quale si era abbuffata, oltre che da una dose concentrata dell’infuso di Linda, e finì per addormentarsi su una delle poltrone in salotto, mentre il resto del gruppo proseguì col proprio pasto.
Alla fin fine si rivelò persino una serata piacevole, e dopo aver trascorso un’oretta a chiacchierare tra di loro e a rivivere i vecchi ricordi con Linda e le Chipettes, durante i quali la donna aggiornò loro la sua attuale situazione lavorativa e sentimentale (in sostanza: scapola e con un sogno da scrittrice abbandonato a macerare nel cassetto) il gruppo di Dave decise di andare. Avevano una severissima tabella di marcia da rispettare, che li avrebbe portati a imbarcarsi nuovamente la mattina stessa del giorno dopo per far ritorno a Los Angeles, in tempo per alcuni importanti impegni di lavoro della band.
Hawke e Linda accompagnarono i Seville all’atrio, dove poi restarono ancora qualche  minuto a parlare.
«E’ stato un vero piacere poterti finalmente conoscere di persona, Linda.»
«E’ stato un vero piacere avere voi come ospiti, Dave. E grazie per tutto quello che hai fatto per le ragazze. Se non fosse stato per te… »
«Già, non saremo qui a doverci sorbire queste smancerie di seconda mano.» Si mise in mezzo Ian, che prima di venir linciato con lo sguardo dagli altri due umani, corse subito ai ripari con un «Sto scherzando!» Ridacchiando poi, per enfatizzare la battuta di dubbio gusto.
Dave alzò gli occhi al cielo.
Mentre terminavano le ultime chiacchiere, Manty fece la sua comparsa in corridoio, e vedendola Alvin raggelò. «Eh-ehm, io vado ad accendere la macchina!» E se la diede a zampe levate.
«Alvin, ma che?» Tentò di dirgli Dave, ma fu già troppo tardi perché lui se l’era già svignata. Manty intanto si avvicinò ai piedi di Ian. «Hawkey-Hawke.» Lo chiamò.
«Toh, sei sveglia.» Le disse l’uomo, tornando poi a Dave.
«Buona fortuna con lei.» Gli augurò Dave, tentando poi di passarle il dito indice sopra la testolina per accarezzarla, ma cambiò idea subito dopo, per timore di essere morso.
«Grazie. Ne avrò bisogno. E tu, buona fortuna con Alvin.»
«Grazie, ma ormai è un caso disperato. Almeno con la tua sei ancora in tempo.»
«Sempre ammesso che riesca a sopravvivere abbastanza a lungo per riuscire ad educarla.»
«Vedrai che ce la farai. Non mollare.»
«Lo credi davvero?»
«Ehm, forse…no.» Rispose Dave dopo averci riflettuto brevemente.
Finirono così di salutarsi, e prima della partenza Linda estese a Dave e ai sei chipmunk l’invito a tornare ancora, ricevendone uno a sua volta per raggiungerli a Los Angeles.
Poco dopo arrivò il tassista da loro chiamato per telefono e il gruppo dei sette ripartì, diretto chi sa dove, forse in qualche alberghetto di Carterson City, oppure da un’altra parte. Non furono chiari sulla loro destinazione, e Hawke non se ne interessò.
Rimasti soli alla fine della serata, Ian e Linda collaborarono quindi nello sparecchiamento della tavola, parlando un pò tra di loro durante le pulizie, ma ciò che si dissero spaziava principalmente tra i commenti della serata e quelli sul passato delle Chipettes e dei Chipmunks, senza lasciare tempo e spazio all’interazione interpersonale.
Poi, concluso il lavoro, si diressero alle proprie camere da letto salutandosi miseramente con un paio di “Buonanotte”.

Ian si tuffò di peso sul suo materasso, senza disdegnare un lamento. «Uff, finalmente.»
Non era più abituato all’idea di avere tanta gente intorno a sé (soprattutto Dave e la sua combriccola di scoiattoli dinamitardi). Randal fino a qualche tempo prima era stato l’unico ad aver dato un pizzico di vitalità alla sua solitaria esistenza, e ora che conviveva con sua figlia la sua barra immaginaria di fabbisogno d’estroversione poteva ufficialmente definirsi costantemente sovraccarica.
Ora che si era dimostrato capace di sopportare la presenza dei Seville per un’intera serata, desiderò solamente dimenticarsi di tutti i problemi che ancora lo attendevano i giorni seguenti e farsi cullare dalle comode braccia di Morfeo. Neanche a farlo apposta, però, qualcosa cercò di interferire col suo sonno.
