3: Linda

Il giorno dopo. Mattina.
Ian aveva preparato in tutta fretta e senza badare troppo ai dettagli una piccola valigetta con il minimo indispensabile per il viaggio. La sua meta era Carterson City, una piccola contea situata nello stato del Kentucky dove una volta giuntovi – gli era stato spiegato – avrebbe dovuto cercare una certa Linda Green: la donna che si era presa cura delle Chipettes durante i primi anni della loro vita.
Se c’era una persona al mondo con la quale avrebbe potuto parlare per chiedere consigli sul come allevare Manty nel modo migliore, quel qualcuno era certamente lei.
Ian ne aveva sentito parlare per la prima volta durante la telefonata del giorno prima. Infatti, benché le Chipettes avessero coabitato con lui per un breve periodo di tempo, non si era mai preso la briga di scoprire qualche dettaglio extra sul loro passato. Di conseguenza, non aveva idea di che tipo di persona doveva aspettarsi una volta giunto a destinazione. Si augurò solo che questa sarebbe stata disposta ad aiutarlo.
Per il viaggio aveva deciso di portare con sé solo qualche cambio di vestiti, giusto per le emergenze, e poco altro: i documenti di viaggio, una rivista di auto sportive letta e riletta almeno tre volte, ormai – ma che gli avrebbe fatto compagnia in aereo – e un po’ di contante preso dai pochi risparmi rimastigli, con il quale era pronto a pagare le eventuali spese di soggiorno. Per quanto riguardava i biglietti, invece, li avrebbe presi all’imbarco.
Aveva già provveduto a chiamare il servizio del taxi, e mentre attendeva il suo arrivo ricapitolò con una breve lista mentale per essere sicuro di aver portato con sé tutto. Poi il taxi arrivo, e quando ogni cosa risultò presente all’appello, chiuse la valigia e si disse pronto a partire.
Si fermò al varco della porta, colto inaspettatamente da un dubbio. Era come se una vocina dentro di sé gli stava sussurrando di aver trascurato qualcosa. Eppure aveva appena ricontrollato il contenuto della valigia, quindi cosa poteva essere? C’era qualcosa che gli sfuggiva? Dopo averci meditato brevemente, si convinse di no e uscì chiudendo a chiave.
Quattro gradini e un piccolo vialetto asfaltato circondato da un prato maltenuto erano tutto ciò che lo separavano dal taxi, ma quando iniziò a percorrerli uno squittio a lui familiare lo chiamò da dentro la casa.
Rientrò a passo svelto. Manty era nel corridoio, di fronte a lui.
«Vieni, si parte.» Le disse con apocrifa calma.
Manty lo seguì ubbidiente e la voce nella testa si era placata. Ora sì, aveva preso tutto.

Arrivati all’aeroporto, Ian sperò di oltrepassare il Check-in e imbarcarsi nel loro aereo senza incappare in contrattempi di alcun genere, ma fu chiaro fin da subito che era un obbiettivo, il suo, che sarebbe stato meglio non prefiggersi.
«Ian Hawke? Proprio quell’Hawke del libro?» Chiese la donna allo sportello. A quanto pare la sua “fama” lo aveva preceduto.
Ian sospirò. «Sì, proprio quello. L’ex-dirigente della Jet Records.» Rispose seccamente.
«Ed è venuto qui per imbarcarsi con… »
La donna indicò con un cenno dello sguardo Manty, di fianco a loro sul banco, che stava sbranando una penna trovata lì.
«Lei, sì.» Annuì l’uomo «c’è qualche problema, per caso? In teoria ora la legge degli Stati Uniti considera i chipmunk parlanti alla stregua degli esseri umani. O mi sbaglio?»
La responsabile annuì in silenzio.
«Quindi non dovrebbero esserci problemi a farla imbarcare nel volo, no?» Aggiunse Hawke. La donna sembrò non avere idea di come comportarsi.
«Sì, infatti. E solo che… può attendere qui solo un minuto.» Si congedò.
Ian attese, mentre la donna si allontanava per andare a rivolgersi a quello che probabilmente era il suo superiore. Con lui scambiò alcune chiacchiere sussurrate a vicenda, per poi giungere molto probabilmente alla soluzione e fare ritorno alla sua postazione. Qualunque cosa si fossero detti, non occorreva un indovino per capire che Ian stava per ritrovarsi dalla padella alla brace. Poco dopo, infatti, ecco che gli si presentò alle spalle una specie di montagna umana di muscoli e pessimo carattere, con l’uniforme della sicurezza. Era un afroamericano che dava l’idea di essere stato in una vita passata un campione di wrestling, o comunque, uno che aveva avuto un rapporto molto stretto con le migliori palestre dello stato. Tutto, ma proprio tutto di quel titano sembrava costituito da muscoli pompatissimi! Dai polpastrelli delle dita, fino alle sopraciglia, per non parlare delle vene sanguigne gonfie e pulsanti che gli rigavano collo e braccia come un reticolo di pura energia distruttiva. Al suo cospetto, Ian si sentì come un piccolo ramoscello di un albero morto: pronto a spezzarsi al minimo tocco. Come se ciò non bastasse, trovandosi a fissarlo letteralmente dal basso verso l’alto, in una posizione di estrema inferiorità, costatò anche che il tizio nerboruto sembrava particolarmente bramoso di affondargli i denti nella carne, magari per troncargli di netto un orecchio e sputarlo in un angolo della sala.
«Può venire con noi, signore?» Furono le parole pronunciate di punto in bianco dal gigantesco Hulk, con una voce spaventosamente rauca. Un invito che tuttavia gli suonò come una minaccia di morte.
Ian obbedì senza fiatare.