Accese la piccola luce sul comodino di fianco al letto e si trovò faccia a faccia con la chipmunk.
«Manty?» Era talmente preso dal desiderio di gettarsi in branda da non ricordarsi nemmeno che la piccola avrebbe dormito con lui, come del resto lo aveva fatto le sere precedenti. Si strinse un po’ per farle spazio e batté sul cuscino per invitarla a sdraiarsi. «Forza, vieni pure.»
Manty, però, non si mise a dormire, bensì se ne restò in piedi sopra le coperte. Ciò incuriosì Ian, che si sollevò leggermente dal cuscino. Notò anche che la piccola aveva un’espressione tutt’altro che spensierata in quel momento, c’era qualcosa che non andava. «Hey, che ti succede? Ora non dirmi che l’intruglio di Linda t’ha fatto venire l’insonnia!»
Manty lo fissò in volto, e quello sguardo lo turbò più di qualsiasi altra cosa la chipmunk avesse mai fatto fino a quel momento. «H-Hawke… »
La situazione si stava facendo seria, era la prima volta che lo chiamava senza quel buffo appellativo. Ian si mise seduto sul letto, in apprensione.
«Pa-pà?» Si sforzò di chiedere lei, con un tono di voce che lasciava intendere timidezza, ma anche angoscia e disagio. Sentimenti che fino ad ora non l’avevano mai toccata, ma che aspettavano solo il momento buono per emergere.
Ian si trovò di punto in bianco in una situazione di stallo. Cosa avrebbe dovuto dirle? Era la seconda volta che gli poneva la domanda, e per la seconda volta si trovò costretto a dover decidere se mentirle oppure no. La prima opzione gli avrebbe dato solo pochi giorni di tempo, due al massimo, prima che la piccola tornasse a chiedersi che fine avesse fatto suo padre, e in ogni caso i sensi di colpa di cui, sì, anche Ian Hawke soffriva, non gli avrebbero dato pace fino a che non si fosse deciso a dirle la verità. D’altro canto, però, farlo avrebbe significato confessare a un cucciolo di chipmunk vivace e giocherellone, come solo Manty sapeva essere, una verità che forse era troppo grande da affrontare per una creaturina così giovane e piena di vita. Cosa doveva fare, quindi?
«Vedi, Manty… io, non so bene come risponderti… » doveva stare attento, misurare le parole. Non doveva dimenticarsi che, malgrado la tenera età e la difficoltà nell’esprimersi, la piccola chipmunk era incredibilmente sveglia e sagace, e qualsiasi errore di formulazione avrebbe potuto portare a conseguenze imprevedibili «il fatto è che io…  non credo che tuo padre tornerà presto. E’ andato via. In un posto lontano, e non so quando tornerà… »
«D-dov-e?»
«Dov’è andato? Io… non so nemmeno questo. »
«M-a tu, mi… o-odi?»
Ian si sentì d’improvviso un nodo in gola e si rese conto che forse aveva preso con troppo leggerezza il fatto di avere Manty intorno a sé. Evidentemente la chipmunk si era accorta di quanto lui si sentisse a disagio per quella convivenza molto prima di quando non lo non fece egli stesso.
«No, no… non è vero. Non ti odio affatto!» Rispose precipitosamente, augurandosi di assumere un tono quanto mai convincente «è solo che non c’ho ancora fatto l’abitudine. Sai, anche per me tutto questo è una novità. E quindi non so bene come comportarmi. Ma non significa che ti odio… »
«Ma, io fac-io la c-ativa e poi tu ti arr-a-bi. Io, mi dis-piace». Mentre si sforzava con tutta se stessa di parlare nel modo più chiaro possibile, una piccola lacrima sembrò bagnarle la pelliccia del viso.
Le parole della giovane scoiattolina colpirono al cuore di Ian, che non si sarebbe mai aspettato di vederla addolorata fino a quel punto. «Hey, dai non piangere. Non hai niente di cui ti devi dispiacere. Andrà tutto bene, vedrai.»
«Pa-pà è a-dato vi-a per m-me?»