Ci vollero più di due ore affinché Ian fosse liberato dalle grinfie della security. Ma che accadde? A quanto pare, il fatto che il “famigerato” Ian Hawke si fosse presentato all’aeroporto accompagnato da un cucciolo di chipmunk, aveva destato preoccupazioni all’addetta del check-in, la quale si convinse senza (quasi) motivo apparente di trovarsi di fronte a un caso di rapimento, con conseguente mobilitazione della sicurezza e della montagna umana.
Ian fu interrogato per oltre un’ora e mezza sul dove l’avesse trovata e su quali fossero le sue intenzioni con essa. Fu sincero nelle risposte, ma non bastò a convincerli.
A un certo punto (probabilmente prima di passare alle torture corporali, immaginò lui) gli fu permesso di fare una telefonata, che sfruttò sensatamente per contattare Dave.
Dave parlò a lungo con gli agenti al telefono, ma per fortuna il suo intervento si rivelò provvidenziale. Con la buona parola di Seville, decisero di rilasciare Hawke e gli permisero di imbarcarsi con Manty.
Mentre raccattava le sue cose, Ian lanciò uno sguardo di sottecchi al colosso, scorgendo una maschera di delusione impressa sul suo volto. Evidentemente il mostro era ancora assetato di sangue, ma per sua fortuna, non sarebbe stato lui la sua vittima. Non quel giorno
Persero il loro volo, ma fortunatamente, ne trovarono un altro una quarantina di minuti dopo.

Finalmente erano partiti.
Il viaggio sarebbe durato poche ore ma Ian si augurò che giungesse al termine il prima possibile. Non era sicuro di poter garantire l’incolumità dei passeggeri del volo, non con Manty al suo fianco.
Una hostess passò lungo il corridoio offrendo snack vari da spiluzzicare. Quando si fermò ai loro posti, Hawke subì un sussulto nel vedere la chipmunk pronta a scattare contro la povera vittima indifesa e decise di punto in bianco di svenarsi le finanze acquistando gran parte delle cibarie dalla donna pur di scongiurare che la famelica creatura balzasse contro l’innocente donna.
Mentre Manty divorava avidamente quello che Ian le aveva comprato, nel sedile di fianco, sulla fila di destra, un’anziana signora sulla settantina (o forse sull’ottantina) si accorse solo in quel momento dei curiosi passeggeri che condividevano il suo stesso volo, e non esitò a cogliere l’occasione per fare una chiacchierata con loro.
«Mi scusi, giovanotto?» Chiese lei con voce gracchiante.
Ian la sentì, ma non era certo che si fosse rivolta a lui. «Dice a me?»
«Sì. Mi stavo chiedendo cosa fosse quella piccola creaturina che sta seduta lì, sul sedile di fianco al suo.»
Ian non credé alle sue orecchie. Davvero non lo sapeva? «Ehm… questa… » non trovava nemmeno le parole per risponderle «questa, signora, è una chipmunk. Non ne ha mai visto uno?»
Prese Manty tra le braccia, interrompendola dal suo banchetto, e la mostrò all’attempata passeggera.
La vecchia, dopo un primo fugace sguardo, si mise a cercare nella sua borsa qualcosa, e quando ne estrasse la raggrinzite mani, Ian vide che tra le dita teneva un paio di occhiali da vista che subito indossò. Si sporse verso di loro per guardare la piccola scoiattolina e lì ebbe come un’illuminazione. Le sembrò di ricordare qualcosa. Alzò lo sguardo sul volto di Hawke ed ebbe la stessa reazione. «Un momento! Ma io la conosco!» Proclamò.
«Ma va?» Ian finse interesse.
«Certo! Lei è quel musicista che ha fatto fortuna facendo cantare gli scoiattoli!»
“Buon Dio, grazie al cielo no!” Pensò Ian tra sé e sé. «Ehm, non proprio. A dire il vero sono quell’altro… sa? Quello che ha tentato di rapirli e tutto il resto.»
L’anziana ebbe un altro momento di smarrimento. Si sporse ancora di più e studiò con maggiore attenzione il volto del suo interlocutore. «Ian Hawke?» Chiese conferma infine.
“Sveglia, la nonna!” Commentò col pensiero. «Indovinato!» Intonò quindi.
«Credo di aver letto il suo libro.» Disse lei poi.
“Anche lei?!” Pensò ancora. «Ah… e come le è sembrato?»
«Mettiamola così, giovanotto. Non tutte le ciambelle escono col buco.»
“E ti pareva!”
Ian Tagliò corto. «Bé, signora. La ringrazio per la sua brillante recensione. Certo, avrei preferito che la ciambella fosse bucata, ma ormai c’ho fatto il callo.»
Fece per tornare alle sue faccende, ma l’anziana non era ancora intenzionata a troncare la conversazione.
«Oh, non se la prenda. Sa, Gerald, mio marito – che riposi in pace – diceva sempre: “Un uomo può percorrere il proprio cammino in un’autostrada deserta o in un’incolta boscaglia. Quale che sia lo sceglie il destino, ma l’uomo può scegliere quanta percorrerne”.»
Per quanto pateticamente stereotipata suonasse, quella massima fece sorridere Hawke, che però cercò di non darlo a vedere alla passeggera.
«E poi poteva anche andarle peggio.» Aggiunse l’arzilla.
«Ma davvero? E in che modo?» Ian s’incuriosì.
«Per esempio potevano arrestarla e impedirle l’imbarco!»
Ian non se l’aspettò quella risposta, tantomeno non seppe dirsi se quella battuta fosse stata solo una coincidenza o se l’attempata lo avesse visto mentre veniva condotto alla sala degli interrogatori, fatto sta che dopo un attimo di laconico smarrimento, non fu in grado di astenersi dallo scoppiare a ridere. Una risata divertita alla quale prese parte anche la donna, che rise con lui.