«Non pensarlo neanche! I motivi per i quali se n’è andato sono, ecco… complicati da spiegare. Ma non hanno niente a che vedere con te. Tu non hai colpe di nessun genere, al massimo, se proprio vuoi cercare un colpevole…» un’illuminazione lo attraversò da parte a parte, una nuova consapevolezza che solo ora si era reso conto di avere: «quello sono io… » questo pezzo del discorso lo pronunciò con lo sguardo perso nel vuoto, come se stesse parlando con se stesso ad alta voce. Subito dopo tornò a rivolgersi a Manty. «Forse, non sono stato il miglior tutore del mondo… anzi, togliamo il “forse”, non lo sono stato affatto… però… voglio rimediare. Te lo prometto!»
“Apri gli occhi, Hawke”. Ancora adesso rammentava quella frase dettagli in sogno, e solo ora ne capì finalmente il significato: mai, in tutta la sua vita era stato un uomo responsabile. Si era arricchito alle spalle degli altri con l’astuzia e l’inganno, e sempre l’astuzia e l’inganno, alla fine, hanno finito per ridurlo al lastrico. Si era ritrovato di punto in bianco a essere un reietto della società, con le pezze ai piedi ma con la stessa arroganza di sempre. Con essa aveva finito per toccare ancora di più il fondo durante i fatti avvenuti con le Chipettes nel 2009, e sempre quell’atteggiamento di altezzosa prepotenza si era presentato nel 2011, quando per un momento era tornato a pregustarsi il successo che sarebbe derivato dalla morte di Dave, qualora fosse precipitato in quel baratro nel corso dell’eruzione vulcanica.
La vita gli aveva presentato per l’ennesima volta delle nuove chance, con nuovi amici che tentavano di farsi strada per entrare nel suo mondo e vecchie conoscenze che non erano intenzionate ad arrendersi con lui. E malgrado tutto, continuava ancora a manifestare apertamente il suo disprezzo verso tutto e tutti.
Il solo fatto di trovarsi lì, a migliaia di miglia da casa, era un’ulteriore prova di quanto continuasse a percorrere il sentiero sbagliato. Era sul punto di scaricare su Linda la responsabilità di Manty, solo per potersene poi tornare alla sua misera vita da nullafacente nel Wisconsin, e solo ora finalmente, capiva l’enormità dei suoi sbagli. Si ricordò anche della frase di quella simpatica vecchietta che aveva conosciuto durante il viaggio in aereo: “Un uomo può percorrere il proprio cammino in un’autostrada deserta o in un’incolta boscaglia. Quale che sia lo sceglie il destino, ma l’uomo può scegliere quanta percorrerne”.
Chiaramente, quel piccolo uragano azzanna-tutto da lui battezzato “Manty”, doveva essere una specie di ultimo Jolly mandatogli dal destino per aiutarlo a imboccare finalmente nel modo corretto il suo cammino, doveva soltanto decidersi, una volta per tutte, a percorrerlo nel modo corretto.
In fondo, i due erano più accumunati di quanto non sembrasse: entrambi, a modo loro, erano due disadattati, con un carattere di difficile gestione e un senso dell’indifferenza verso il prossimo che poteva competere alla pari solo con la loro ingordigia. Di Manty per qualsiasi cosa riuscisse ad addentare, di Hawke per la fame di successo che tanto ardeva di tornare ad avere. Due anime tanto accumunate, quindi, potevano benissimo andare incontro a una grande amicizia, se solo l’impegno reciproco di entrambi si fosse messo in gioco.
Finalmente consapevole di tutto questo, Ian prese una decisione che avrebbe esposto a Linda il giorno seguente, poi sollevò delicatamente Manty e la appoggiò al cuscino di fianco a sé.
«Domani ricominceremo da capo, ok?» Le disse, sorridendole poi.
«Sì.» Ricambiò lei.
Ian le asciugò la lacrimuccia dalla guancia e poi riprese a parlarle «Dobbiamo imparare ad andare d’accordo l’uno con l’altra. Perché diciamocelo, fino ad ora abbiamo fatto semplicemente schifo.»
«G-già.» Ne seguì un breve istante di silenzio.
«Beh, dai. Dormiamo ora, che si è fatto tardi.»
«Not-e, Hawkey-Hawke.» Lo salutò la chipmunk, addormentandosi accanto a lui con un sorrisetto appena accennato in volto.
«Buona notte anche a te, Manty.» E per la terza notte di fila si addormentò con quel cucciolo di chipmunk nel suo letto, ma sta volta era diverso. Questa volta, per la prima volta, non la vide più come una presenza da sopportare, ma come un’amica, la SUA amica.

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