«Bé, signora» parlò Hawke poi, asciugandosi le lacrime dagli occhi con il dorso della mano «la ringrazio per la chiacchierata. Davvero, lo apprezzo. E mi dispiace per suo marito.»
La vecchia a quel punto dimostrò di non capire cosa volesse dire Ian. «E perché, mi scusi?» Gli chiese gelata.
«Bé, non mi ha appena detto che suo marito è, diciamo… morto?»
Sui lineamenti del viso le si materializzò lo sconcerto. «Dio del cielo, no! Mio marito non è morto, è qui di fianco a me!»
Glielo indicò con entrambe le mani e Ian dedicò solo ora attenzione all’ometto raggrinzito che le dormiva di fianco, immobile e apparentemente privo di vita, non fosse stato per il russare che di tanto in tanto lo tradiva. Un rantolo grave che a tratti sembrava quasi un fischio.
«Ma… aveva detto “Che riposi in pace”, e anche che “lui diceva sempre eccetera, eccetera”, parlando al passato!» Tentò Ian di giustificarsi.
«E’ naturale: sta dormendo. Ed è straordinario, ora che ci penso, perché ha sempre sofferto di gravi problemi di insonnia, poverino. Un tempo ne conosceva un sacco di aforismi, ma ora, eh… la sua memoria non è più quella di un tempo.» Spiegò, volgendo lo sguardo verso il marito addormentato.
Ian ammutolì imbarazzato e smise di guardare. Anzi, a dire il vero avrebbe voluto mandare la donna a quel paese, ma decise che fosse meglio cucirsi la bocca.
«Giovanotto?» Lo chiamò.
Ian ritornò in sé. «Sì?»
«La sua piccola amica le sta mangiando il dito…»
Ian guardò in basso, sul suo grembo. Concentrata nella sua attività, Manty stava masticando il pollice di Hawke come se si trattasse di un cane intento a sgranocchiare un osso. Non le importava minimamente di chi fosse quello “stuzzichino” che tanto ostentatamente stava masticando.
Ciò che lo sorprese più di tutto, però, era il fatto che non se ne era minimamente reso conto. A quanto pare la conversazione con l’anziana si era rivelata più coinvolgente del previsto, tanto che solo ora che finalmente glielo si era stato fatto notare, era finalmente conscio della gravità di ciò che la piccola chipmunk stava compiendo.
«Lo so, signora.» Disse Hawke, in tutta risposta all’avviso dell’anziana «E non può immaginare quanto sia doloroso.» Con uno strattone cercò di liberarsi il dito.
«E molla!» Ordinò alla piccola.
Privatasi del suo “osso”, Manty fece come per ricominciare a lamentarsi, ma fu azzittita quasi immediatamente.
«Non provarci, piccolo piranha peloso!» Le ringhiò contro Ian.
La conversazione con la donna subì una brusca battuta d’arresto al termine di quel fatto e per tutto il seguito del viaggio i due si dissero ben poco. Non ci furono commenti nemmeno al risveglio del marito, che si limitò a chiederle quanto mancasse secondo lei allo scalo successivo.

Nel giro di poche ore, giunsero finalmente alla prima tappa della loro meta.
Atterrarono all’aeroporto di TannerVille, che si trovava a poche miglia dalla loro destinazione finale a Carterson City.
Da lì, Ian affidò parte delle sue esigue finanze a un’agenzia di noleggio d’auto come anticipo per una settimana d’utilizzo di uno dei loro mezzi, (anche se non era convinto di permanere tanto a lungo) e ripartì insieme alla chipmunk.
Per trovare la destinazione esatta dovettero affidarsi alle scrupolose indicazioni che Dave fornì loro per telefono. Raggiunsero Carterson City e percorsero la direzione che era stata indicata loro, approfittando, nel frattempo, per studiare il paesaggio di quella minuscola contea. L’architettura essenziale delle casette non richiamavano a niente che non fosse lo stereotipo tipico dei paesini statunitensi. Le case erano in legno prefabbricato, circondate in alcuni casi da fatiscenti steccati la cui pittura era stata scolorita dal tempo e dal clima, e distribuiti casualmente su un territorio di circa una sessantina di chilometri quadrati. Le strade erano sporche e maltenute, solcate qua e la da profonde buche e increspature nell’asfalto che ne minavano la già inconsistente estetica. Addentrandosi via, via all’interno della sua giurisdizione, però, il paesaggio cominciava gradualmente a mostrarsi più gradevole, con abitazioni esteticamente gradevoli nella loro semplicità e giardinetti curati tenuti in salute dalla dedizione dei loro proprietari.
L’auto passò di fianco alla Prospect Chapel, la chiesa del paese, dove Ian scorse di sfuggita un piccolo gruppo di persone che stava per entrarvi, ma non si soffermò a osservare. Era qui per una specifica ragione, i viaggetti turistici li avrebbe compiuti in seconda sede.
Svoltò verso destra all’incrocio che ne seguì e si lasciò dietro un’altra breve fila di casette, oltre che un piccolo negozio di alimentari e una tavola calda dal nome altisonante, “Club Chipettes”, che in qualche modo gli riconfermò di star andando nella direzione giusta. . Manty nel frattempo si era arrampicata sulla portiera dell’auto e, reggendosi al meccanismo di chiusura della serratura come l’osservatore di una nave pirata sull’albero maestro, scrutava il mondo al di fuori dal finestrino con lo stupore che solo un cucciolo poteva manifestare per cotanta scialbezza.
Infine, percorso un altro miglio di strada, finalmente raggiunsero quella che secondo le indicazioni, corrispondeva alla casa di Linda Green.
Anch’essa, come tutte le sue consorelle, del resto, non aveva niente di particolare che la contraddistinguesse dalle altre: pareti in legno dipinte di un bianco opaco, una veranda sostenuta da quattro colonne portanti contornate da un corrimano bruno, apparentemente laccato, ma non pitturato come il resto della casa. Gli unici particolari che ne consentivano il riconoscimento consistevano in un giardino particolarmente ampio (rispetto alla media delle altre proprietà), con un prato erboso che dava l’idea di essere stato appena tosato con scrupolosa perizia, ma privo di fiori decorativi o qualsiasi altro tipo di piante di medio o basso profilo. Solo una grande quercia troneggiava fiera e maestosa su quel giardino così spoglio. Ian la osservò di sfuggita, e vide una profonda cicatrice segnarne una porzione, dove un tempo vi erano probabilmente dei rami e che ora invece lasciavano solo uno spazio vuoto tra le fronde.
Ian parcheggiò sul bordo del marciapiede e uscì lasciando Manty in macchina.
Si avvicinò alla cassetta delle lettere dandovi una frettolosa occhiata al nome scritto sopra, che gli confermò di essere nel posto giusto, quindi si diresse alla porta attraversando il prato erboso.
Suonò il campanello con un po’ d’incertezza e si mise ad attendere.
«Sì! Eccomi.» Gli rispose subito dopo una voce femminile dall’interno.
Ian attese ancora.
La porta si spalancò e di fronte a se gli si manifestò una donna sulla trentina, dai capelli aurei, un po’ scompigliati, ma lisci e lucidi, che le scendevano liberi fino alle spalle ricoprendole come un velo dorato.
«Desidera?» Chiese lei, interrogativa.
Ian si fece forza con una boccata d’aria e si presentò «Buona giornata. Mi perdoni il disturbo, il mio nome è Ian Hawke, e sono venuto da lei perché ho bisogno del suo aiuto.»
Si rese conto solo in quel momento di quanto frettolosamente aveva impostato la presentazione, e si auto-inflisse un morso sulla lingua come punizione.
La donna restò ammattita, ma poco dopo fece chiarezza nel groviglio d’informazioni che le erano appena giunte e reagì. «Lei è proprio quell’Ian Hawke?» Domandò circospetta.
«Bé… ehm… ho paura a doverlo ammettere ma… s-sì. Sono io.»
Ne seguì un breve ma imbarazzante momento di silenzio.
«Le dispiacerebbe togliersi gli occhiali?» esortò quindi la donna.
Ian trovò la richiesta alquanto bizzarra «Oh… ok.» Se li tolse, colto però da un dubbio «ma perché me l’ha…» Non terminò la frase. La donna gli sferrò un prorompente pugno in pieno volto con una violenza tale da mandarlo immediatamente al tappeto.
Atterrò pesantemente di schiena, sentendosi come un pugile appena sconfitto sul ring in attesa del knockout da pare dell’arbitro.
Si portò le mani al naso, che era la parte che più di tutte gli pulsava dal dolore, e constatò che aveva cominciato a sanguinargli copiosamente. «Il mio naso, oddio! Ma è impazzita?!»
La donna si chinò su di lui e glielo ghermì tra dita indice e medio, tirandolo verso l’alto. «Ti fa male se lo tiro così?» Glielo chiese molto educatamente, quasi con distacco, come se non fosse successo niente.
Ian emise un gemito. «Non più di prima, ma sì! Fa un male d’inferno!.»
La donna mollò la presa «Bene, non è rotto. Puoi rialzarti.»
«Dice davvero? Ohh, ma che bella notizia! E si può sapere perché l’ha fatto?!» Urlò.
La donna fece spallucce. «Un piccolo acconto per tutto quello che hai fatto passare ai Chipmunks e alle Chipettes. E sei fortunato che Dave mi aveva avvertito del tuo arrivo, altrimenti ti avrei fatto provare i cinquantamila volt del teaser che ho pronto nel cassetto! Mi chiamo Linda Green, diamoci pure del TU. Ora rialzati ed entra, ti darò qualcosa per il naso.»
«Non mi dai nemmeno un aiutino per rialzarmi?» La punzecchio.
Linda sbuffò e scosse la testa, dopo di che rientrò in casa, lasciando Ian spiattellato al suolo.
L’uomo, ancora scosso, tastò il terreno di fianco a se, alla ricerca degli occhiali, augurandosi di non averli rotti nell’impatto. Li trovò e verificò la loro integrità, che per fortuna non era stata scalfita. Li indossò.
“Cominciamo bene” pensò tra sé e sé pulendosi il sangue raffermo con la mano, per poi rialzarsi e andare incontro alla donna .

Era seduto nella sala da pranzo, che al contrario di quella di casa sua, non era collegata direttamente al cucinotto e al soggiorno, ma rappresentava una stanza ben definita nell’abitazione della donna. Sopra la sua testa un ventilatore da soffitto ruotava su se stesso distribuendo un piacevole venticello di aria fresca che in quel clima di caldo torrido rappresentava un vero tocca sana per la mente e il corpo, e sul quale Ian si convinse che un giorno ne avrebbe dovuto installare uno anche a casa sua, quando cioè le sue esigue economie avrebbero ricominciato a navigare a suo favore. Per il resto c’era ben poco da dire sull’arredamento; era seduto di fronte a un tavolino di tre metri per uno forse un po’ troppo piccolo rispetto alle proporzioni della stanza, e a parte delle tende in cotone che ricoprivano le tre grandi vetrate della sala, un finto tappeto persiano posto sotto il tavolo e una vetrina con dentro qualche calice da vino, non c’era nient’altro a riempirla. Ian non sapeva nemmeno molto sulla donna che lo aveva “accolto” in casa qualche minuto prima, ma a giudicare dalle prime impressioni, dava l’idea di una persona che in passato aveva avuto molto su cui ambire e che ora invece era confinata in una vita noiosa dalla quale voleva solo uscire. Una persona per certi versi molto simile a lui, se ci aveva visto giusto. Anche se probabilmente prosciolta dagli errori madornali che invece avevano caratterizzato la sua esistenza.
“Oppure è solamente una pazza psicopatica”, ipotizzò “del resto Brittany deve pur aver preso da qualcuno quell’atteggiamento da primadonna inviperita che si ritrova”.
Linda entrò nella sala da pranzo porgendo a Ian una busta di minestrone surgelato.  L’uomo la guardò con sospetto, senza capire che doveva farci.
«E’ per il naso.» Spiegò «spiacente, ma non ho borse del ghiaccio in casa, dovrai fartelo bastare.»
Ian lo accettò a malincuore e lo premette contro il setto nasale, il quale gli lanciò una pulsazione di dolore al momento del contatto, giusto per rammentarlo del trauma vissuto poco prima.
«Non è nemmeno di marca.» Si lasciò sfuggire un borbottio lamentoso.
Linda si sedette su una seggiola di fianco a lui. «Purtroppo ho finito la “Campbell’s” la settimana scorsa. Oggi solo merce da discount.» Tacque brevemente, per separare la battuta dal resto della frase «allora, dicevi di avere un problema. Di che si tratta?»
Ian parlò con la busta premuta sul viso, cosa che conferì alla sua voce un tono nasale.
«Esattamente che ti ha detto Dave?»
«Non molto. Solo che avrei ricevuto la tua visita. All’inizio pensavo che volesse scherzare, ma poi ho dovuto ricredermi quando ti ho visto parcheggiare dinanzi al giardino.»
Ian allontanò da se la busta gelata e la guardò. «E io che pensavo che venendo qui avrei trovato un aiuto.»
Linda si fece severa. «In tutta franchezza, Ian, se ti fossi presentato qui di punto in bianco senza alcun preavviso, come minimo avrei chiamato lo sceriffo. Ma Dave ha garantito per te, e anche le ragazze, perciò farò del mio meglio. Quella del pugno era solo un piccolo conto in sospeso che dovevamo regolare.»
Indicò con un cenno dello sguardo qualcosa riposto in un angola della vetrina, che Hawke prima non aveva notato: il suo libro.
Ian realizzò. «Oh, grandioso. Ora si spiega tutto!»  Fece una pausa. «Certe volte mi chiedo: se tutta sta gente l’ha letto, dov’è finito il compenso per i diritti d’autore?! Non ho visto il becco di un quattrino di tutti quei soldi! Bah… »
«Evidentemente devi aver accumulato un sacco di Karma negativo che ora ti si sta ritorcendo contro.»
«Già, il Karma.» Sbottò «ultimamente me la sta facendo pagare anche per i casini che ho combinato nelle vite passate!»
Linda reagì ai lamenti di Ian con un sogghigno, quasi traendo piacere dall’udire le sue sventure. Poi si ricompose «Parlavi di un problema, no? Di che si tratta?»
Ian decise di lasciar perdere l’autocommiserazione, che non sortiva alcun effetto nella donna, se non quello di renderlo ancora più patetico nei suoi confronti.
Fu così che Ian le raccontò la storia di Manty e Randal, in una versione molto simile a quella fornita a Dave, cercando però di sintetizzare i punti che riteneva insignificanti ai fini dello scopo e dando maggior peso a quelli che riteneva utili per Linda.
«E questo è tutto. E più il tempo passa e più mi convinco che non ce la posso fare!» Terminò.
Linda, dopo aver ascoltato pazientemente tutto il resoconto, si chiuse in un silenzio impenetrabile, dal quale non lasciò trasparire alcuna emozione. Forse stava valutando la situazione per fornire la miglior soluzione alla causa di Hawke, o per lo meno, era quello che sembrava.
Al contrario di lei, però, Ian non era in grado di serbare la sua stessa pazienza. Voleva una risposta, la esigeva, subito. «Allora?» Insistette.
Linda a quel punto ruppe il suo mutismo «Certo la tua situazione è un po’… complessa.» Tagliò corto lei.
«Però tu hai già avuto a che fare con dei piccoli di chipmunk femmina. Ti sarai fatta un’idea, no?»
Linda si sporse in avanti, verso di lui. «Ti faccio una domanda, Ian. Dov’è ora?»
Ian non capì. «Chi?»
«Stiamo parlando della chipmunk, no? Lei dov’è adesso?»
Hawke si imbambolò a fissare un punto imprecisato della stanza.
“Già, è vero… dov’è Manty ora?”
Scavò  nella mente per cercare di rammentare dove l’aveva lasciata.  Poi se lo ricordò. «Oh-ho!» Esclamò di conseguenza.
Balzò bruscamente dalla sedia, rischiando di inciampare su di essa e corse precipitosamente fuori dalla stanza. «Dannazione, la macchina!»
Linda lo seguì, senza preoccuparsi di non apparire attonita. «Non te la sarai mica dimenticata in auto con questo caldo?!»
«E’ colpa del tuo pugno, per la miseria! Ho visto le stelle e mi sono scordato di lei!»
«Ian, così non va bene. Te lo devo dire!»
«Facciamo che me lo dici dopo, va bene?!»
Varcarono la porta di casa e Ian si lanciò verso l’auto.
La prima cosa che verificò fu che lei stesse bene, ed era così. Manty si trovava in piedi sul sedile passeggeri anteriore, tranquilla e mansueta. Non sembrava conscia di essere stata abbandonata dentro. «Meno male, mi hai fatto prendere un colpo!» Disse Hawke, risollevato. Ma capì subito di aver parlato troppo presto. La chipmunk era in salute, ma lo stesso non si poteva dire dell’auto: il sedile passeggeri era stato selvaggiamente sconquassato in vari punti da evidenti segni di piccoli morsi, e l’imbottitura era stata strappata e cosparsa su tutta la superficie degli interni della vettura.
Mentre Ian costatava il livello dei danni all’auto, Linda li raggiunse.
«Grazie al cielo sta bene!» Disse lei.
«No, non va bene, niente va bene! Guarda l’auto! Guarda come l’ha conciata!»
Linda gli lanciò un’occhiataccia di biasimo. «Hai abbandonato un cucciolo di chipmunk in auto in piena estate e ti preoccupi del sedile?!»
«Ma no, è che è un’auto a noleggio! Non è mia! Diavolo, all’autonoleggio mi faranno un c… me la faranno pagare cara!»
«O mio Dio!» Imprecò ad alta voce «no, Ian. Così decisamente non va bene!»
Come risposta, dall’uomo ottenne solo uno sguardo incognito, al quale reagì cominciando a ridere istericamente. Conosceva Hawke da non più di quindici minuti e già le era bastato per capire che la situazione gli stava decisamente sfuggendo di mano. Ian, dal canto suo, non capì cosa avesse fatto di male. Certo aveva lasciato Manty al caldo dentro un’auto cocente sotto un sole in fiamme, però la piccola non pareva accusare alcun disturbo. Al contrario dell’auto, per la quale stava cominciando davvero a temere per la sua incolumità, nel momento in cui l’avrebbe riconsegnata all’agenzia di noleggio. Come lo avrebbe spiegato ai titolari? Ma soprattutto, l’assicurazione avrebbe accettato il risarcimento? O avrebbe dovuto provvedere di tasca sua? Era questo il pensiero che in quel momento lo angosciava più di ogni altra cosa.
Linda trasse dei respiri  profondi per riacquistare il controllo. Doveva farlo, altrimenti le sarebbe sopraggiunto un attacco d’ansia. «Ok. Prendila e torniamo dentro.» Ordinò seduta stante, e senza attendere di essere seguita dai suoi ospiti, rientrò.
Ian e Manty si scambiarono un’occhiata sgomenta, mentre la vedevano allontanarsi.

In casa.
Tornarono a sedersi ai loro rispettivi posti nella sala da pranzo, mentre Manty stava girovagando per la stanza.
Linda sospirò. «Dunque, una cosa alla volta. Prima di tutto, come hai detto che si chiama?»
Ian volle dirle di rilassarsi, perché non aveva ancora visto niente di ciò che era capace la piccola chipmunk. Ben presto avrebbe avuto bisogno di qualcosa di ben più forte dei respiri profondi per mantener la calma, ma per ora si limitò a risponderle.
«Manty.»
Linda parve dubbiosa. «Che razza di nome è Manty?»
«E’ un diminutivo, a dire il vero… di… ehm… “Manticora”»
La donna spalancò la bocca e strabuzzò gli occhi, incredula. «Le hai dato il nome di un mostro della mitologia greca?!»
Ian fece spallucce, del resto che altro poteva dire.
«Ok, lasciamo perdere.» Continuò Linda. «Dunque…» si prese una pausa per riordinare le idee. «Avete un posto dove dormire mentre starete qui?»
Ora fu Ian a sospirare «Non lo so ancora. La prima cosa che abbiamo fatto appena arrivati è stata di venir da te. A dire il vero non ho idea di dove possiamo andare, accettiamo suggerimenti.»
Linda mugugnò, poi si mise a meditare per qualche secondo, fissando per un istante un punto nella stanza. «Ho una camera per gli ospiti al piano di sopra. Potrete mettervi lì.»
Ian fu quanto mai stupito dall’improvvisa generosità della donna «Oh, io… non saprei. Non verremo disturbare, e…» “d’altronde se insiste…” «beh, ok…» Disse in fine, in tono arrendevole. Anche se sotto, sotto era contento della prospettiva di poter risparmiare qualche dollaro.
«Bene. Più tardi andrò a prepararla, mentre voi porterete dentro i bagagli.»
Ian annuì in silenzio.
«Quanto pensate di fermarvi?» Chiese nuovamente la donna.
«L’auto è affittata per una settimana, ma non ho idea di quanto resteremo. Tutto dipenderà da Manty, se così si può dire… »
La chipmunk nel frattempo si era arrampicata sulla vetrina e stava guardando con curiosità i calici di vetro contenuti in essa, batticchiando due colpetti sul vetro, che attirarono l’attenzione dei due umani. Manty poi passo a ispezionare il libro di Ian sul ripiano del mobile.
Linda tornò a rivolgersi a Hawke «Dunque, parliamo di un cucciolo, ok? E quando si tratta di allevare un cucciolo, ci sono tre cose importanti che bisogna prendere in considerazione.»
Ian ascoltò con attenzione.
«Prima di tutto, l’alimentazione. Deve essere corretta e bilanciata. E qui ti chiedo: cosa le dai da mangiare di solito?»
Ian ci rifletté brevemente. «Mi è un po’ difficile rispondere, perché fino ad ora si è sempre servita da sola.»
«Ok… » Linda parlò lentamente, valutando attentamente le parole da usare per apparire più chiara ed esaustiva possibile. «E quindi che cosa mangiava di solito?»
«Ah, bé. Tutto. Qualsiasi cosa le fosse capitata sottomano, e non necessariamente commestibile. L’hai visto il sedile dell’auto.» Rispose a bruciapelo Ian.
«Non scherzare, Hawke. Questa è una faccenda seria, non c’è tempo per le battute.»
Ian si sporse in avanti e le appoggiò il palmo della mano sul dorso della sua, sicuro di sé e della risposta che stava per dare.
«Credimi, mia cara. In questo momento Ian Hawke è la persona più seria del mondo.»
Più tardi Linda avrebbe avuto una dimostrazione di ciò che volesse dire:
Verso il tardo pomeriggio, entrando in cucina si ritrovò ad assistere a una replica di ciò che accadde a casa di Ian un paio di giorni prima, con le cibarie del frigorifero e dei ripiani riversi a terra in un mare di briciole e carcasse di confezioni.
Non poté credere a ciò che stava vedendo. Tutto, ma proprio tutto il cibo della cucina era stato preso d’assalto dalla chipmunk, eccezion fatta per i surgelati e i cibi in scatola, che ovviamente non era stata capace di aprire, ma per il resto, sembrava di trovarsi nel bel mezzo di un campo di battaglia, dove le confezioni riverse a terra erano come edifici abbattuti da un bombardamento, e i resti del cibo i soldati periti sotto il fuoco nemico.
Il volto della donna si deformò in un’espressione di feroce ira, che si scaricò tutta in un fragoroso urlo. «HAWKE, VIENI SUBITO QUI!!»
Ian sopraggiunse poco dopo. Era calmo e rilassato, per niente turbato dal modo in cui era stato chiamato, e con la stessa tranquillità sbirciò il caos della cucina, mentre Linda lo guardava con un misto di sbigottimento e rabbia.
«Te l’avevo detto: mangia ogni cosa che trova sul suo cammino. La prossima volta, mettici dei lucchetti.» Commentò con sarcasmo, ma a giudicare dalla fulminata che ricevette dalla donna, capì che non aveva colto la sua sottile ironia.

Tornando indietro nel tempo alla conversazione che ebbero, seduti sul tavolo della sala da pranzo, ci furono altri due argomenti a essere esposti.
Dopo aver discusso del cibo e di come doveva essere regolata l’alimentazione di Manty, toccò ora a un altro importante argomento. Linda parlò a Hawke con la sicurezza di una professoressa di fronte ad una classe di liceali. «Un’altra cosa importante è il bagnetto. Crescendo imparano a farselo da soli, ma adesso è ancora piccola, perciò dovrai farglielo tu.»
Ian aggrottò le sopraciglia. «Farle il bagno?»
«Non puoi certo lasciarla con la pelliccia sporca tutto il giorno, no?»
«Ma devo proprio?»
«Certo che devi, e glielo farai sta sera stessa!»
Fu un’impresa impossibile.
La sera Ian provò seriamente a obbedire alle direttive di Linda, ma come volevasi dimostrare, Manty non dette segno d’obbedienza.
Lo graffiava e lo mordeva in qualunque posto riuscisse ad affondare le zanne, e inutili furono i tentativi di Hawke di convincerla a entrare nella vasca con le buone.
«Manty, no… ti prego, fai la brava… ahiaa, la testa no! I capelli, i capelli!! Manty, finiscila… basta!!» Tra un graffio di qua e un morso di là, Ian non poteva far altro che lamentarsi e gridare. Dopo essere riuscito ad afferrarla, stava quasi per voltarsi e lanciarla dentro con la forza, quando sbatté il fianco sul bordo della vasca.
Manty sgusciò via dalle sue grinfie e se la dette a zampe levate, mentre Ian cadeva dentro. La prima cosa che sentì fu l’umido dell’acqua che gli impregnava i vestiti, seguito da un doloroso impatto con la superficie, che gli fece mancare il fiato.
Poco dopo, Linda in salotto vide la chipmunk fuggire all’impazzata mentre Ian la inseguiva, grondando acqua da tutte le parti.
«Ma che succede?» Gli chiese.
L’uomo si stoppò di colpo guardandola in cagnesco.
«Il bagno: NO!» Si limitò a dire all’incredula spettatrice prima di tornare all’inseguimento.

Mancava ancora un punto alla lista dell’ABC del “perfetto allevatore di roditori parlanti”.
Linda glielo aveva illustrato nel corso di quella prima chiacchierata pomeridiana:
«E infine, dopo averle dato da mangiare con le giuste dosi e averle fatto il bagnetto, devi mandarla a dormire presto. Per un cucciolo il riposo è basilare!»
Ian la guardò come se si trovasse dinanzi a una pazza.
«Commenta ancora e ti becchi un altro pugno!» Minacciò lei.
Tutto inutile. Fu più forte di lui. «Ok, questa la so già come finisce.»
E infatti andò come previsto.
Dopo che il miserabile tentativo di farle il bagnetto si era concluso con un Ian affogante nella vasca da bagno e una casa madida di acqua gocciolante, era venuto il tragico momento di convincerla ad andare a letto. Ma quando l’uomo la condusse alla stanza per gli ospiti dove entrambi avrebbero alloggiato, né lui né Linda potevano immaginare che si sarebbero ritrovati a doverla tirar giù dalla ventola sul soffitto, dopo che la piccola vi si era arrampicata per sfuggirgli.
«Manty, scendi giù immediatamente!» Le urlò Ian.
«No!» Disobbedì lei.
Di tanto in tanto cercava di spiccare un balzo per agguantarla, ma il ventilatore era a quattro metri da terra, troppo per le sue misere capacità.
«Ma come avrà fatto ad arrivare fin lassù?!» Chiese Linda.
«Non ne ho proprio idea! Quella piccola peste riesce a violare tutte le leggi della fisica di Archimede, Galileo e Newton messi insieme!» Saltò ancora, ma fu inutile.
«Manty, su piccola, scendi giù!» Riprovò Linda.
«No!»
«Uffa! Dobbiamo fare qualcosa, Ian!»
Hawke rifletté. Un’illuminazione lo colse. «Accendiamo il ventilatore!»
«Intendevo dire qualcosa che non implicasse ammazzarla!»
L’uomo si guardò intorno. L’attenzione cadde sulle sedie e con un ghigno diabolico si rivolse alla chipmunk. «E va bene, piccola canaglia. A mali estremi, estremi rimedi!»
Per cominciare, spostò il tavolo posizionandolo al di sotto della ventola, in modo che fosse centrata con esso, dopo di che ne prese una e la mise sopra di esso, per poi salirvi.
«Reggimi la sedia, non voglio rischiare di rompermi il collo.» Disse a Linda.
Lei si bloccò e gli rivolse una critica di disappunto. «Grandioso. Così invece di ammazzare lei ammazzi te stesso, fai progressi, Hawke!»
«Ti dispiace star zitta trenta secondi e tenermi ferma la sedia?!» Era l’idea più razionale che gli fosse venuta in mente, quindi tanto valeva procedere con essa.
Cercando di lavorare di squadra, mentre Linda lo sosteneva, Ian, salito sulla sedia, a sua volta sopra il tavolo, cercò di allungarsi il più possibile per cercare di raggiungerla.
«Te lo giuro, Manty! Non appena ti avrò messo le mani addosso, noi due faremo i conti!»
Sfiorò una delle pale della ventola un paio di volte e dopo essersi allungato i legamenti dei muscoli oltre il limite dell’umano, riuscì quasi ad arrivare a toccare la chipmunk. Manty, però, dimostrò di non gradire quell’invasione del suo “spazio” e decise di raccogliere la sfida. Saltò su un’altra pala, costringendo Ian a ritirarsi per poi ripartire alla carica.
«Se non scendi giù ti prometto che la ventola la accendo sul serio!» La minacciò.
Come risposta, Manty gli indirizzò una pernacchia.
«Sei troppo basso Hawke, non ce la farai mai!» Costatò Linda.
«Sì invece, ce la faccio, devo solo allungarmi un po’ di più!»
«E se usassimo la scala?» Propose di punto in bianco.
Ian a quel punto si arrestò e guardò verso il basso, su Linda. «Perché? Ne hai una?»
«Quella nello sgabuzzino che uso per cambiare le lampadine, certo!»
«Dirmelo prima no eh?»
«Non ci avevo pensato, con quella… » si fermò bruscamente e con uno scatto gli indicò di voltarsi  «Ian, ATTENTO!»
Manty aveva deciso di contrattaccare l’assalto, spiccando un balzo dritto sul volto di Ian, con le precise intenzioni di farlo sbilanciare dalla sedia.
L’uomo non ebbe il tempo di reagire e la conseguenza della sua distrazione fu che perse l’equilibrio, cadendo per la seconda volta durante la serata. Sta volta, da diversi metri di altezza, schiantandosi di schiena sul pavimento della stanza, mentre Manty si volatilizzava di nuovo sotto gli occhi attoniti di Linda.
Un fragoroso tonfo indicò che l’impatto fu particolarmente violento.
«Oh Gesù! Ian!» Per la prima volta da che lo conobbe, Linda si preoccupò di Hawke: si chinò su di lui e lo scosse un paio di volte.
Lui si lamentò.
«Ian, stai bene?» chiese la donna, in pena.
«Io… non lo so.» Borbottò tra lamenta e mugugni.
«Che vuoi dire? Sei ferito? Qualcosa non va?»
«Credo… » rifletté «un paio di contusioni, due vertebre rotte… forse anche l’anca.»
Quando Linda colse la vena d’ironia nei suoi lamenti, sospirò sollevata. «Vuoi… che ti chiami un dottore?»
«No… mi basterebbe un esorcista… voglio dire, uno bravo.»
La battuta fece sbuffare la donna. «Dai, ti aiuto ad alzarti.» Gli porse la mano e lo aiutò ad alzarsi da terra. Ian si mise seduto sul pavimento, con Linda accanto a sé, inginocchiata. Restarono un po’ in silenzio, contemplando la stanza per cercare di localizzare la direzione intrapresa da Manty durante la fuga. Poi Linda riprese «Dove pensi che sia andata?»
Ian scrutò ancora l’ambiente intorno a sé. «Dovunque, in ogni dove! Non la troveremo mai! Forse adesso si sta nascondendo. Ci osserva… in silenzio… in agguato. Pronta a colpire!» Parlando, puntava ansiosamente lo sguardo da un punto all’altro della stanza.
«Su, adesso non esagerare! Riprendi il controllo e vediamo di trovarla.» lo ammonì Linda.

Vagarono in lungo e il largo sia fuori che dentro la casa, ma di Manty nessuna traccia. Stavano veramente cominciando a temere per lei, quando un’intuizione di Linda li condusse alla stanza per gli ospiti. Lì dentro la trovarono avvolta nelle coperte, con la testolina poggiata sul cuscino e intenta a dormire.
Con quel gesto era riuscita a mandar loro un messaggio forte: aveva avuto la sua vittoria sugli umani! Solo lei poteva decidere per sé cosa fare e quando andare a dormire, e nessuno poteva convincerla del contrario.
Beh, per lo meno ora stava dormendo. E con questa consapevolezza, Linda e Hawke potevano dirsi soddisfatti del risultato, malgrado tutto.

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